Distanza tra realtà e finzione

A me non è accaduto nulla di ciò che scrivo, eppure sento di essere capace, o forse mi illudo, di provare le emozioni e i sentimenti dei protagonisti delle mie storie.

E d’altra parte, non riesco a scrivere niente che mi riguardi direttamente. Forse è per questo che mi faccio aiutare da Jakob. Lui è la distanza minima di sicurezza tra me e ciò che racconto. Mi è necessario per non sentirmi direttamente coinvolto. È una finzione inutile? Non lo so. Quello che so è che i personaggi che attraverso Jakob prendono vita sono due volte distanti da me, e questo mi rassicura, più esattamente mi rasserena.

Forse, quando un autore scrive parlando di sé finisce sempre per creare un personaggio o più personaggi che, nello stesso tempo, sono e non sono egli stesso; si tratta comunque di rappresentazioni e non della realtà, che come sempre è sfuggente e talvolta ineffabile. Tanto vale che questo compito lo assolva Jakob per me.     

Pugni e filosofia

Sabato scorso al supermercato un tizio, che per caso avevo urtato con il carello, mi rivolge un esagerato rimprovero al quale cerco di rispondere nel modo più educato possibile. Invece di accettare le mie scuse se ne esce con una frase che non sentivo pronunciare da un po’ di tempo: «Lei non sa chi sono io!».

Io rispondo in modo educato dicendo che in effetti non sapevo chi fosse e aggiungo che in realtà non sapevo neppure chi fossero tutte le altre persone che erano lì accanto a me. «Anzi, a dire la verità», gli dico, «e mi scusi se uso questa parola verso la quale dovremmo tutti avere un particolare rispetto, un rispetto assoluto direi, anche se assoluto, forse, non è il termine più appropriato, anzi non lo è senza dubbio, ecco faccia finta che non lo abbia neppure pronunciato… ecco, dicevo, non so neppure se il problema sia posto nei giusti termini; mi spiego meglio: sono tenuto a sapere chi è lei e chi sono tutte queste persone, ancora prima di venire qui al supermercato a fare la spesa, oppure…».

A questo punto mi interrompe e urla: «Ma come parla? Stia molto attento a quello che dice!».

Mantenendo la calma gli rispondo che sto sempre molto attento a quello che dico, a come uso le parole. «Non le accadrà mai di sentirmi sbagliare un congiuntivo o utilizzare in modo non appropriato un verbo o un aggettivo», dico, «come non sentirà mai uscire dalla mia bocca termini volgari e eppure…». Ecco, è stato precisamente in questo istante che qualcosa mi ha colpito sul naso. La discussione si è interrotta a causa di un forte stordimento che mi ha assalito e mi ha impedito di proseguire nelle mie spiegazioni e nell’esposizione delle mie argomentazioni.

Credo sia stato un pugno a colpirmi, ma non posso affermarlo con certezza. Di sicuro c’è solo l’esatta ubicazione della parte offesa, e cioè il mio naso, che ha preso a sanguinare.

Mentre mi sforzavo di dare insieme alle mie scuse le dovute spiegazioni, partendo dall’evidenza logica che occorre prendere atto che viviamo in un mondo in cui alcuni fatti e avvenimenti, pur apparendoci assolutamente certi non sono affatto veri, il tizio, divenuto da pochi istanti il legittimo proprietario delle bottiglie di vino che erano andate distrutte a causa della collisione con il mio carrello, si è arrabbiato ancora di più.

Non è servita a nulla neppure l’offerta di risarcimento, certo parziale, che ho tentato di proporre allungando la mano dove tenevo una banconota da dieci euro. E anche se, come dicevo, le apparenze possono ingannare e l’unica cosa di cui essere assolutamente certi è che non ci dobbiamo mai fidare ciecamente dei nostri sensi, secondo me ad interrompere la nostra discussione è stato proprio un pugno; più precisamente un diretto destro vibrato da quel signore alto e ben vestito che mi ha, peraltro giustamente, accusato di aver rotto diverse bottiglie di un preziosissimo vino che aveva appena profumatamente pagato.

Cosa guardi?

Un giorno, mio fratello disse che gli era accaduto di vedere la sua faccia allo specchio e aveva visto che piangeva. Sì, piangeva, e non era la prima volta. Ricordo che nel pomeriggio si sedette vicino alla finestra e si mise a guardare giù.

«Cosa guardi?» gli chiesi.

«Non le vedi?».

«Cos’è che devo vedere?» gli domandai di nuovo.

«Le bare» rispose.

«Le bare?».

«Sì. Quella lunga fila di bare che da alcuni giorni passa sotto la mia finestra. Le vedi adesso?».

«No, io non vedo nulla. Tommaso, non c’è nessuna fila di bare!».

«Sei tu che non le vedi», disse, «io le vedo e cerco di riconoscere la mia».

Fu dura e gli ci volle un po’ di tempo, perché all’inizio gli sembravano tutte uguali. Ma poi la vide.

Quando passò là sotto, capì che era la sua. A quel punto si buttò giù per cercare di entrarci dentro ma non ci riuscì.

Si schiantò sul marciapiede.

Vette dentro la testa

Mentre sono al bar con Giada, entra Tommaso ed inizia ad accusarmi. Comincia a dire che è stata colpa mia se da piccolo, mentre giocava a nascondino, è rimasto solo; che è per causa mia se nessuno lo ha più trovato.

«Quando sono uscito dal mio nascondiglio», dice, «eravate tutti scomparsi; non era rimasto più nessuno, neppure l’albero dove dovevo correre per fare “tana!”, c’era più; era stato abbattuto!».

«Forse era malato» gli rispondo.

«No, non era malato!».

E invece era malato, come lui.

Chi è stato qualche volta in bicicletta lo sa: quando si è impegnati a pedalare in salita non è consentita nessuna distrazione. E mio fratello Tommaso si era messo a pedalare dentro la sua testa; era impegnato a inseguire tutti i suoi pensieri come se fossero vette da scalare.

E il destino degli scalatori è quello di restare sempre soli con se stessi. E con il tempo si abituano a non vedere neppure più chi li chiama ai bordi della strada.

Il riflesso

La sera, prima di ripartire da Collina Isola, vidi le grandi finestre di uno di quei padiglioni illuminarsi di una luce calda e azzurra e non capii se quella luce venisse dall’interno dell’edificio o fosse solo il riflesso del cielo nascosto dietro di me, o dentro di me.

Ripensandoci adesso, credo che si trattasse del riverbero della luce dal faro che, finalmente, qualcuno si era deciso a costruire sulla sommità di Collina Isola.

Soprabiti disabitati

Spesso si trattava di persone come me, che avevano avuto una vita normale prima del ricovero; poi si erano ammalati ed erano finiti là dentro; altri normali non lo erano mai stati e, può darsi, fossero arrivati lassù da qualche altro ospedale o quando erano ancora piccoli. Ma non c’era differenza: tutti stavamo per giornate intere là fermi agli angoli delle strade a fumare. Alcuni erano magri cadaverici, ad altri le pance spanciavano più del dovuto e del voluto, senz’altro più del goduto.

Alla sera, gli uni e gli altri ritornavano dentro i loro edifici per mangiare e per dormire. E là dentro se ne stavano fermi con il viso rivolto verso un televisore o verso il nulla, lo sguardo vuoto come quadri affissi a un muro.

Erano come dei soprabiti disabitati, abbandonati in una enorme sala d’aspetto, appesi ad attaccapanni inchiodati in mezzo a pareti ricoperte di vecchie croste e crepe, portaombrelli e specchi che riflettevano ora un’immagine vuota, ora un vecchio calvo, ora un raggio di luce.

Il loro capo si imbiancava chino sotto il peso degli anni, come accadeva a quei piccoli giardini distesi proprio davanti ai loro padiglioni, d’inverno quando s’adornavano della neve che arrivava dal mare.

Abili e fortunati

Il manicomio di Collina Isola era stato realizzato da medici e scienziati dall’aspetto severo, con sguardi profondi e idee chiarissime. Si somigliavano tutti: importanti baffi e pizzetti neri donavano ai loro volti l’autorevolezza necessaria per compiere scelte difficili.

I malati reclusi là dentro, invece, erano uomini e donne diversi l’uno dall’altro. Matti rinchiusi nei padiglioni con le sbarre alle finestre o raccolti nei cortili interni, oppure immobili per intere giornate in mezzo a un marciapiede o su una panchina.

Alcuni di loro passavano tutto il tempo a fumare, fermi vicino alla strada, a ogni ora del giorno, con il sole e con la pioggia, col freddo o con la neve, e solo una gronda del tetto li riparava da tutte le intemperie.

Se ne stavano tutto il giorno senza far niente. I più fortunati si accendevano una sigaretta con il mozzicone di quella appena terminata. I più abili riponevano il mozzicone nelle tasche del cappotto, perché più tardi avrebbero recuperato il poco tabacco rimasto per fare altre sigarette.

Uomini e finestre

Tutti gli edifici del manicomio di Collina Isola erano stati appositamente costruiti per essere destinati a pazienti affetti da specifiche malattie, e per evitare che i malati si contagiassero tra di loro erano isolati gli uni dagli altri. A ciascuno di essi era stato assegnato un nome altisonante di cui pochi conoscevano il significato e di cui molti non sapevano neppure formulare la corretta pronuncia.

In alcuni casi, dal numero di finestre si poteva capire quante persone fossero state ospitate all’interno di ciascun padiglione; più finestre corrispondevano a più stanze, e più stanze significavano un numero maggiore di malati. E più le finestre erano vicine le une alle altre, più piccole erano le stanze che stavano alle loro spalle e più stretti i corpi che vi erano stati rinchiusi.

Ritorno a Collina Isola

In seguito, quando erano passati diversi anni, riuscii a ritornare a Collina Isola, questa volta come turista.

Ricordo che era autunno; ogni zolla di terra era stata capovolta e si vedevano i fianchi spogli dei campi andare a incontrarsi tra di loro intorno agli argini dei piccoli botri, anch’essi completamente nudi, che scorrevano in basso. Non c’era un filo d’erba né un alberello e neppure un cespuglio; solo argilla bianca, bianca come la luna che vi si rispecchiava la notte.

Potei constatare che quello che mi aveva scritto Ascanio era tutto vero. Il manicomio era ormai completamente abbandonato. I muri di cinta erano in gran parte franati e gli edifici, austeri, con i loro pesanti ornamenti, bifore e stipiti prominenti, tetti con larghi spioventi e inserti di mattoni rossi mescolati a larghi paramenti intonacati a calce bianca, avevano tutti un’aria dimessa.

Sinistri buchi neri

Sentii in seguito raccontare che lungo i viali interni dell’ex manicomio si potevano ancora leggere alcuni nomi famosi: Bianchi, Chiarugi, Verga, Zacchia, Krapelin, Morel, Morgagni, Koch, Biffi, Maragliano, Ferri, che detti tutti in fila in questo modo, a uno che non li aveva mai sentiti nominare prima, potevano anche sembrare i nomi di una formazione di calcio. Ma non si trattava di portieri, difensori o centravanti; erano invece i nomi degli edifici dell’ex manicomio di Collina Isola.

Grandi fabbricati austeri che avevano il loro nome impresso sulle facciate. Edifici con i muri scalcinati ma ancora qua e là dipinti di bianco, disposti uno accanto all’altro sul versante nord della collina: fabbricati tutti quanti più o meno abbandonati, alcuni fatiscenti, con delle grandi bifore senza vetri che sembravano occhi accigliati, sinistri buchi neri puntati sulla poca gente che ancora passava da quei viali dismessi.

E iniziarono a smontare la città

Dopo la mia partenza, mi giunsero molte voci riguardo a Collina Isola. C’era chi affermava che vi fossero rimasti ad abitare solo i malati del manicomio; chiunque ci fosse andato non sarebbe più stato in grado di distinguere i matti dalle persone sane di mente, perché ora se ne stavano tutti quanti fuori in giro liberi nel medesimo modo.

C’era chi raccontava invece che si fosse verificato una specie di ammutinamento: alcuni medici e infermieri erano andati via e i matti avevano preso i posti di comando dell’ospedale; una seconda versione della stessa storia affermava che le persone che avevano assunto il comando non erano i matti, ma certi medici che erano un po’ impazziti anche loro a forza di stare là dentro.  

Non riuscii a farmi un’idea certa su cosa davvero stesse accadendo a Collina Isola, fino a quando non ricevetti una lettera da Ascanio, un degente che avevo conosciuto durante il mio ricovero in ospedale. Mi scriveva che nel manicomio erano state rimosse le sbarre, i cancelli e le inferriate e chi voleva se ne poteva andare via.

“Ciao Bruno,

sono venuti gli operai, di notte e hanno iniziato a smontare in pezzi tutta la città, muri, sbarre, portoni, cancelli, inferriate. Tutti ce ne andremo via, pian piano. Tutti potremo andar via.

Sono sicuro che il bosco ricrescerà in mezzo ai giardini e agli edifici, e respirerà ancora, e morirà nuovamente mille volte ancora, senza saperlo.

L’uomo solo sa di vivere e di dover morire ed è per questo che la morte e la vita esistono solo per noi; perché pensiamo, pensiamo troppo.

Ascanio A.”.

L’acqua portava via i bambini

Nel manicomio di Collina Isola il tempo non passava mai. Alla sera seguiva la notte con le sue luci gialle che impallidivano all’alba. Poi arrivavano nuovi mattini e nuove giornate e presto faceva ancora buio, prima che giungesse un nuovo giorno, quasi identico al precedente. Compresi in quegli anni che la morte non è come una faglia che interrompe la linea della vita, ma piuttosto un’ombra che le cammina vicino.

Dopo le mie dimissioni e la partenza da Collina Isola continuarono ad arrivarmi notizie da parte di persone che avevo conosciuto. Con il tempo, però, le notizie diminuirono e io non sapevo più se quelle poche che mi arrivavano fossero vere o false. C’era chi diceva che a Collina Isola non fosse rimasto nessuno; c’era chi giurava che lassù fossero rimasti solo i vecchi, perché i bambini e i ragazzi erano stati portati via dall’acqua che cadeva durante i monsoni – un tipo di vento che prima di allora nessuno sapeva neppure cosa fosse, poiché in quella parte di mondo i monsoni soffiavano soltanto dentro le pagine dei libri o dentro le televisioni. Quell’acqua portava i bambini e i ragazzi verso il fiume e il fiume li portava verso il mare dove poi rimanevano, crescevano, trovavano lavoro e mettevano su famiglia.

Le dimissioni

Fui dimesso dall’ospedale dopo cinque anni di ricovero. Prima di partire, andai a fare una visita di ringraziamento alla chiesa del manicomio. Questa era molto più antica dei fabbricati che le stavano vicino; aveva un portico con sei archi davanti alla facciata che si apriva su un largo piazzale e alle sue spalle c’era un convento con il chiostro e una palma. Sulla facciata della chiesa, in mezzo all’intonaco, vi erano alcune lapidi con iscrizioni latine. Il tetto era ricoperto di vecchi coppi ed embrici macchiati di mille colori e tutto era sovrastato da un piccolo campanile.

All’interno della chiesa filtrava pochissima luce. Là dentro il tempo sembrava essersi fermato. Al suo posto c’era il silenzio; un silenzio che risuonava ancora di umili preghiere e delle invocazioni di chi era stato lì dentro a pregare.

«Signore, Tu lo sai, ho avuto la notte come sorte e come compagni tristi, ammansiti, sommessi poeti coi sedativi nelle braccia. Ora vorrei in dono di non conoscere la paura, e che Tu ascoltassi, veramente, le mie pene».

«Voi, o Dio, ci annegate di ricordi; tardi scende il mare ma noi non scendiamo mai, e il sole e il temporale si spiegano, e poi d’oro nel cielo il sereno riappare, ma per noi l’amore non brilla mai».

«Signore, se veramente non posso fare a meno di vivere tutto questo, dammi almeno un cuore di pietra. Così non si bagneranno di pianto i miei occhi e potrò tenere fisso lo sguardo, fermi la voce e il passo, senza tradire emozioni. Con un cuore di pietra non avrò più paura di niente, né compassione per nessuno; sarò solo, ma basterò a me stesso».

Il faro

Il treno non fu più sostituito. Collina Isola rimase ancor più isolata: per raggiungerla restava un’unica strada carrabile che saliva con stretti tornanti dalla valle. Era una strada che passava in mezzo alle balze di argilla che ogni anno ne inghiottivano qualche tratto: ogni inverno scompariva un tornante, una semicurva o un ponte, che l’anno successivo veniva nuovamente ricostruito nel solito identico modo.

Durante un inverno più cattivo e piovoso del solito, si verificò un numero incredibile di frane; alcune di queste distrussero la strada quasi completamente. Con caparbietà e grandi sacrifici i cittadini di Collina Isola eseguirono i lavori per ripristinarla, ma poco tempo dopo franò di nuovo e alla fine gli abitanti di Collina Isola, stremati da quella lotta impari, si arresero.

La strada restò così sepolta sotto l’argilla e al suo posto rimase solo un piccolo stradello largo poco più di un viottolo. Invece della strada, la cui ricostruzione fu reputata dai governanti dell’epoca troppo costosa, consigliai di costruire un faro di segnalazione; non sarebbe servito per esser visto dalle navi, che continuavano a girare a largo, molto a largo rispetto a quell’isola, ma avrebbe senz’altro garantito che Collina Isola si potesse vedere da tutte le altre città vicine. Quel segnale luminoso sarebbe servito per ricordare a tutti che, anche di notte, anche senza la strada e senza la ferrovia, sulla sommità di quella collina esisteva una piccola città con i suoi abitanti.

La morte del treno

Quando da poco tempo era finita la Seconda Guerra Mondiale, il treno nero a vapore che collegava la cittadina al resto del mondo a un certo punto non ce la fece più ad arrampicarsi lungo le sue pendici. Esalò l’ultimo suo sbruffo di fumo mentre era ormai prossimo alla vetta della collina.

Siccome i cittadini di Collina Isola non avevano i mezzi necessari per spostarlo da dove si era fermato, il treno venne sepolto ai lati della ferrovia con i suoi due fedeli vagoni e come monumento funebre gli fu dedicata una vecchia casa cantoniera diroccata, che si può ancora vedere là vicina al vecchio percorso dei binari.