Seconda domenica di Avvento

In un angolo c’è un prete che ripete parole che ho ritrovato scritte nei libri: «Vivono e muoiono insieme la verità sull’uomo e Dio, e l’uomo non è se Dio non è.

Simul stant et simul cadunt. Solo il divino è stabile. Stanno e cadono insieme. Il resto è fumo. Solo in Dio c’è amore pieno.

Nihil nisi divinum stabileest. Caetera fumus. Nothing is stable if not divine. The rest is smoke.

Solo quello che veramente è amore rimane; il resto sono solo scorie che andranno perdute per sempre nel nulla.

(Dal racconto Beati gli ultimi)

La provincia è periferia? E fin dove arriva la periferia?

Argomento di discussione di quando ero giovane, ancora oggi mi segue. Io sono vissuto in provincia, cercando di capire quali fossero le reali differenze tra la città e la provincia, e se questa sia o meno una periferia o qualcosa di diverso.

Ancora adesso mi chiedo fin dove arrivino la provincia e la periferia, se realmente siano luoghi distinti e se siano veramente dei luoghi fisici oppure qualcos’altro.

Posso dire che in generale “invidio” alla città la possibilità di offrire una maggiore qualità e quantità di informazione, di relazioni ed esperienze; anche se, in realtà, oggi l’informazione, grazie al web, è maggiormente accessibile e delocalizzata, ma le relazioni, e di conseguenza le esperienze, rimangono ugualmente un privilegio della città.

In questo senso la periferia può incunearsi fin dentro il cuore delle città e, viceversa, possono esistere luoghi periferici dove si concentra la possibilità di avere relazioni ed esperienze significative e interessanti.

Stasera mi è presa così.

Buon sabato a tutti gli internauti

Dentro Internet c’è proprio tutto: c’è chi ti spiega come si fa a pubblicare con una casa editrice, chi ti promette di promuovere il tuo libro garantendo il risultato, come fare a pubblicare da solo nel caso nessun editore sia disposto a farlo.

E poi come fare a scegliere chi ti può dare il consiglio giusto, e come scegliere chi ti può aiutare a scegliere chi ti può dare il consiglio giusto, e come fare a scegliere colui, o colei, o coloro che ti possono aiutare a scegliere chi ti può dare una dritta giusta per capire chi può veramente aiutarti a trovare qualcuno che ti consiglia come trovare qualcuno disposato a darti dei consigli giusti e… mannaggia! Mi sono perso!

Comunque dentro Internet c’è proprio tutto, e di quel che c’è non manca davvero nulla.

Buon sabato!

Un giovanotto biondo e un vento inatteso

Mentre Rachele era seduta sulla spalletta del ponte, con le gambe sospese nel vuoto, arrivò il giovanotto biondo; aveva l’aria di uno che andava in giro la notte con l’intento di salvare tutti quelli che si sedevano sulle spallette dei ponti per gettarsi nel fiume. E anche lui aveva l’aspetto di una persona normale, perché certe stranezze ognuno se le tiene dentro, gelosamente custodite.

Il ragazzo non le disse nulla, non pronunciò una parola. Allungò all’improvviso una mano per invitarla a rientrare con le gambe dalla parte interna del parapetto ma il suo fu un gesto maldestro che si trasformò in una spinta verso il vuoto.

Di tutto questo Rachele non era sicura al cento per cento. Forse non fu lui a sbilanciarla, fu piuttosto il cedimento improvviso di una pietra su cui aveva appoggiato i piedi. Ma forse non furono né quel tizio che era appena arrivato né la pietra inaffidabile, ma fu un colpo di vento fortissimo e inatteso; ecco sì, forse andò in questo modo, fu un colpo di vento a farla cadere nel fiume. O qualcos’altro che lei non avrebbe saputo dire. Fatto sta che cadde giù.

Un viaggio non desiderato: la brutta copia di un uomo bello

Sulla banchina di uno dei viali che collegano il fiume alla strada statale, ferma tra due platani, era parcheggiata un’auto, per la precisione una vecchia Volvo 740 del 1985 con la carrozzeria di colore bianco e il tetto nero; il veicolo aveva la targa straniera e al suo interno un uomo stava dormendo sdraiato al posto di guida. E questo era anche comprensibile perché il display dell’orologio sul cruscotto dell’auto segnava le quattro di notte. Il volto dell’uomo, che dimostrava più di settant’anni, aveva un’espressione distesa, serena, quasi angelica; i capelli quasi tutti bianchi, lisci, un po’ troppo lunghi, la fronte non molto alta, gli occhi piccoli con molte rughe ai lati formavano un insieme tutto sommato piacevole ma non bello, piuttosto la brutta copia di un uomo bello. Indossava solo una maglietta bianca e dei pantaloni corti e dormiva profondamente coricato su un fianco.

Uno dei vecchi amici di Alfredo, questo è il nome dell’autista momentaneamente assopito al volante della Volvo, gli aveva raccontato che Daniela, la sua ex moglie, diceva in giro che lui era morto; la donna sosteneva che era caduto da un’impalcatura in un cantiere edile una mattina d’inverno. E poi raccontava di come si era svolto il funerale, di cosa aveva detto il prete durante la predica e di quante persone accompagnarono a piedi e in silenzio il feretro fino al cimitero. Secondo Alfredo, la sua ex moglie si comportava in questo modo per non essere costretta a raccontare la verità, di cui certamente si vergognava, o forse perché, per lei, lui era morto veramente.

(continua)

(Da Il Ponte dei Miracoli)

Per imparare a scrivere…

Sono innamorato del cinema di Paolo Virzì. Ogni volta mi stupisce il modo con cui riesce a creare personaggi autentici, veri, reali.

Francesco Bruni, oltre ad essere a sua volta regista, ha partecipato alla sceneggiatura di quasi tutti i film di Virzì.

Per cercare di carpire qualche loro segreto ho ordinato questi due libri che credo spolvererò in pochissimo tempo.

Vi farò sapere se sarò riuscito a rubare qualcosa.

Distanza tra realtà e finzione

A me non è accaduto nulla di ciò che scrivo, eppure sento di essere capace, o forse mi illudo, di provare le emozioni e i sentimenti dei protagonisti delle mie storie.

E d’altra parte, non riesco a scrivere niente che mi riguardi direttamente. Forse è per questo che mi faccio aiutare da Jakob. Lui è la distanza minima di sicurezza tra me e ciò che racconto. Mi è necessario per non sentirmi direttamente coinvolto. È una finzione inutile? Non lo so. Quello che so è che i personaggi che attraverso Jakob prendono vita sono due volte distanti da me, e questo mi rassicura, più esattamente mi rasserena.

Forse, quando un autore scrive parlando di sé finisce sempre per creare un personaggio o più personaggi che, nello stesso tempo, sono e non sono egli stesso; si tratta comunque di rappresentazioni e non della realtà, che come sempre è sfuggente e talvolta ineffabile. Tanto vale che questo compito lo assolva Jakob per me.     

Pugni e filosofia

Sabato scorso al supermercato un tizio, che per caso avevo urtato con il carello, mi rivolge un esagerato rimprovero al quale cerco di rispondere nel modo più educato possibile. Invece di accettare le mie scuse se ne esce con una frase che non sentivo pronunciare da un po’ di tempo: «Lei non sa chi sono io!».

Io rispondo in modo educato dicendo che in effetti non sapevo chi fosse e aggiungo che in realtà non sapevo neppure chi fossero tutte le altre persone che erano lì accanto a me. «Anzi, a dire la verità», gli dico, «e mi scusi se uso questa parola verso la quale dovremmo tutti avere un particolare rispetto, un rispetto assoluto direi, anche se assoluto, forse, non è il termine più appropriato, anzi non lo è senza dubbio, ecco faccia finta che non lo abbia neppure pronunciato… ecco, dicevo, non so neppure se il problema sia posto nei giusti termini; mi spiego meglio: sono tenuto a sapere chi è lei e chi sono tutte queste persone, ancora prima di venire qui al supermercato a fare la spesa, oppure…».

A questo punto mi interrompe e urla: «Ma come parla? Stia molto attento a quello che dice!».

Mantenendo la calma gli rispondo che sto sempre molto attento a quello che dico, a come uso le parole. «Non le accadrà mai di sentirmi sbagliare un congiuntivo o utilizzare in modo non appropriato un verbo o un aggettivo», dico, «come non sentirà mai uscire dalla mia bocca termini volgari e eppure…». Ecco, è stato precisamente in questo istante che qualcosa mi ha colpito sul naso. La discussione si è interrotta a causa di un forte stordimento che mi ha assalito e mi ha impedito di proseguire nelle mie spiegazioni e nell’esposizione delle mie argomentazioni.

Credo sia stato un pugno a colpirmi, ma non posso affermarlo con certezza. Di sicuro c’è solo l’esatta ubicazione della parte offesa, e cioè il mio naso, che ha preso a sanguinare.

Mentre mi sforzavo di dare insieme alle mie scuse le dovute spiegazioni, partendo dall’evidenza logica che occorre prendere atto che viviamo in un mondo in cui alcuni fatti e avvenimenti, pur apparendoci assolutamente certi non sono affatto veri, il tizio, divenuto da pochi istanti il legittimo proprietario delle bottiglie di vino che erano andate distrutte a causa della collisione con il mio carrello, si è arrabbiato ancora di più.

Non è servita a nulla neppure l’offerta di risarcimento, certo parziale, che ho tentato di proporre allungando la mano dove tenevo una banconota da dieci euro. E anche se, come dicevo, le apparenze possono ingannare e l’unica cosa di cui essere assolutamente certi è che non ci dobbiamo mai fidare ciecamente dei nostri sensi, secondo me ad interrompere la nostra discussione è stato proprio un pugno; più precisamente un diretto destro vibrato da quel signore alto e ben vestito che mi ha, peraltro giustamente, accusato di aver rotto diverse bottiglie di un preziosissimo vino che aveva appena profumatamente pagato.

Cosa guardi?

Un giorno, mio fratello disse che gli era accaduto di vedere la sua faccia allo specchio e aveva visto che piangeva. Sì, piangeva, e non era la prima volta. Ricordo che nel pomeriggio si sedette vicino alla finestra e si mise a guardare giù.

«Cosa guardi?» gli chiesi.

«Non le vedi?».

«Cos’è che devo vedere?» gli domandai di nuovo.

«Le bare» rispose.

«Le bare?».

«Sì. Quella lunga fila di bare che da alcuni giorni passa sotto la mia finestra. Le vedi adesso?».

«No, io non vedo nulla. Tommaso, non c’è nessuna fila di bare!».

«Sei tu che non le vedi», disse, «io le vedo e cerco di riconoscere la mia».

Fu dura e gli ci volle un po’ di tempo, perché all’inizio gli sembravano tutte uguali. Ma poi la vide.

Quando passò là sotto, capì che era la sua. A quel punto si buttò giù per cercare di entrarci dentro ma non ci riuscì.

Si schiantò sul marciapiede.

Vette dentro la testa

Mentre sono al bar con Giada, entra Tommaso ed inizia ad accusarmi. Comincia a dire che è stata colpa mia se da piccolo, mentre giocava a nascondino, è rimasto solo; che è per causa mia se nessuno lo ha più trovato.

«Quando sono uscito dal mio nascondiglio», dice, «eravate tutti scomparsi; non era rimasto più nessuno, neppure l’albero dove dovevo correre per fare “tana!”, c’era più; era stato abbattuto!».

«Forse era malato» gli rispondo.

«No, non era malato!».

E invece era malato, come lui.

Chi è stato qualche volta in bicicletta lo sa: quando si è impegnati a pedalare in salita non è consentita nessuna distrazione. E mio fratello Tommaso si era messo a pedalare dentro la sua testa; era impegnato a inseguire tutti i suoi pensieri come se fossero vette da scalare.

E il destino degli scalatori è quello di restare sempre soli con se stessi. E con il tempo si abituano a non vedere neppure più chi li chiama ai bordi della strada.

Il riflesso

La sera, prima di ripartire da Collina Isola, vidi le grandi finestre di uno di quei padiglioni illuminarsi di una luce calda e azzurra e non capii se quella luce venisse dall’interno dell’edificio o fosse solo il riflesso del cielo nascosto dietro di me, o dentro di me.

Ripensandoci adesso, credo che si trattasse del riverbero della luce dal faro che, finalmente, qualcuno si era deciso a costruire sulla sommità di Collina Isola.