Beati gli ultimi (finale)

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Stamattina, mentre ero in cortile, a un tratto si è aperta la finestra della mia camera e si è affacciato un Generale dell’Armata Rossa. Quando l’ho visto, colto di sorpresa, gli ho detto: «Generale, che ci fa lassù?». Lui mi ha risposto con un tono gentile ma fermo: «Compagno Luigi, cosa vede all’orizzonte?».

«Dove?» gli ho chiesto.

«Là, dietro la collina!» ha urlato lui.

«Generale, dietro la collina non c’è più nessuno… solo silenzio, aghi

di pino e funghi…».

«Ma che cavolo dice, compagno Luigi!».

Io sono rimasto fermo e senza parole.

«Dietro la collina c’è il sole!» ha detto il Generale. «Non lo vede come è già alto? Sa che ore sono? La farò processare per abbandono del posto di lavoro!». Sono rimasto impietrito: già sentivo i passi delle guardie che arrivavano per arrestarmi. Poi ho avuto un sussulto. «Porca miseria, sono già le nove!» ho pensato guardando l’orologio sul comodino, sono sceso in fretta dal letto con la consapevolezza di aver fatto tardi proprio il mio ultimo giorno di scuola. Ho iniziato a vestirmi velocemente quando ho sentito un suono, un suono familiare che proveniva da dietro di me. Era la mia sveglia, quella di tutti i giorni delle sei e cinquanta. Mi sono seduto nuovamente sul letto, con un occhio aperto e l’altro ancora chiuso mentre sentivo il cuore che mi batteva forte e veloce. Ho spostato con una mano i libri che avevo accanto al cuscino. Il primo era un libro di Storia, aperto su una pagina dedicata alla Rivoluzione di Ottobre. Il secondo era quella specie di diario che avevo finito di rileggere la sera prima. Ho messo via il libro e il diario e ho ripetuto la solita routine mattutina.

Ho preso la bicicletta e, come ho fatto ogni mattina per tutti questi anni, sono andato a fare lezione ai miei alunni. Il mio ultimo giorno di scuola. Quando sono passato davanti al porto ho visto i pescherecci fermi, le bancarelle, i furgoni frigo, i camion che andavano e venivano e i grandi gabbiani che stazionavano sulla banchina. Più avanti c’era un piccolo gruppo di curiosi. Nella notte era arrivata un’altra nave carica di profughi; erano in corso le operazioni di sbarco e il molo era occupato, come accade sempre in questi casi, da uomini della polizia, ambulanze e mezzi di soccorso. C’erano anche dei bambini piccoli tenuti in braccio o per mano dalle loro mamme. Mi sono fermato a guardare. Poi sono ripartito per andare a scuola, il mio ultimo giorno di lavoro.

Ottobre è un mese davvero strano, forse perché fa diventare ricordo i mesi estivi appena trascorsi. Oggi è una giornata fredda e luminosa e il vento durante la notte ha ripulito il cielo da quasi tutte le nubi. Ne sono rimaste solo poche, intirizzite e immobili lassù in alto; intorno a loro gli aerei si rincorrono veloci, senza prendersi mai. È un vero spettacolo questo cielo, così azzurro e luminoso, che se ti fermi a guardarlo rischi di rimanere lì incantato e dimenticarti delle cose che devi fare, come per esempio andare a scuola, anche se questo è il tuo ultimo giorno di scuola.

J. Iobiz

Piccola storia di un vecchio seduto su una panchina (1)

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C’è un vecchio seduto sulla panchina ai margini della strada nazionale. È solo, con lui c’è soltanto la nebbia. Ciò che la nebbia nasconde ai suoi occhi sono dei muri alti di mattoni che corrono ai lati della strada statale, dove una volta c’era una fabbrica, alcuni palazzi squadrati e un po’ tristi, una fila di platani e, più lontano, due alti pini.

Il vecchio è uno dei tanti che si vedono in città; magari non è facile descriverli perché raramente ci si sofferma a osservarli, ma sembra, anzi è proprio uguale ad uno di loro.

La visibilità è minima, e solo il minuto è visibile; sfuma invece l’orizzonte e fumano davanti a quel vecchio gli scarichi degli autobus, che da lì partono per andare in città. Al loro passaggio il vecchio è ogni volta investito da ventate di aria calda, umida e sature di gasolio bruciato.

Forse l’odore potrebbe spiegargli meglio l’origine di quel vento caldo ma ormai lui non sente più né olezzi né fragranze; forse è per questo motivo che si domanda da dove possa venire quell’aria calda. Sarà forse il vento? Sarà scirocco?

E se fosse veramente vento di scirocco, chissà allora quali tetti, case, angoli e cortili avrà già sfiorato prima di arrivare lì; e quali persone avrà accarezzato, o baciato o spettinato quel giorno stesso o i giorni prima. Chissà se si sarà levato presto al mattino o tardi nella notte, se avrà increspato il mare e scavato visi o mani portando con sé il profumo, l’odore e il sudore di quelle mille persone lontane, asciugamani stesi al sole, capelli bagnati e corpi nella sabbia.

Il vento soffia anche se non ha polmoni suoi, e lo fa usando l’alitare imprestato da luoghi lontani dai quali raccoglie qualcosa strada facendo, così come fa una valanga rotolando sulla neve fresca.

Chi può sapere quante cose durante il viaggio avrà già raccolto il vento quella mattina, prima di arrivare lì da lui, dal quel vecchio seduto a ridosso della strada nazionale.

Magari, se quel vento avesse una voce e parlasse una lingua comprensibile, chissà quali storie potrebbe raccontargli: sabbie rosse, dromedari, nomadi, carovane e petrolio, piste e fuori strada, autostrade e periferie lontane, bombe e dittatori, califfi e profughi, sultani e terroristi.

Purtroppo il vento soffia, fischia, ulula, ma non parla; al massimo spiega le vele alle navi e al mare arruffa le onde, quando questo è agitato – e se è agitato il mare figurarsi tutti quelli che ci stanno sopra, chiusi dentro ai barconi in cerca di fortuna, senza che nessuno abbia mai spiegato loro qualcosa riguardo al mare né su quando è mosso, né sugli effetti dei flutti sulla chiglia e il bagnasciuga.

(continua)