Come ho fatto fuori il mio autore

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Mi chiamo Monica Boreca e sono la compagna dell’autore che ha creato, insieme a molti altri, anche il personaggio di nome Jakob Iobiz. Non chiedetemi se sono reale oppure no; per convenzione, qui tutto è finzione e solo le parole scritte sono realtà.

Mi trovo qui per raccontare quello che è accaduto una notte di qualche tempo fa. Me lo ha chiesto Jakob, e non solo lui.

L’autore, che chiamerò semplicemente Autore, era seduto di fronte al suo computer; la bottiglia di whisky era quasi finita e doveva per forza uscire a comprane un’altra, almeno di non rimanere il resto della notte senza bere rinunciando così all’unico aiuto di cui disponeva per sciogliere il fastidioso dilemma che lo stava assillando.

Scrivendo un romanzo si era ritrovato con quattro personaggi, un vecchio professore di nome Arturo Maria Stori, la sua badante Ivanka, Eva, la figlia del professore e Jakob, il compagno di Eva, ma era indeciso su come far proseguire la trama. Sapeva però di non poter disporre a proprio piacimento della vita di questi quattro personaggi perché, come accade quasi sempre, l’Autore stava solo facendo finta di inventarsi la storia; in realtà il racconto era già tutto ben delineato e lui doveva solo essere in grado, se ne era capace, di tradurlo in una lingua decente e metterlo nero su bianco. Per questo motivo ritenne di dover interpellare direttamente i protagonisti per avere una conferma che la strada che stava per intraprendere fosse effettivamente quella che lo avrebbe condotto al finale della storia senza perdersi in digressioni e linee secondarie che avrebbero  impoverito il romanzo.

Per primo aveva deciso di parlare con il professor Storti, il più affabile dei quattro, incontrandolo durante uno dei sogni che egli faceva ogni notte. Poi avrebbe fatto visita a Ivanka e subito dopo si sarebbe recato in centro per trovare Eva; a quel punto non gli sarebbe rimasto che cercare Jakob.

Il professor Storti stava percorrendo con una decappottabile rossa una strada che attraversava i crinali di colline punteggiate da vigneti, cipressi e oliveti. Qua e là si vedevano dei casolari di pietra e tortuose strade bianche che attraversavano la campagna come fossero vene della terra. Per essere solo un sogno non era affatto male, la temperatura era mite, il cielo pieno di rondini che volavano in modo disordinato, l’orizzonte sgombro ed il traffico modesto.

L’Autore lo chiamò al telefono: «Professore mi sente?».

«…».

«Sono io».

«Ah, sì non l’avevo riconosciuta».

«Vorrei parlare dieci minuti con lei; la sto aspettando al bar del prossimo distributore di benzina. Non importa che entri all’interno del bar, non appena la vedrò arrivare verrò io da lei».

«Va bene, allora a tra poco».  

Passarono solo pochi minuti e l’Autore vide entrare nell’area di servizio la decapottabile rossa. Fece un cenno con la mano e il professore effettuò una deviazione per andargli incontro. Lui salì in macchina; si accomodò sul sedile posteriore perché quello anteriore era occupato da Claudia, la moglie del professore. Dopo un breve e informale saluto, arrivò subito al dunque: «Vede, caro professore, in ogni storia che si rispetti ci deve essere uno dei personaggi che interpreta il ruolo del cattivo», disse mentre l’auto si immetteva nuovamente sulla strada che stava percorrendo in precedenza, «anzi, ce ne possono essere anche più di uno, ma mai nessuno. So che questa domanda potrà sembrarle indiscreta o in qualche modo, forse, anche arrogante, ma… ».

L’Autore non riuscì a completare la frase che stava pronunciando perché il suono del clacson di un camion immediatamente seguito dal rumore di lamiere e cristalli che si infrangevano contro altre lamiere e altri cristalli interruppe il sogno.

Il professor Storti si sollevò a sedere sul letto; aveva il cuore che batteva a oltre cento pulsazioni al minuto ed era immerso in un bagno di sudore.

«Claudia! Claudia! Il camion!» urlò.

Claudia non rispose, e non poteva rispondere poiché era morta, proprio in un incidete simile, diversi anni prima in un vecchio romanzo, peraltro poco fortunato. Arrivò in camera Ivanka, la badante.

«Professore, cosa è successo? Ha di nuovo fatto un brutto sogno?». 

«Sì, ancora una volta, abbia pazienza Ivanka, sono un vecchio stupido».

«Prenda», disse lei mentre gli porgeva un bicchiere di acqua e una compressa che aveva preso da una scatola sul comodino.

«Grazie, Ivanka. Sa, è successo nuovamente. Mentre sto sognando di viaggiare in auto, arriva un uomo, uno che mi sembra di conoscere ma che invece non so chi sia. Non posso fare altro che fermarmi a parlare con questo sconosciuto ma è una cosa che mi fa stare male. E ogni volta il sogno si trasforma in un incubo, il solito incubo».  

«Professore», disse Ivanka, «mi metto qui sul divano e aspetto che si riaddormenti».

«Grazie Ivanka, come farei senza di lei».

Che bel pasticcio aveva combinato l’Autore. Qualcuno potrà anche accusarmi di aver mentito, nel senso che da come ho messo insieme le parole poteva sembrare che fosse la prima volta che egli cercava di entrare in contatto con il professore, e invece era già accaduto. Pare che questa circostanza non fosse mai stata riportata dall’Autore – e quindi anch’io ne ero all’epoca all’oscuro – solo perché non la riteneva una faccenda importante. Be’, comunque adesso lo sapete e immaginerete anche che se aveva già provato con Martin, senz’altro aveva fatto la medesima cosa anche con gli altri tre: ed è la verità. Quello che non sapete, però, è qual era stata la loro reazione.

Monica Boreca

6 pensieri su “Come ho fatto fuori il mio autore

  1. Più che farlo fuori… fisicamente con sto effetto rewind… ogni volta … è la lobotomizzazione ( si può dire così ? ) la causa del decesso dell’autore ma cerebrale cavolo. Attenderò i nuovi eventi 😊
    Ps: egregia Monica… scrive divinamente, chiara, ed esaustiva ( una vita che non usavo questo termine… ) grazie!

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