Ho deciso che smetterò di scrivere!

E la colpa è del mio lettore ideale. Anzi della mia lettrice ideale; improvvisamente è scomparsa!

Quella che stava seduta di fronte a me mentre scrivevo, che mi seguiva nelle mie elucubrazioni e digressioni senza mai perdere il filo del discorso e della storia; quella che mi accompagnava e con la sua presenza era in grado di suggerirmi i sentieri da percorrere; il suo taciturno lavoro è stato per me indispensabile (Talvolta ho dubitato che non fosse lei ad essere la mia lettrice ideale ma piuttosto io il suo scrittore ideale. In una cosa certamente eravamo uguali: ambedue ideali, l’uno per l’altra. Forse troppo ideali).

Ad ogni modo, se mai esisterà ancora un mio lettore ideale vorrei che fosse come era lei, una lettrice che adora leggere molti libri ed è alla continua ricerca di qualcosa di nuovo e originale; una ragazza che ama tutti i generi letterari ma preferisce la letteratura non di genere; che in libreria si perde tra saggistica e narrativa seguendo traiettorie immaginarie che solo lei è in grado di vedere.

Ma adesso basta con le chiacchiere inutili.

Dovunque sia finita, deve sapere che ho preso una decisione importante: crede di essere stata lei ad abbandonare me? Niente affatto, sono io che ho deciso di cancellarla! Ucciderò la mia lettrice ideale; non so ancora esattamente come ma sento che è arrivato il momento di farla finita. Non ci sarà spargimento di sangue, non è necessario nel mondo ideale ci si uccide in modo incruento.

Comunque ho deciso che lei non mi serve più, non ne ho più bisogno; anzi la sua presenza potrebbe solo inquietarmi: ma cosa vuole da me? Non faceva altro che dirmi: «Sono qui!», e poi: «Erano giorni che non ti vedevo più!» oppure «Lo sai che non puoi scrivere niente senza che ci sia io ad ascoltarti».

Adesso c’è una novità: non voglio più scrivere nulla; mi arrendo. Non ne ho più voglia,  non so più cosa scrivere e credo sia meglio così.  Mi dispiace per lei ma sono convinto che troverà presto un altro autore ideale con cui consolarsi. È giovane, ama leggere e ha tanti interessi, sono sicuro che non sarà difficile. Il mondo è pieno di persone che scrivono e pubblicano libri di qualsiasi genere; il mondo è pieno di autori che hanno estremo bisogno che ci sia qualcuno ad ascoltare quello che scrivono. Il mondo è pieno di tutto.

Se lo desidera le potrò dare qualche nome e indirizzo. E così potrà rinascere non appena sarà morta dalle sue stesse ceneri e ricominciare a fare quello che ha sempre fatto.

Anche se devo dire che un po’ mi dispiace. Mi dispiace perché mi ci ero affezionato e so che mi mancherà; e mi dispiace perché c’era una ultima storia che volevo raccontare. Mi sembra una storia carina. Ormai che siamo qui la racconto.  

È quella di un Dio che si arrabbia con gli uomini per tutte i casini che combinano senza mai prestare ascolto alle sue parole e ai suoi ammonimenti e perciò decide di punirli; stanco delle cavallette e di altre piaghe simili, cerca di inventarsi qualcosa di nuovo. Pensa e ripensa, decide di far piovere sulla terra la confusione tra destra e sinistra. Essendo tuttavia un Dio misericordioso decide di lasciare almeno un termine sostitutivo per indicare destra e sinistra e opta per di qua e di là. In tutto il mondo, improvvisamente, spariscono dai vocabolari, dai manuali d’istruzione e dal cervello delle persone queste due semplici parole: destra e sinistra. Ne segue un caos tremendo. Il traffico stradale va immediatamente in tilt; anche i voli aerei sono sospesi così come si arrestano le rotte di navigazione. Ma ci sono conseguenze enormi anche negli ospedali; regna la confusione nei Pronto Soccorso, nei reparti di ortopedia, negli studi dentistici, ma anche nelle case di abitazione, nelle scuole, nei campi di calcio, di rugby, di basket e di altri sport. In una parola tutto il mondo piomba nella confusione.

Trattandosi di un Dio veramente buono, quando vede tutto questo, anche se ha dalla sua parte tutte le ragioni del mondo, si pente della punizione che ha comminato agli uomini e la elimina. Tutto ritorna come prima. È stato come un piccolo mancamento ma il mondo si riprende immediatamente; riparte il traffico stradale, riprendono i voli aerei e quelli marittimi, le partite momentaneamente sospese nei campi da gioco e tutto sembra tornato normale.

Ma non proprio tutto torna come prima perché, forse involontariamente, un po’ di confusione rimane; un po’ come la polvere che si annida nei luoghi più chiusi e nascosti ed è renitente anche alle pulizie più meticolose.

Sì, perché è solo in questo modo, immaginando questo improvviso e momentaneo mancamento, che riesco a spiegarmi cosa possa essere accaduto nella mente dei politici che non sanno più distinguere la destra dalla sinistra e se ne vanno tranquillamente di qua e di là  senza mostrare nessuna vergogna.

Ecco fatto.

Con queste righe credo di aver ucciso per sempre la mia lettrice ideale. Lei non si sarebbe mai aspettata da me una cosa simile. Forse, fino a un certo punto, mi ha anche seguito ma poi deve essere caduta esangue.

Le auguro buona fortuna e di trovare presto un nuovo scrittore ideale che la faccia sognare viaggiando sulle ali della fantasia come ho cercato di fare io in questi anni senza infangarle con la tristezza delle cronache quotidiane

(Ovviamente è solo un racconto, non ho per nulla intenzione di smettere di scrivere).

J. Iobiz

Decalogo dello scrittore, secondo me.

  1. Leggere molto
  2. Imparare a scrivere
  3. Imparare a scrivere bene
  4. Imparare a scrivere racconti e romanzi
  5. Imparare a scrivere bene racconti e romanzi
  6. Scrivere un bel romanzo.
  7. Cercare case editrici che pubblicano racconti e romanzi (e non solo bei romanzi)
  8. Inviare il proprio manoscritto a una o più case editrici (facendo in questo caso molta attenzione all’uso del “copia e incolla”)
  9. Aspettare.
  10. Imparare a vendere un libro, che non è detto sia davvero anche un bel romanzo.
  • La numero 10 è la cosa più importante

Abbiamo tutti un blues da piangere (2)

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Nelle città dove mi reco per partecipare a una conferenza di solito trascorro almeno una notte. Al mattino seguente, ad attendermi fuori dall’albergo trovo un taxi che mi accompagna all’aeroporto o alla stazione e durante il tragitto vengo a sapere qual è la mia nuova destinazione. Molte volte mi domando chi organizza in questo modo tutte le mie giornate, ma non so rispondermi. Ho provato a fare qualche domanda agli uffici preposti e ho scoperto che la società per la quale lavoro nel frattempo è cambiata. Non è una novità, già in passato si è trasformata varie volte: cambia il nome, vengono sostituiti i dirigenti, il personale, la sede ma la procedura rimane inalterata.

Arrivo nel luogo dove si tengono le conferenze, espongo alcuni casi e poi rimango lì a far finta di ascoltare gli altri che parlano. A volte rispondo a qualche domanda, altre volte non ci sono domande e queste sono le volte che preferisco. Incontro molta gente di età e provenienza diversa; solo una persona, quella che a me interesserebbe di più ritrovare, non vedo mai.

Ieri pensavo che sarebbe venuta, ma mi sono sbagliato ancora una volta. C’erano moltissime persone; mi hanno detto che uno dei relatori, un giovane ricercatore, è molto noto qui in città. In sala erano presenti tutti i suoi parenti e poi gli amici, gli amici degli amici, gli amici dei parenti e i parenti degli amici, e poi i parenti dei parenti, insomma c’era un mucchio di gente. Tuttavia la sala non era completamente piena con un’unica eccezione. Nella terza fila, a destra, c’era una poltroncina vuota. L’ho notata subito e ho pensato fino all’ultimo momento che fosse quello il posto che era stato riservato a lei. Durante la serata, ho guardato più volte verso l’entrata per vedere se arrivava, ma la poltroncina è rimasta vuota per tutto il tempo della conferenza. Quinta poltroncina, terza fila a destra: una poltroncina rossa, comoda, vuota. L’ho tenuta d’occhio tutta la sera. Alla fine, quando tutti sono andati via, ho raccolto le mie cose e sono andato  a sedere in quella poltroncina vuota; quinta poltroncina della terza fila a destra. Una comoda poltroncina rossa. Quanto ho desiderato vedere lei che entrava e poterla seguire con lo sguardo mentre andava a sedersi su quella poltroncina; la quinta poltroncina della terza fila a destra.

Quanto desidero poter almeno sapere se lei esiste veramente o se invece si tratta solo di un sogno, un sogno che come un fantasma ormai mi accompagna silenzioso. È passato molto tempo, tanti anni, troppi, da quando lei è scomparsa dalla mia vita. All’inizio ero riuscito a convincermi che si trattava solo di un sogno. Poi è diventata un’ossessione. Ho provato a rincorrerla, ma quell’ossessione andava troppo veloce. Non soltanto si è allontanata da me fino a scomparire dietro l’orizzonte ma deve aver fatto anche un giro completo della terra, perché dopo qualche anno mi è ricomparsa alle spalle. E mi sono reso conto che non ero più io a rincorrere lei ma era lei che rincorreva me. È in questo modo che è diventata una specie di incubo.

Poi oggi sono arrivato qui, e per la prima volta ho letto tutta questa vicenda da un punto di vista diverso. Ho avvertito quasi subito che questo luogo è diverso da tutti gli altri; mi ha fatto ritornare in mente qualcosa, non lo so esattamente, ma è una specie di déjà-vu. Quando è finita la conferenza, e le persone erano già quasi tutte andate via, ho incontrato un vecchio compagno di studi che non vedevo più da tanti anni e gli ho parlato di questa mia impressione. Lui, a quel punto, mi ha raccontato una storia e il suo racconto non ha fatto altro che dare maggiore forza a certe idee che mi girano da stamattina per la testa.

(continua)

J. Iobiz

Abbiamo tutti un blues da piangere (1)

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Ieri sera ho sentito alle mie spalle una voce che mi sembrava proprio quella di lei. «Scusi signore, dobbiamo chiudere», ha detto. Invece era una cameriera.

«Certo, chiudete pure» le ho risposto.

«Per cortesia, deve uscire».

«Ok».

«Signore, si sente bene?».

«Sì, sì, va tutto bene… tutto bene. Le posso fare una domanda?», ho chiesto alla ragazza, e senza attendere la risposta ho detto: «Lei ha un sogno?». Mi ha guardato con uno sguardo stanco ed è rimasta in silenzio. «Se ne ha uno non se lo lasci scappare, gli corra dietro…».

Lei ha ripetuto la solita domanda: «Signore, si sente bene?».

«Sì, tutto okay». Mi sono alzato, sono uscito dal bar dell’albergo e sono salito in camera. Ho bevuto un ultimo bicchiere e sono andato a dormire.

Questa è la mia vita. Ogni sera disfaccio la valigia in un albergo diverso, in una città diversa; mangio in un ristorante diverso, per la verità quasi sempre i medesimi piatti, bevendo le solite cose. Il mattino seguente, dopo aver fatto la doccia, scendo per la colazione, poi rifaccio la valigia e riparto. Talvolta non so neppure per dove. E così ogni giorno mi sembra uguale a tutti gli altri e ho la sensazione di fare sempre le medesime cose, anzi, di aver sempre e solo fatto le medesime cose.

Nella mia vita ricordo di avere svolto sempre e solo l’attività di consulente. Continuo ancora a lavorare per la stessa grande compagnia e questa attività mi ha tenuto interamente occupato per molti degli ultimi anni. Adesso, però, non ce la faccio, sono proprio a pezzi. Queste maledette conferenze mi stanno uccidendo; è da molto tempo, non saprei neppure più dire da quanto tempo, che giro per il mondo per partecipare a incontri e dibattiti. In tutti questi anni di attività ho fatto molta esperienza; forse è per questo motivo che continuano a chiamarmi per tenere conferenze. E io vado, e ovunque spiego e racconto nei minimi particolari quello che sono riuscito a scoprire in tutti questi anni di lavoro.

(continua)

J. Iobiz

  • Il titolo del racconto, Abbiamo tutti un blues da piangere, è ripreso da quello del secondo album dei Perigeo, pubblicato dalla RCA Italiana nel 1973.

Racconto di Maremma (fine)

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Il figlio di Costantino,  quando il notaio gli spiegò che i debiti da pagare erano superiori al valore dell’azienda agraria, rinunciò all’eredità. Da allora tutto è in stato di abbandono:  il bosco si è preso la rivincita e ha invaso i campi e le corti delle case.

Lo zio Costantino, che era proprietario di tutti i terreni della valle, in passato era stato processato per aver eseguito abusivamente dei tagli del bosco e c’era mancato poco che finisse in carcere; al penitenziario fu rinchiuso, invece, per una rissa con un tizio in paese. Questi fu portato all’ospedale con delle gravi lesioni e denunciò lo zio Costantino che fu arrestato. Prima di allora, gli era già accaduto di aver a che fare con la legge, ma se l’era sempre cavata senza troppe conseguenze.

Una volta lo avevano accusato di aver sepolto decine di pecore morte in un terreno vicino al torrente; un’altra volta di aver ospitato sulla sua proprietà delle persone che erano ricercate dalla polizia; un’altra ancora pare avessero trovato in un terreno di sua proprietà del materiale rubato: pezzi di trattori e attrezzatura agricola. Tutte le volte era riuscito a uscirne pulito grazie all’aiuto di un suo amico avvocato che evidentemente doveva essere un bravo avvocato.

Il bosco arrivava quasi fino al mare e ne parlarono tutti quanti; fecero diversi articoli sui giornali ma poi la cosa finì lì. Ma per la rissa in paese, una mattina, poco dopo l’alba, vennero i Carabinieri a prenderlo e lo portarono in carcere dove rimase diversi mesi.  Quel giorno ero là con mio padre, e c’ero anche il giorno in cui successe il fatto di Laura, la figlia di Costantino. Lui non se lo perdonò mai, perché accadde proprio mentre era recluso.

Cosa aveva pensato Laura nessuno può saperlo. Si era portata tutto con sé. Neppure un biglietto. Alcuni parlarono di suicidio, altri di un tragico incidente. Di certo ci fu solo che, per un breve tratto sembrava avesse planato nell’aria. Era come se il suo corpo fosse stato sorretto per alcuni brevi istanti da una forza misteriosa che lo aveva portato a finire quella corsa tremenda non al di sotto del dirupo ma più lontano, vicino al Mulino dei Cerri Alti.

Era salita sino al piccolo oratorio di San Michele; lassù c’era una vista magnifica. Certe mattine d’inverno era come se qualcuno disegnasse, proprio lungo la linea dell’orizzonte, le cime imbiancate delle montagne. Un vero spettacolo vedere come dal nulla indistinto del grigio del mattino apparivano all’improvviso quelle cime bianche innevate, a poco a poco, disposte laggiù lontano dalla luce radente.

Altre mattine invece accadeva che la valle sottostante fosse interamente avvolta nella nebbia. La collina si trasformava improvvisamente in un promontorio a picco sul mare, un mare bianco di nebbia.

Laura era sempre stata affascinata da quel mare di nebbia; spesso andava a sedersi sull’ultimo sperone di roccia gialla dondolando le gambe sopra il precipizio, sospesa sopra al vuoto dove era distesa quella soffice massa bianca. Più di una volta lo zio Costantino le aveva proibito di salire fino a lassù; ma lei ogni volta gli rispondeva che le piaceva quel posto. «Di cosa hai paura, che mi butti di sotto? È di questo che hai paura? Stai tranquillo, non ho nessuna voglia di morire» aggiungeva. Ma c’era qualcuno che invece giurava di averla sentita dire che era attratta da quel vuoto e che le sarebbe piaciuto provare a farci un tuffo; e planare giù nella valle, in quel mare bianco e vaporoso fino al mare, quello vero. Pare avesse affermato di essere convinta che quelle nuvole leggere l’avrebbero sostenuta e l’avrebbero fatta volteggiare senza lasciarla cadere; così, come in larghe spirali, aveva visto molte volte risalire dalla valle le poiane con le grandi ali dispiegate e quel loro inconfondibile triste richiamo.

La mattina in cui si tuffò giù, un cacciatore disse di averla vista volare nel vuoto a braccia aperte, con il viso rivolto verso il sole alto di fronte a lei. Ma forse è solo una leggenda. Piero Fibbiani, che abitava allora al Mulino dei Cerri Alti, quando fu ritrovato il corpo disse agli agenti di non essersi accorto di niente. Il cadavere lo aveva visto spuntare come una massa scura, seminascosta tra le foglie e in un primo momento non si era neppure reso conto di cosa potesse essere.

Lo zio Costantino lo portarono in un ospedale in città e poi in un altro, ma nella villa non tornò più. Ora è sepolto insieme a sua figlia nel cimitero del paese.

J. Iobiz

Beati gli ultimi (finale)

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Stamattina, mentre ero in cortile, a un tratto si è aperta la finestra della mia camera e si è affacciato un Generale dell’Armata Rossa. Quando l’ho visto, colto di sorpresa, gli ho detto: «Generale, che ci fa lassù?». Lui mi ha risposto con un tono gentile ma fermo: «Compagno Luigi, cosa vede all’orizzonte?».

«Dove?» gli ho chiesto.

«Là, dietro la collina!» ha urlato lui.

«Generale, dietro la collina non c’è più nessuno… solo silenzio, aghi

di pino e funghi…».

«Ma che cavolo dice, compagno Luigi!».

Io sono rimasto fermo e senza parole.

«Dietro la collina c’è il sole!» ha detto il Generale. «Non lo vede come è già alto? Sa che ore sono? La farò processare per abbandono del posto di lavoro!». Sono rimasto impietrito: già sentivo i passi delle guardie che arrivavano per arrestarmi. Poi ho avuto un sussulto. «Porca miseria, sono già le nove!» ho pensato guardando l’orologio sul comodino, sono sceso in fretta dal letto con la consapevolezza di aver fatto tardi proprio il mio ultimo giorno di scuola. Ho iniziato a vestirmi velocemente quando ho sentito un suono, un suono familiare che proveniva da dietro di me. Era la mia sveglia, quella di tutti i giorni delle sei e cinquanta. Mi sono seduto nuovamente sul letto, con un occhio aperto e l’altro ancora chiuso mentre sentivo il cuore che mi batteva forte e veloce. Ho spostato con una mano i libri che avevo accanto al cuscino. Il primo era un libro di Storia, aperto su una pagina dedicata alla Rivoluzione di Ottobre. Il secondo era quella specie di diario che avevo finito di rileggere la sera prima. Ho messo via il libro e il diario e ho ripetuto la solita routine mattutina.

Ho preso la bicicletta e, come ho fatto ogni mattina per tutti questi anni, sono andato a fare lezione ai miei alunni. Il mio ultimo giorno di scuola. Quando sono passato davanti al porto ho visto i pescherecci fermi, le bancarelle, i furgoni frigo, i camion che andavano e venivano e i grandi gabbiani che stazionavano sulla banchina. Più avanti c’era un piccolo gruppo di curiosi. Nella notte era arrivata un’altra nave carica di profughi; erano in corso le operazioni di sbarco e il molo era occupato, come accade sempre in questi casi, da uomini della polizia, ambulanze e mezzi di soccorso. C’erano anche dei bambini piccoli tenuti in braccio o per mano dalle loro mamme. Mi sono fermato a guardare. Poi sono ripartito per andare a scuola, il mio ultimo giorno di lavoro.

Ottobre è un mese davvero strano, forse perché fa diventare ricordo i mesi estivi appena trascorsi. Oggi è una giornata fredda e luminosa e il vento durante la notte ha ripulito il cielo da quasi tutte le nubi. Ne sono rimaste solo poche, intirizzite e immobili lassù in alto; intorno a loro gli aerei si rincorrono veloci, senza prendersi mai. È un vero spettacolo questo cielo, così azzurro e luminoso, che se ti fermi a guardarlo rischi di rimanere lì incantato e dimenticarti delle cose che devi fare, come per esempio andare a scuola, anche se questo è il tuo ultimo giorno di scuola.

J. Iobiz

Beati gli ultimi (5)

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In un angolo c’è un prete che ripete parole che ho ritrovato scritte nei libri: «Vivono e muoiono insieme la verità sull’uomo e Dio, e l’uomo non è se Dio non è. Simul stant et simul cadunt. Solo il divino è stabile. Stanno e cadono insieme. Il resto è fumo. Solo in Dio c’è amore pieno. Nihil nisi divinum stabileest. Caetera fumus. Nothing is stable if not divine. The rest is smoke. Solo quello che veramente è amore rimane; il resto sono solo scorie che andranno perdute per sempre nel nulla». Ombre scure lasciano i loro contorni sfumati sulle ampie vetrate dell’hangar e queste rimangono impressionate da quelle anonime sagome. Si mormora di focolai di guerra in diverse regioni del nord. La frontiera rimarrà ancora chiusa per un periodo indeterminato.

Arrivano dei vecchi autobus e lentamente ci fanno salire. Lungo tutta la frontiera vi sono zone dove si concentrano persone che chiedono di essere raccolte. Ci trasportano per molti chilometri in un grande piazzale sul porto. Là vediamo la nave. È grande e grigia. È simile a uno grosso dirigibile che ho visto in un film. C’è un gran via vai di persone indaffarate che si agitano. Veniamo imbarcati; si mettono in movimento le grandi eliche e ci allontaniamo dalla banchina. Noi troviamo posto all’interno, in uno dei ponti superiori, vicino a un oblò. La nave ha delle fiancate altissime e mi sento sospeso tra il nero del mare e il cielo completamento buio. Mio nonno è seduto accanto a me e ha l’aria distratta: poi avvicina la sua testa alla mia e guardiamo insieme fuori dal piccolo oblò. Rimaniamo con le tempie vicine a fissare il nulla.

Il viaggio dura un giorno intero e a me sembra non finire più. Verso sera, sentiamo il motore procedere a un ritmo prudente, rispettoso; né dal ponte di coperta né da quello di comando è possibile distinguere il profilo della terra intorno a noi ormai completamente nera come il cielo.

L’oscurità confonde nei nostri occhi le luci lontane e sperdute di stelle deserte con quelle isolate di qualche sobborgo abitato, adagiato sulle colline intorno alla baia. Quando siamo abbastanza vicini a terra, vediamo la sagoma degli edifici della città ingrandirsi sempre di più. Possiamo addirittura distinguere le finestre dei palazzi. Alcune hanno ancora al loro interno le luci accese; riempiono il basso orizzonte come tessere di un puzzle dal disegno misterioso; altre, invece, sembrano delle macchie di luce gialla, dipinte senza neppure un contorno, simili a creature irreali spuntate per magia in mezzo all’oscurità. Non si vede nient’altro. Ci sarà ancora altro mare, alberi con dei campi neri,  sogni, segreti e pensieri di tanti uomini, donne e bambini sospesi sul margine di una nuova notte.

(continua)

J. Iobiz

Beati gli ultimi (4)

Photo by Paul Basel on Pexels.com

Il treno avanza lentamente, dal finestrino il paesaggio sembra sempre lo stesso; campi ricoperti dalla nebbia sotto un sole indeciso che non riusce a dissolverla. All’interno dello scompartimento c’è chi sonnecchia, chi legge, chi guarda fuori. Poi il treno si arresta in aperta campagna e dopo alcuni minuti riprende lentamente la marcia per fermarsi ancora pochi chilometri dopo. Dipinto su un vecchio muro di mattoni rossi c’è il nome di una città. Salgono sul treno delle persone; transitano lungo il corridoio un padre con cinque figli, un tassista piuttosto anziano abbracciato ad una giovane ragazza bionda, un marinaio che, proprio mentre passa davanti al nostro scompartimento, dice: «Oh, finalmente, da qui non si vede il mare!», dei giovani ragazzi con le cuffie agli orecchi, gli occhi persi dentro i loro smartphone e il domani al posto del viso.

In quel momento sentiamo annunciare che la frontiera che dobbiamo attraversare è stata chiusa. Il treno dovrà fermarsi e alla prossima stazione, l’ultima prima del confine.

Ci fanno scendere. Un grosso hangar ci accoglie e anche se non è ben riscaldato è comunque una sistemazione migliore rispetto al gelo che c’è fuori. Al suo interno ci sono già molte persone. Le notizie che circolano sono confuse. Vengono distribuite bevande calde e coperte. Sentiamo delle urla che provengono dal lato opposto a dove siamo noi; è una donna. Dall’alto di una scala di emergenza urla indirizzando le sue parole alle persone che stanno sotto di lei.

Dice che il nord non c’è più. Alcuni uomini in divisa si dirigono di corsa verso la scala. La donna li vede arrivare e si mette a parlare in modo concitato. Dice che non esiste più nessun nord, che forse non è neppure mai veramente esistito; era solo un’idea, anzi mille idee messe insieme una all’altra. E giura che quello che dice è tutto vero, e lo è proprio in quello stesso istante, come lo avremmo visto, ascoltato, respirato anche noi tra non molto. Non ci sarebbe stato nessun finale liberatorio, come quando in teatro si accendono le luci in sala e gli attori escono in scena per prendersi gli applausi del pubblico. Il dramma e la vita si sono mischiati in modo irreversibile. Attori e personaggi si sono saldati tra di loro, si sono fusi ed hanno ormai il medesimo sangue, la medesima carne. Ed è la nostra carne che sarebbe stata protagonista di questo dramma.

Ma queste forse non sono le parole che lei disse e sono invece quelle che fisso nella mia mente di adolescente quando, qualche anno più tardi, le riporto in quel mio diario. Tanti piccoli mattoni di un muro che ricostruisco negli anni successivi.

La donna rimase in silenzio e quando gli addetti alla sicurezza le arrivarono vicini tentò di gettarsi nel vuoto ma non ci riuscì perché venne afferrata e accompagnata in un altro edificio. Durante il percorso la gente si accalcò per vederla passare, la guardava e ancora non capiva.

(continua)

J. Iobiz

Beati gli ultimi (2)

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Sono seduto sul letto, domani sarà il mio ultimo giorno di scuola. Finalmente in pensione, così si dice. Penso che avrò finalmente il tempo per mettere un po’ di ordine tra le mie cose, come le borse e gli scatoloni che ho adesso davanti agli occhi. Ne apro uno a caso e tiro fuori alcuni libri. Su uno di questi c’è un’immagine: una foto che ritrae tre persone sedute su una panchina di fronte ai binari di una stazione. Un uomo anziano con la barba incolta e dei piccoli baffi grigi, vestito con una giacca marrone di velluto e un cappello con larghe tese, una donna giovane, avvolta in un cappotto bianco e una grande sciarpa rossa e, dalla parte opposta,  un bambino. Non ricordo chi ci aveva fatto quella foto, l’avevo incollata sulla copertina di una specie di diario che avevo scritto quando ero poco più che adolescente.

L’orologio della stazione ripreso nella foto mostra che è già passata la mezzanotte; la stazione sembra deserta, come la luna che s’intravede nel cielo. Il cielo, anche se è notte, ha diverse tonalità di colore, forse proprio a causa di quella luna e del vento che appare intento a movimentare grosse nubi.

Ogni cosa è immobile a eccezione del fumo che esce qua e là dai cunicoli e dai condotti interrati. L’ultimo treno è rotolato via da più di mezz’ora. La notte è ormai piena e la luce bianca e artificiale dei lampioni della stazione avvolge il freddo dei binari, delle pensiline e dei marciapiedi. Nell’aria rimangono i rumori e gli odori dei treni che sono passati. Si sentono riemergere come un rigurgito da dietro i magazzini, dai silos abbandonati, dai cavedi, dai sottopassaggi occupati dal sonno di qualche vagabondo.

Sulle panchine ci sono alcune persone che dormono avvolte dal freddo e dall’oscurità. Alcune di esse hanno vicino un cane, addormentato pure lui; altre solo qualche scatola di cartone o una busta di plastica. La donna nella foto si chiama Lavinia ed è mia madre; ha la metà degli anni di suo padre, mio nonno Alfredo, io ne ho compiuti otto da pochi giorni, ma sembro più piccolo dell’età che ho. Gioco con una piccola consolle che tengo tra le mani. Poi do un calcio a una lattina vuota che finisce in mezzo ai binari e mia madre mi urla qualcosa. Più tardi, Alfredo o mia madre mi prendono in braccio e mi portano all’interno di uno dei vagoni di un convoglio arrivato in stazione. Per un attimo mi sveglio ma mi riaddormento subito, avvolto nell’odore di ferro e cullato dal ritmo cadenzato dei giunti delle rotaie.

J. Iobiz

Il nonno con gli occhiali da sole (2)

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I vecchi emigrarono e, anche se non andarono molto lontano, finirono ugualmente in mezzo a persone diverse, e un po’ stranieri lo diventarono anche loro, nella lingua, nei vestiti e nei modi di fare. Ma quando, dopo poco tempo, arrivò la guerra, cominciarono a pensare che era meglio se fossero rimasti in campagna. La città diventò un inferno e l’unica cosa positiva fu che le persone ritornarono a essere un po’ tutte uguali perché erano tutte disgraziate nel medesimo modo.

I vecchi ritornarono al paese sulla collina, ma non nella stessa casa perché lì ormai ci stavano già altri sfollati. Finirono in una specie di convento abbandonato insieme a molte altre famiglie. Quelli furono mesi durissimi, più neri di quei due inverni che gli erano piovuti  addosso nella vecchia casa in cima alla collina. Ad ogni modo, pare quasi impossibile, ma della mia famiglia nessuno morì in guerra: nove erano prima che iniziasse, senza contare il cane che si chiamava Buio e il nonno, e nove erano quando la guerra finì. Anzi, dopo erano anche di più, perché due sorelle del nonno erano diventate mamme di due bambini piccoli e una di loro aveva anche un marito e un cane. L’altra no, aveva solo il bambino che per dire la verità era una bambina e si chiamava Raffaella, come la bisnonna.

Una volta finita la guerra, le cose ricominciarono ad essere più normali. I nonni ritornarono in pianura, nella stessa città dove stavano prima della guerra ma in un’altra abitazione. Mio nonno passava le giornate in giro per la città perché ancora non aveva un lavoro; dava una mano in un magazzino di stoffe e tutto sommato quello per lui fu un bel periodo. Andava a vedere le partite di calcio, qualche volta al cinema, oppure se ne stava al bar con gli amici che si era fatto giù in città. Lassù in collina, invece, nelle case abbandonate, le porte erano sfondate e all’interno non c’era rimasto niente; le stalle erano vuote, le vigne erano andata in malora e in alcuni campi recintati pascolavano branchi di pecore senza pastore accompagnate da grandi cani con il pelo lungo e bianco come le pecore.

Più tardi, nonno trovò lavoro come bidello in una scuola ed era un lavoro che svolgeva volentieri. I ragazzi preferivano le sue barzellette alle poesie dei professori; e comunque, secondo lui, le poesie e le barzellette, in un certo senso, si somigliano: solo che le barzellette, quando le capisci ti fanno ridere mentre le poesie, quando te le spiegano bene, va a finire che ti fanno quasi sempre piangere.

J. Iobiz

Caro collega

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Caro collega,

ho letto una volta di un’isola dove tutti gli abitanti erano ciechi; un giorno nacque un uomo che ci vedeva benissimo. Si mise in testa di spiegare a tutti cosa volesse dire riuscire a vedere: provò a raccontare come fossero fatti i colori e la luce. Lo presero per pazzo, lo processarono e infine lo accecarono perché smettesse di raccontare quelle storie impossibili che rendevano agitati gli abitanti dell’isola. Ebbene, lei lo sa, credo che a me sia toccato un destino simile.

Sono tuttavia certa che, anche se non mi si vuol dare questa soddisfazione, siano invece molti coloro che pensano che io possieda proprietà molto particolari.  Lei sa bene che posso stare vicinissimo alle persone senza che loro se ne accorgano, posso apparire e scomparire e anche comparire nel medesimo istante in posti diversi.

Le persone alle quali tento di spiegare come sia possibile che tutto ciò accada – e cioè come io possa vedere il mondo tutto intero così come esso è veramente mentre le persone comuni non possano percepirne che una limitata porzione – non mi comprendono. E tutto questo mi ha sempre creato molti problemi.

Una volta sola credo di aver avuto uno amico che mi comprendeva. Peccato che egli vivesse in un mondo tutto suo. Lui non poteva vedermi, almeno non poteva vedermi così come io sono realmente. Credo che il mio amico potesse vedere di me solo una sezione bidimensionale quando io attraversavo il suo universo; ma quella sezione non ero certo io, e molto poco gli poteva dire di quello che sono realmente. Con tutta sincerità, credo che debba essere molto complicato vivere in un mondo a due dimensioni; può darsi che per lui sia stata soltanto un grande mistero; forse la realtà stessa era un mistero per lui. Non sono neppure certa che potesse udire le mie parole poiché anche la voce ha bisogno di propagarsi nello spazio.

In compenso, però, potevo vedere tutto ciò che faceva lui: e questo me lo rendeva tanto caro; potevo essergli vicinissima e accedere a luoghi che il mio amico riteneva inaccessibili. Più volte sono entrata in casa sua – per me si trattava semplicemente di attraversare una linea chiusa disegnata su un foglio – magari solo per provare a farmi sentire o per aiutarlo a risolvere un problema.

Mi chiedo anche se avrebbe avuto senso provare a spiegargli come stavano realmente le cose; per lui la realtà era solo quella racchiusa in quel suo universo, quella che vedeva dal suo punto di vista. Forse mi avrebbe preso per una povera pazza o, peggio ancora, avrebbe tentato di uccidermi.

Non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei ritrovata in un mondo formato da così tante dimensioni. Purtroppo continuo a non avere molti amici. E, questo devo assolutamente dirglielo, anche tra le persone che conosco meglio, nessuno mi crede quando racconto quello che vedo; quando spiego cosa accade negli universi con molte più dimensioni dai quali siamo circondati.

Il motivo per cui le scrivo è, caro dottore, che neppure io però so più bene quanti amici ho nei mondi a più dimensioni. È un po’ come se mi fossi smarrita.

È per questo che le chiedo aiuto.

Dottore, se lei mi sta ascoltando, pensa di potermi aiutare? Gliene sarei tanto grata.

Cosa mi dice?

Ha sentito le mie parole? Mi può aiutare?

J. Iobiz