Come mi sono liberato del mio autore (3)

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Incontrando Eva (dalle parole di Monica Boreca).

La difficoltà più grande è stata quella di liberarsi dei suoi amici e rimanere da soli, in modo che l’Autore potesse spiegare ad Eva il motivo di quella visita. Il locale era pieno di giovani che sorseggiavano birra, vino e superalcolici fumando sigarette arrotolate; è un vecchio cinema dismesso riadattato a pub al quale si accede da una corte dove sono sistemati una ventina di tavoli. Quella parte di città è piena di locali simili dove si ritrovano la sera giovani dai  venti ai quarant’anni.

Pensando all’ambiente in cui si sarebbero incontrati l’Autore ha scelto di vestirsi in modo diverso dal solito e ha optato per un abbigliamento casual, scarpe sportive running, un cappotto grigio spigato, una sciarpa giallo ocra, un berretto da baseball americano e occhiali da sole scuri.

Non appena sono rimasti soli, l’Autore ha formulato anche a lei lo stesso quesito che aveva già in precedenza esposto al professore, suo padre, e a Ivanka. Lei però lo ha colto in contropiede perché, con una reazione inaspettata, ha esordito con una specie di arringa contro di lui: «Come è prevedibile il suo modo di pensare, scontato e antiquato. È mai possibile che al giorno d’oggi uno ambisca a fare lo scrittore, perché di questo si tratta, e non riesca a liberarsi di schemi obsoleti e superati? Lo sa, mi fa quasi compassione. Quale importanza può avere inserire per forza nel romanzo il ruolo del cattivo? Pensa che questo possa dare qualità alla sua storia? Che cavolate! E poi, perché viene a chiederlo proprio a me? Ha a disposizione una badante che sembra una spia russa che fa finta di essere una monaca, un vecchio professore sempre mezzo ubriaco, un giovane tossicomane che vive come un gatto randagio e viene a fare a me codesto genere di domande?».

L’Autore ha dovuto far ricorso a tutta la sua pazienza ed alla buona disposizione d’animo che ha nei confronti della ragazza per farla calmare e spiegarle i motivi profondi del problema che le ha appena esposto.

«Guarda Eva, che da Caino a Hitler non è cambiato niente, è solo una questione di strumenti usati e quantità di persone coinvolte; il male esiste e lasciarlo fuori dal romanzo servirebbe solo a renderlo meno attendibile e più falso».

«Lo so bene ma non è codesto il punto. Io le mie scelte le ho già fatte e so da quale parte stare; lei non può venire qui a farmi domande di questo tipo. Io sono fatta così, e lei dovrebbe saperlo bene, quindi non può pretendere di distorcere questa storia. Lei ha solo un’unica possibilità, e cioè scriverla. Se non ne è capace si arrenda, faccia qualcos’altro, giochi a bowling, suoni il pianoforte o sparisca nelle profondità della terra, a me non importa nulla!». Eva a quel punto si è alzata in  piedi, ha riposto il telefono nella borsa ed è rimasta un istante ferma a osservare l’Autore dall’alto in basso.        

«La realtà è che il male è dentro di noi», le ha detto lui, «l’orso e l’agnello convivono in ciascun essere umano e dipende solo a chi decidiamo di dare la maggiore quantità di cibo; e questo purtroppo non è una questione così personale come potrebbe sembrare». Poi ha allungato, nel modo più delicato di cui è capace, una mano fino a prenderle l’avambraccio e ha aggiunto: «Non importa che tu me lo dica adesso. Pensaci e poi magari me lo fai sapere; mi puoi telefonare e ci possiamo incontrare oppure puoi inviarmi una mail».

Lei ha allontanato lentamente il braccio dalla presa dell’uomo, ha stretto le  spalle e ha detto: «Okay, mi faccio viva io». Poi si è diretta verso l’uscita, ma dopo aver fatto alcuni passi si è nuovamente fermata, si è voltata e ha urlato: «Si ricordi di pagare il conto delle bevute» ed è scomparsa.

A questo punto rimaneva solo Jakob.

Monica Boreca

Come mi sono liberato del mio autore (2)

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(Prosegue il racconto di Monica Boreca)

A Ivanka, l’Autore si è dovuto avvicinare con cautela; seppure ancora giovane lei ha il corpo e l’anima già segnati da molte esperienze. Il suo è uno sguardo ormai disincantato sul mondo e, nonostante i suoi quarant’anni, sembra che non rincorra più nessuna meta. È come se avesse fatto un accordo con il proprio destino dove entrambi, sia lei che il destino, rinunciando a qualcosa di importante avessero ottenuto in cambio quello che più stava loro a cuore, e cioè l’ultima parola sul futuro. Un parola condivisa e ormai nota a entrambi.

La sensazione che si ha osservando il suo sguardo e il suo modo di muoversi, sempre misurato e gentile, è che lei sappia in anticipo ciò che sta per accadere. Certo, è solo una sensazione, non si sono verificati fatti o circostanze che possano far pensare che lei sia capace di conoscere effettivamente cosa accadrà ma si comporta come se ne fosse in grado. La sua vita attuale è molto ritirata, quasi monastica: vive praticamente reclusa in casa del professore dove peraltro sembra essersi ambientata benissimo. A lui non fa mancare niente ma si concede anche molti momenti di relax. Ormai è l’unica persona che sfrutta il giardino e lo fa come se fosse la padrona di casa; cura le rose, accudisce i pochi alberi da frutto e, quando la stagione lo consente, passa alcune ore del pomeriggio a prendere il sole in costume da bagno leggendo uno dei libri della biblioteca del professore.

L’Autore, non avendo quindi molte possibilità di incontrarla, ha ritenuto che l’unico modo per mettersi in contatto con lei fosse il telefono. La casa del professore ha un telefono fisso al quale risponde quasi sempre lei e se la chiamata è per il professore gliela passa nel suo studio, in camera o in biblioteca. Ivanka ha però anche un cellulare che usa pochissimo e sul quale riceve una o due telefonate al mese. Sul quel cellulare ha provato a contattarla l’Autore.

Inizialmente, lei non voleva parlargli; nutre del risentimento nei suoi confronti perché lo ritiene, forse non del tutto a torto, responsabile di alcune vicende dolorose che l’hanno coinvolta in passato. Ad ogni modo, seppure accolto con freddezza, l’Autore è riuscito a spiegare a Ivanka qual era il motivo della sua telefonata e ha chiesto anche a lei di fargli conoscere il suo punto di vista su come vedeva lo sviluppo della trama e quale ruolo fosse disposta ad assumere. Lei ha preso un po’ di tempo per decidere e ha detto che farà avere la sua risposta tramite un messaggio sul telefono o una mail, e lui è ancora in attesa di ricevere sue notizie. 

È stata quindi la volta di Eva. Con lei è stato molto più facile. L’Autore le ha dato appuntamento in un locale che la ragazza frequenta abitualmente, l’Irish Pub di Piazza Incardona, ed Eva ha subito acconsentito a incontrarlo e adesso è lì che è diretto.

Monica Boreca

Come ho fatto fuori il mio autore

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Mi chiamo Monica Boreca e sono la compagna dell’autore che ha creato, insieme a molti altri, anche il personaggio di nome Jakob Iobiz. Non chiedetemi se sono reale oppure no; per convenzione, qui tutto è finzione e solo le parole scritte sono realtà.

Mi trovo qui per raccontare quello che è accaduto una notte di qualche tempo fa. Me lo ha chiesto Jakob, e non solo lui.

L’autore, che chiamerò semplicemente Autore, era seduto di fronte al suo computer; la bottiglia di whisky era quasi finita e doveva per forza uscire a comprane un’altra, almeno di non rimanere il resto della notte senza bere rinunciando così all’unico aiuto di cui disponeva per sciogliere il fastidioso dilemma che lo stava assillando.

Scrivendo un romanzo si era ritrovato con quattro personaggi, un vecchio professore di nome Arturo Maria Stori, la sua badante Ivanka, Eva, la figlia del professore e Jakob, il compagno di Eva, ma era indeciso su come far proseguire la trama. Sapeva però di non poter disporre a proprio piacimento della vita di questi quattro personaggi perché, come accade quasi sempre, l’Autore stava solo facendo finta di inventarsi la storia; in realtà il racconto era già tutto ben delineato e lui doveva solo essere in grado, se ne era capace, di tradurlo in una lingua decente e metterlo nero su bianco. Per questo motivo ritenne di dover interpellare direttamente i protagonisti per avere una conferma che la strada che stava per intraprendere fosse effettivamente quella che lo avrebbe condotto al finale della storia senza perdersi in digressioni e linee secondarie che avrebbero  impoverito il romanzo.

Per primo aveva deciso di parlare con il professor Storti, il più affabile dei quattro, incontrandolo durante uno dei sogni che egli faceva ogni notte. Poi avrebbe fatto visita a Ivanka e subito dopo si sarebbe recato in centro per trovare Eva; a quel punto non gli sarebbe rimasto che cercare Jakob.

Il professor Storti stava percorrendo con una decappottabile rossa una strada che attraversava i crinali di colline punteggiate da vigneti, cipressi e oliveti. Qua e là si vedevano dei casolari di pietra e tortuose strade bianche che attraversavano la campagna come fossero vene della terra. Per essere solo un sogno non era affatto male, la temperatura era mite, il cielo pieno di rondini che volavano in modo disordinato, l’orizzonte sgombro ed il traffico modesto.

L’Autore lo chiamò al telefono: «Professore mi sente?».

«…».

«Sono io».

«Ah, sì non l’avevo riconosciuta».

«Vorrei parlare dieci minuti con lei; la sto aspettando al bar del prossimo distributore di benzina. Non importa che entri all’interno del bar, non appena la vedrò arrivare verrò io da lei».

«Va bene, allora a tra poco».  

Passarono solo pochi minuti e l’Autore vide entrare nell’area di servizio la decapottabile rossa. Fece un cenno con la mano e il professore effettuò una deviazione per andargli incontro. Lui salì in macchina; si accomodò sul sedile posteriore perché quello anteriore era occupato da Claudia, la moglie del professore. Dopo un breve e informale saluto, arrivò subito al dunque: «Vede, caro professore, in ogni storia che si rispetti ci deve essere uno dei personaggi che interpreta il ruolo del cattivo», disse mentre l’auto si immetteva nuovamente sulla strada che stava percorrendo in precedenza, «anzi, ce ne possono essere anche più di uno, ma mai nessuno. So che questa domanda potrà sembrarle indiscreta o in qualche modo, forse, anche arrogante, ma… ».

L’Autore non riuscì a completare la frase che stava pronunciando perché il suono del clacson di un camion immediatamente seguito dal rumore di lamiere e cristalli che si infrangevano contro altre lamiere e altri cristalli interruppe il sogno.

Il professor Storti si sollevò a sedere sul letto; aveva il cuore che batteva a oltre cento pulsazioni al minuto ed era immerso in un bagno di sudore.

«Claudia! Claudia! Il camion!» urlò.

Claudia non rispose, e non poteva rispondere poiché era morta, proprio in un incidete simile, diversi anni prima in un vecchio romanzo, peraltro poco fortunato. Arrivò in camera Ivanka, la badante.

«Professore, cosa è successo? Ha di nuovo fatto un brutto sogno?». 

«Sì, ancora una volta, abbia pazienza Ivanka, sono un vecchio stupido».

«Prenda», disse lei mentre gli porgeva un bicchiere di acqua e una compressa che aveva preso da una scatola sul comodino.

«Grazie, Ivanka. Sa, è successo nuovamente. Mentre sto sognando di viaggiare in auto, arriva un uomo, uno che mi sembra di conoscere ma che invece non so chi sia. Non posso fare altro che fermarmi a parlare con questo sconosciuto ma è una cosa che mi fa stare male. E ogni volta il sogno si trasforma in un incubo, il solito incubo».  

«Professore», disse Ivanka, «mi metto qui sul divano e aspetto che si riaddormenti».

«Grazie Ivanka, come farei senza di lei».

Che bel pasticcio aveva combinato l’Autore. Qualcuno potrà anche accusarmi di aver mentito, nel senso che da come ho messo insieme le parole poteva sembrare che fosse la prima volta che egli cercava di entrare in contatto con il professore, e invece era già accaduto. Pare che questa circostanza non fosse mai stata riportata dall’Autore – e quindi anch’io ne ero all’epoca all’oscuro – solo perché non la riteneva una faccenda importante. Be’, comunque adesso lo sapete e immaginerete anche che se aveva già provato con Martin, senz’altro aveva fatto la medesima cosa anche con gli altri tre: ed è la verità. Quello che non sapete, però, è qual era stata la loro reazione.

Monica Boreca