Aforisma 85 (che è un po’ troppo lungo e forse non è neppure un aforisma)

Mio nonno, nonostante sia vissuto a cavallo di due guerre – e non deve essere stato facile vivere a cavallo di due guerre – trovò una donna, se la sposò e si costruì una famiglia.

E anche mio padre, che è vissuto a cavallo di una guerra sola – ma non deve essere stato uno scherzo neppure vivere a cavallo di una guerra sola – ha conosciuto mia madre, l’ha sposata e si è costruito una famiglia tutta sua.

E io, invece, che ho vissuto a cavallo di qualcosa che neppure ho ben capito cosa fosse – e non è stato facile vivere a cavallo di qualcosa che non sai neppure cos’è – una donna che mi sposasse non l’ho mica trovata.

Senz’altro, sarà stata colpa mia, o di quella cosa che neppure ho ben capito di aver cavalcato.

Può darsi però che dipenda dal fatto che, quando vivi a cavallo di qualcosa che non sai neppure cos’è, di mettere su famiglia e fare figli alla gente importa molto meno. Perché, secondo me, in tempi come questi, alla gente importa un po’ meno di tutto, figurarsi di mettere su famiglia e fare figli.

Ti scrivo, perché il silenzio dimentica in fretta l’eco delle parole

Avrei voluto parlarti di tante cose,

del bene di pochi che non è mai un vero bene,

delle assenze che contano più delle presenze,

dell’Essere – pensiero che illumina il mondo come la luce fa con gli oggetti;

della realtà in noi, che è spesso l’ideale del Nulla,

e del Nulla che è la strada delle anime sole;

degli istanti insuccessivi dove svaniranno il prima e il dopo e con essi si dissolveranno cause e effetti;

e senza cause non ci saranno più colpe e senza colpe scompariranno i colpevoli;

e per questo motivo in eterno vivranno solo gli innocenti.

Di come lasceremo anche lo scorrere continuo del tempo

là dove lasceremo il nostro corpo, con il suo peso, altezza e circonferenza.

Del non-tempo che chiamiamo eternità, dove moriamo e nasciamo tutti insieme

anche se adesso non ce ne possiamo rendere conto.

Dell’eternità che è come la fine di una corsa; tutto si ferma ad eccezione del cuore che batte;

di certi fatti che non dicono niente, mentre altri potrebbero ma non lo fanno,

 e altri ancora che dicono tutto anche standosene zitti.

Del linguaggio che può essere nel solito momento sintetico e naturale,

di come si scrive per ricordare e si legge per dimenticare,

del tempo necessario per imparare a parlare,

e di quello, molto più lungo, che occorre per imparare a stare zitti.

Di come parlando ci muoviamo da un punto all’altro della nostra esistenza,

verso l’infinito, ma se nessuno ci comprende rimaniamo soli nel nostro viaggio.

Delle parole vane che sentiamo stanchezza nel pronunciare,

nel sentirle ripetere da una vita, e forse anche di più.

Avrei voluto raccontarti di come la morte del destino renderà innocente la natura,

e parlarti dell’istante in cui capiremo molto di più del tempo vedendolo finalmente fermo;

della morte che non è una faglia che interrompe la linea della vita

ma un’ombra che le cammina vicina;

e dirti che non è vero che chi non pensa non muore mai,

ma che siamo noi che non viviamo così a lungo per vedere chi muore veramente e chi no.

e di come cercando di cancellare la morte dalla vita rischiamo di cancellare anche la vita;

e ricordarti quanto sia importante imparare a respirare,

per non correre il rischio di morire liquefatti nel mare di cose da fare;

e di come per morire ci voglia comunque una vita intera, anche se breve o solo iniziata.

Di come non sia bello vivere pensando in ogni momento di dover morire,

ma sia ancora più terribile morire pensando di non poter più vivere.

Di come il nostro cervello possa rammollirsi e così pure il cuore, che è molto peggio;

di cancellare la parola “ormai” dal vocabolario

e ricordarti che rassegnazione è anche fare cose inutili sapendo che sono inutili;

Ti avrei voluto dire che non si può avere coraggio se non si ha paura,

ma purtroppo si può avere paura anche senza avere coraggio;

che spesso ciascuno di noi è benvenuto quando è lontano

 ma non sempre lo è quando è vicino,

ed è per questo motivo che l’adozione preferita è quella a distanza.

Di come sia facile essere d’accordo su poche cose con molte persone

e su molte cose con poche persone, ma che d’accordo su tutto non lo sarai mai con nessuno,

neppure quando resterai solo con te stesso.

Che è bene inseguire i nostri sogni prima che siano loro a inseguire noi come incubi e rimorsi,

e che se sarai capace di sollevare i tuoi sogni sopra la nebbia

 che riposa sul fiume della vita ti si riveleranno fiori dai colori insperati.

E infine i bambini; non hanno paura del domani,

perché quando ce l’hanno già non sono più bambini,

e sono belli perché corrono anche se non c’è un motivo,

mentre da adulti si corre solo se ce n’è uno valido

e da vecchi neppure quando ce n’è uno veramente importante.

Del tuo Io che s’infrangerà per natura nella morte ma, se lo vorrai, ancora prima nell’amore.

E molte altre cose avrei voluto dirti,

ma non sapendo se e quando t’incontrerò,

le ho scritte, in modo che un giorno le potrai leggere.

Perché il silenzio dimentica in fretta l’eco delle parole.

Diego Osvaldo Ardiles

Aforisma 74

I libri che parlano di: commissari, poliziotti, assassini, morti ammazzati, avvocati, cani, gatti, animali che parlano come gli uomini, o di come si cucina la roba da mangiare, sono un genere di libri che li trovi sempre in cima a tutte le classifiche dei libri più venduti; e viene da pensare che se, tra duecento o trecento anni, qualcuno cercherà di capire come vivevamo oggi, e per farlo leggerà i titoli dei libri che sono in cima alle classifiche dei libri più venduti, penserà che in questi anni ci doveva essere un mondo pieno di commissari, poliziotti, assassini, morti ammazzati, avvocati, cani, gatti, animali che parlavano come gli uomini, e gente che passava tutto il giorno a cucinare roba da mangiare.

Che, forse, oggi è anche davvero un mondo fatto così.

J. Iobiz

Aforisma (lungo) 73

Fare lo scrittore è un lavoro complicato perché non è che uno scrittore passa tutto il suo tempo a scrivere, e così la gente capisce che fa davvero lo scrittore. Anche quando lavora, e non fa solo finta di lavorare, deve fare altre mille cose come: guardare fuori dalla finestra, pensare, leggere, camminare, fare la punta alla matita, osservare fisso lo schermo del computer, oppure starsene da solo chiuso dentro una stanza; che sono tutte cose che se qualcuno ti guarda, e non sa che sei davvero uno scrittore, può pensare che tu sia soltanto un perditempo che non ha voglia di far niente oppure, nella migliore delle ipotesi, un tizio stravagante a cui piace guardare fuori dalla finestra, pensare, leggere e camminare.

Che per molti è quasi uguale ad essere un perditempo che non ha voglia di far niente.

J. Iobiz