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Racconto di Maremma (fine)

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Il figlio di Costantino,  quando il notaio gli spiegò che i debiti da pagare erano superiori al valore dell’azienda agraria, rinunciò all’eredità. Da allora tutto è in stato di abbandono:  il bosco si è preso la rivincita e ha invaso i campi e le corti delle case.

Lo zio Costantino, che era proprietario di tutti i terreni della valle, in passato era stato processato per aver eseguito abusivamente dei tagli del bosco e c’era mancato poco che finisse in carcere; al penitenziario fu rinchiuso, invece, per una rissa con un tizio in paese. Questi fu portato all’ospedale con delle gravi lesioni e denunciò lo zio Costantino che fu arrestato. Prima di allora, gli era già accaduto di aver a che fare con la legge, ma se l’era sempre cavata senza troppe conseguenze.

Una volta lo avevano accusato di aver sepolto decine di pecore morte in un terreno vicino al torrente; un’altra volta di aver ospitato sulla sua proprietà delle persone che erano ricercate dalla polizia; un’altra ancora pare avessero trovato in un terreno di sua proprietà del materiale rubato: pezzi di trattori e attrezzatura agricola. Tutte le volte era riuscito a uscirne pulito grazie all’aiuto di un suo amico avvocato che evidentemente doveva essere un bravo avvocato.

Il bosco arrivava quasi fino al mare e ne parlarono tutti quanti; fecero diversi articoli sui giornali ma poi la cosa finì lì. Ma per la rissa in paese, una mattina, poco dopo l’alba, vennero i Carabinieri a prenderlo e lo portarono in carcere dove rimase diversi mesi.  Quel giorno ero là con mio padre, e c’ero anche il giorno in cui successe il fatto di Laura, la figlia di Costantino. Lui non se lo perdonò mai, perché accadde proprio mentre era recluso.

Cosa aveva pensato Laura nessuno può saperlo. Si era portata tutto con sé. Neppure un biglietto. Alcuni parlarono di suicidio, altri di un tragico incidente. Di certo ci fu solo che, per un breve tratto sembrava avesse planato nell’aria. Era come se il suo corpo fosse stato sorretto per alcuni brevi istanti da una forza misteriosa che lo aveva portato a finire quella corsa tremenda non al di sotto del dirupo ma più lontano, vicino al Mulino dei Cerri Alti.

Era salita sino al piccolo oratorio di San Michele; lassù c’era una vista magnifica. Certe mattine d’inverno era come se qualcuno disegnasse, proprio lungo la linea dell’orizzonte, le cime imbiancate delle montagne. Un vero spettacolo vedere come dal nulla indistinto del grigio del mattino apparivano all’improvviso quelle cime bianche innevate, a poco a poco, disposte laggiù lontano dalla luce radente.

Altre mattine invece accadeva che la valle sottostante fosse interamente avvolta nella nebbia. La collina si trasformava improvvisamente in un promontorio a picco sul mare, un mare bianco di nebbia.

Laura era sempre stata affascinata da quel mare di nebbia; spesso andava a sedersi sull’ultimo sperone di roccia gialla dondolando le gambe sopra il precipizio, sospesa sopra al vuoto dove era distesa quella soffice massa bianca. Più di una volta lo zio Costantino le aveva proibito di salire fino a lassù; ma lei ogni volta gli rispondeva che le piaceva quel posto. «Di cosa hai paura, che mi butti di sotto? È di questo che hai paura? Stai tranquillo, non ho nessuna voglia di morire» aggiungeva. Ma c’era qualcuno che invece giurava di averla sentita dire che era attratta da quel vuoto e che le sarebbe piaciuto provare a farci un tuffo; e planare giù nella valle, in quel mare bianco e vaporoso fino al mare, quello vero. Pare avesse affermato di essere convinta che quelle nuvole leggere l’avrebbero sostenuta e l’avrebbero fatta volteggiare senza lasciarla cadere; così, come in larghe spirali, aveva visto molte volte risalire dalla valle le poiane con le grandi ali dispiegate e quel loro inconfondibile triste richiamo.

La mattina in cui si tuffò giù, un cacciatore disse di averla vista volare nel vuoto a braccia aperte, con il viso rivolto verso il sole alto di fronte a lei. Ma forse è solo una leggenda. Piero Fibbiani, che abitava allora al Mulino dei Cerri Alti, quando fu ritrovato il corpo disse agli agenti di non essersi accorto di niente. Il cadavere lo aveva visto spuntare come una massa scura, seminascosta tra le foglie e in un primo momento non si era neppure reso conto di cosa potesse essere.

Lo zio Costantino lo portarono in un ospedale in città e poi in un altro, ma nella villa non tornò più. Ora è sepolto insieme a sua figlia nel cimitero del paese.

J. Iobiz

Di J. Iobiz

Scrittore.
In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più.

Una risposta su “Racconto di Maremma (fine)”

Deve essere una sorta di legge di vita… quando è scritta di mano, da uno scherzo del destino, o forse no, doveva accade perché chi vive e non sa apprezzare alla fine distruggere e si distruggere tutto . Tutto gettato nel vento… come la figlia. Racconto breve ma da da pensare.

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