Il borgo vecchio e il bene comune

Già, il borgo vecchio; per chi non lo conosce basta dire che è un luogo caotico, una città nella città, un posto dove non esistono regole. E dove non esistono regole – almeno questa era l’idea di Salvatore – l’unica regola che conta è la legge del più forte; e dove la forza la fanno i soldi, l’unica legge valida è quella di averne una grande quantità.

E così, almeno secondo lui, per tutta la vita c’è chi si ritrova a inseguire il denaro; quello suo, se riesce a guadagnarlo, o quello degli altri se a guadagnare il suo scopre di non esser capace oppure non ha tempo o voglia. E se sei cresciuto come Salvatore in un posto dove non esistono regole, nel medesimo modo in cui ogni volta sei costretto a inventarti il tuo diritto di precedenza agli incroci stradali per non essere investito, alla stessa maniera ti devi inventare i tuoi diritti agli incroci della vita, spostando se necessario – e lo è molto spesso – la linea che divide il giusto dall’ingiusto, il lecito dall’illecito, il bene dal male, e a volte cancellando del tutto quella linea che spesso diventa un po’ troppo ingombrante e fastidiosa.

Tu da una parte e il resto del mondo dall’altra. Non c’è via di mezzo, non esiste un bene comune. «Dovresti proprio provarci a spiegarlo in giro per la città cosa è il bene comune, specialmente in certi quartieri» diceva Salvatore. «Innanzi tutto il bene, per essere tale, qualcuno lo deve avere e altri no, perché se ce l’hanno tutti non è più un bene ma è solo una cosa che hanno tutti. E quindi, se qualcuno lo deve avere e altri no, non può mai essere per davvero comune a tutti quanti, altrimenti non sarebbe più un bene per nessuno. Lo capisci o no?» chiedeva Salvatore. Lui lo aveva capito.

Ad ogni modo, ammesso anche che si potesse pensare diversamente, con chi si sarebbe dovuto condividere quel famoso bene? Forse le persone della tua famiglia o quelle del tuo quartiere, oppure anche tutti coloro che abitavano nella tua stessa città? O magari si dovevano comprendere anche gli abitanti di tutta la regione o dell’intero paese? O, chissà, se si doveva pensare anche a quelli degli altri paesi e, perché no, anche ai guaglioncelli che non erano ancora nati? Salvatore lo vedeva bene che in questo tipo di ragionamento c’era qualcosa che non tornava. Meglio allora restare con i piedi ben piantati per terra.

Non poteva essere un problema suo se in alcune parti del mondo qualcuno nasceva tra gente che faceva i propri bisogni dentro l’acqua che si poteva pure bere, e altri invece nascevano ancora in posti dove di acqua non ce n’era proprio, di nessun tipo, neppure quella necessaria per non morire.

E non c’entravano le razze o quelle storie là; no, secondo lui in un mondo dove contano solo i soldi di razze ne esistono solo due: i ricchi e i poveri. Stop. Chi nasce povero una sola cosa può fare: cercare di diventare ricco.

(Tratto dal racconto L’avvocato e l’ascensore, compreso nella raccolta Casi Privati, Amazon giugno 2021)

Perché preferisco scrivere racconti e romanzi brevi (spiegato in sei punti)

  1. Perché mi piacciono le favole (e di solito queste non sono molto lunghe)
  2. Perché ho paura di annoiare i lettori per troppo tempo
  3. Perché sono troppo pigro per scrivere un romanzo lungo
  4. Perché sono troppo pigro per rileggere e correggere un romanzo lungo
  5. Perché non mi riesce scrivere romanzi più lunghi
  6. (C’era anche un altro motivo ma me lo sono scordato)

La guida turistica

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Da tre anni, ormai, faccio la guida turistica in questa città. Racconto ogni giorno, più o meno con le stesse parole, la sua storia a individui che incontro per la prima volta e che non rivedrò mai più. Durante questo periodo, tuttavia, ho dovuto più volte cambiare diversi termini e adattare certe descrizioni perché questa città continua a cambiare, e io insieme a lei; avanziamo entrambi in una inarrestabile mutazione.  

In passato i suoi abitanti amavano definirla una città a misura d’uomo. Pare che la sua parte più antica sia stata realmente costruita rispettando le dimensioni dell’Uomo Vitruviano. Ma le prime smagliature nel pensiero dei governanti e degli architetti si verificarono fin da i primi secoli di vita. Subito dopo la sua fondazione emerse un dubbio: le misure dovevano proprio riferirsi a persona di sesso maschile oppure era possibile includere nel termine “Uomo” anche le donne? Non sarebbe stato ancora più interessante costruire la città prendendo le misure alle donne? Magari a quelle più famose o formose? I dubbi andarono aumentando con il passare degli anni: quali misure si dovevano utilizzare, gli indici o i pollici, tutta la mano o anche i piedi? Oppure i metri, ma non certo quelli di paragone, piuttosto quelli da sarto o a stecca, da muratori o architetti? E poi, quale scala di misura doveva essere utilizzata?

Ci furono interi quartieri realizzati utilizzando scale maggiori, perché era noto che si trattava di  scale più allegre e ottimiste; non a caso erano state utilizzate per la famosa Marcia Nuziale di Felix Mendelssohn, o nella altrettanto famosa Primavera di Antonio Vivaldi. Ma quasi contemporaneamente furono progettati edifici utilizzando delle scale minori; erano sicuramente più tristi ma erano anche più vere e meno strumentalizzabili a scopi trionfalistici, di propaganda o di regime. Alcuni architetti iniziarono la ricerca di una scala che non fosse né maggiore né minore: ad esempio una scala esatta, semplicemente esatta: come una scala a priori, che si era dimostrata utilissima perché consentiva di stabilire ordini rigorosi. Si pensò anche alle scale reali e si immaginarono edifici realizzati usando scale del poker o quelle del palazzo del re, anche se in città, nel frattempo, non c’erano già più né un casinò, né un re e neppure il suo palazzo.

La situazione peggiorò decisamente nelle epoche più recenti, quando i filosofi posero agli architetti una domanda: «Cosa, esattamente, deve essere misurato? Le altezze o le bassezze, la larghezza del corpo o la profondità dell’anima, il punto vita o la leggerezza dello spirito?». Le risposte furono molte ma tutte inconsistenti, vaghe e contraddittorie.

Con il tempo, purtroppo, la città divenne orfana; non vi era più nessun rapporto tra i suoi edifici, le piazze, le strade e la dimensione umana, e chi la vede adesso, come la sto vedendo io in questo momento, è portato a non avere più alcuna speranza riguardo al fatto che essa possa ritornare un giorno ad essere una città fatta per gli uomini.

È per questo motivo che mi chiedo cosa di preciso vengano a visitare tutti questi turisti che ogni giorno si ammassano ricoperti di costumi improbabili e parlano lingue sconosciute.

A volte ho come l’impressione che vengano qui per me. Sì, per osservare la sottoscritta che nuota in mezzo a queste costruzioni sommerse. Da come mi guardano, dal modo in cui mi girano intorno e dalla espressione dei loro volti, si direbbe che non hanno mai visto una guida turistica. O più esattamente, una guida turistica come me. Forse sarà il colore arancione delle mie pinne? È per questo che mi guardano in un modo così strano? Talvolta mi chiedo: ma dove vivono? Come sono fatte le loro città, non hanno mai visto una città sommersa dal mare?

Collettivo Zubrowka; 2.420 amici su fb

15 giugno 2021, raggiunti 2.420 amici su Facebook; non è importante il numero ma il fatto che si tratta di 2.420 persone che non conosco personalmente, e non mi conoscono, non so chi siano come loro non sanno chi sia io, ed è per questo motivo che li ho scelti. Certo, non è solo per questo motivo, ho chiesto l’amicizia a persone con profili ineteressanti che hanno a che fare con i libri, scrittori, lettori, poeti, editor, eccetera.

Ho aperto l’account il 13 aprile e senza barare ho detto chi sono, cioè quello che sono anche qui, un personaggio nato da una fantasia letteraria che si è “emancipato” e adesso scrive in modo autonomo le proprie opere. (Non può essere vero? Ma cosa è vero qui dentro, dentro le pagine dei libri e nei romanzi? Forse, anche questo è, o diventerà, un romanzo).

Senz’altro è vero che insieme a me sono comparsi altri personaggi e adesso siamo in sei; ma non siamo in cerca di un autore, ce lo avevamo e lo abbiamo volontariamente abbandonato. Ci inibiva, era pigro, pieno di complessi, problemi esistenziali, di salute, impegni di lavoro e di famiglia. Noi no – parlo adesso anche a nome degli altri – noi non abbiamo nessuno degli impedimenti che aveva lui. Noi pensiamo solo a scrivere e a cercare qualcuno che abbia voglia di leggerci.

Collettivo Zubrowka.

In arrivo il mio nuovo lavoro

Dopo aver finalmente avuto il tempo per ripulire i libri già pubblicati da alcuni refusi e averne migliorato l’impaginazione, sono riuscito a completare l’ultima raccolta di racconti dal titolo:

CASI PRIVATI – Importante è non rimanere soli

che sarà pubblicato su Amazon. In realtà c’è già il libro ma aspettate ad acquistarlo perché è la versione senza le modifiche finali.

Il libro contiene questi quattordici racconti:

Il sopravvissuto           

Caro collega                      

I sogni dei bambini non finiscono mai               

La poltroncina rossa          

L’ultima bambina                           

Voci                                      

Incontri                               

L’uomo che conosce il futuro                              

Noise flow – L’attentato  

La teoria delle linee dritte                         

Ciao mamma                          

Last minute                          

L’avvocato e l’ascensore   

Importante è non rimanere soli

Buona lettura!

Noise flow – L’attentato (fine)

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In passato, mi era accaduto di ascoltare mia madre che mi descriveva come un ragazzo con un comportamento un po’ stravagante e vittima di alcune ossessioni che però non avevano, secondo lei, caratteri allarmanti; se invece che in me fossero nate nella mente di una persona con un carattere calmo e pacato sarebbero passate inosservate e non avrebbero avuto alcun effetto. 
Ma la sorte aveva voluto invece che quelle idee si fossero fissate proprio nella mia mente; che quelle semplici idee passeggere, prive in sé d’ogni interesse, si fossero soffermate nei miei pensieri conquistandone angoli e spazi del tutto ingiustificati e sproporzionati. Questo era quello che lei pensava di me; purtroppo mia madre non mi ha mai capito. 
Eppure, più di una volta mi aveva detto che io possedevo un forte spirito critico; anche troppo critico, secondo lei. Ma il dispiacere, e forse dispiacere non è la parola giusta, che portava dentro di sé in ragione di quella sua consapevolezza, non l’aiutava a scrollarsi di dosso quei giudizi negativi nei miei confronti: anzi, quelle sue idee diventarono con il tempo una sabbia che le inceppava i pensieri. 
Mi ero ormai convinto che la normalità fosse come la neve: qualcuno ci scivola sopra, si diverte e perfino ci si annoia, mentre altri ne restano prigionieri e ne vengono sommersi senza riuscire più a emergere.

Cercai di reagire.  
Mi ingegnai per non fare alcun tipo di rumore, non usavo più internet, non guardavo più la televisione e non ascoltavo più la radio. Ero fermamente convinto che ogni altra parola, suono o semplice flusso elettromagnetico avrebbe finito con l’aumentare quel generale, indistinto e ininterrotto caotico rumore di fondo. 
Il filo dei miei pensieri restò così circondato dal silenzio e fu finalmente libero di distendersi come una testa stanca su un cuscino e riposarsi come un bambino nella sua vergine ignoranza.
Non saprei dire con precisione per quanto tempo rimasi chiuso nella mia stanza; so solo che persi ogni contatto con il mondo esterno. Uscivo solo per comprare qualcosa da mangiare, quando ne ero costretto e mangiavo solo quando non ne potevo più fare a meno.

Di una cosa ero certo: più tardi, quando la natura fosse ritornata nuovamente innocente e Lui avesse cessato di riempire la menti delle persone con il suo subdolo mormorio, sarebbe stato impossibile per chiunque capire qualcosa del tempo che stavamo vivendo; quando cioè fossimo riusciti a vederlo fermo, quel tempo, tutto si sarebbe cristallizzato in una serie di istanti insuccessivi e non avremmo più visto con lucidità gli eventi come invece io li potevo distinguere in quel momento. Avremmo visto scomparire per sempre le cause e gli effetti e insieme sarebbero sparite anche le colpe e i delitti; e senza colpe sarebbero scomparsi per sempre anche i colpevoli mentre io volevo che in eterno sopravvivessero solo gli innocenti. 

Per questo motivo dovevo intervenire prima che tutto questo accadesse. Il giorno del mio trentaquattresimo compleanno mi sentii finalmente pronto. 
Eravamo all’inizio del mese di luglio, il mese dei festeggiamenti.

J. Iobiz

Natale a Zubrowka – Che strano anno, il ’56

Ricordo che era già quasi Natale, e come ogni anno Anna Tale si regalava un presente; Anna era indecisa tra un’acca di mento sfuggente e non pronunciato, privo di pronuncia, e un’invasata pianta carnivora che avrebbe potuto però in qualsiasi momento anche morderle il pollice – anche se lei lo aveva verde. Nell’indecisione, optò per la Mela di Penelope, un intervento di chirurgia estetica per quelli come lei, abituati ad un lavoro che sembrava non aver termine perché sempre rivisto, corretto, rifatto. 
E anche quell’anno, nonostante tutto, Anna Tale si regalò un presente e si augurò per tutti un mondo migliore.

Nelle settimane successive, giunsero lamentele da parte di Babbo Natale che aveva lavorato un sacco, anzi un’infinità di sacchi; aveva risposto ad una quantità enorme di lettere pervenute dopo il termine assegnato, fuori dal tempo massimo e anche dal massimo riserbo, scritte senza un minimo di educazione, in lingue sconosciute, desuete o inconsuete, e per giunta senza neppure l’ombra di un timbro postale che, invece, a norma di legge, era pur sempre l’unico che facesse fede riguardo ad una regolare spedizione. 

Accaddero durante quei giorni alcuni fatti incresciosi: un racconto scontato si scontrò, nel Comune di Battimento, con un articolo di molti commi, comminati e poi abortiti o abbandonati, che marciavano compatti ma in senso inverso. Accorsero sul posto le forze dell’ordine e imposero su quel ponte in Via di Ultimazione il divieto del doppio senso di  circolazione e di interpretazione. 

Un muro vanitoso, pieno di molti vani vuoti anziché di mattoni pieni, crollò sotto il peso proprio divenuto ormai insopportabile anche per lui stesso; fu immediatamente incriminato il progettista, un ingegnere, che confessò al magistrato di aver confuso la statica con la statistica. Fu eseguito un puntuale censimento delle case che aveva costruito, rimaste in piedi, purtroppo, solo in una certa percentuale.
Un dente perdente di un cavallo vincente giunse distaccato al traguardo.  
Uncinetto, figlio di Capitan Uncino, morì trapunto sotto coperta. Le indagini del  Governatore appurarono che fu ucciso per errore da un cinese che aveva sbagliato taglia, e per questo motivo non ricevette neppure alcuna ricompensa. Che strano anno, quel ’56!

Eppure, il 25 dicembre arrivò puntuale il Natale; ricordo come fosse adesso le rosse mani chine che raccoglievano gli avanzi sui marciapiedi osservate da rossi manichini al riparo dentro le vetrine. E le promesse di essere tutti più buoni, anche se poi, quando il Natale svanì, ci furono persone che si erano dichiarate unite per la vita e per la morte che tentarono di annientarsi in vita e odiarsi anche dopo morte. Ma questa era la vita, quella che come sempre arrancava da Santo Stefano fino al successivo 24 dicembre aspettando il nuovo Natale. 

E le stranezze non si fermarono qui. La crisi stazionaria pregiudicava anche il traffico ferroviario ed era quindi facile trovare agli incroci numerosi punti fermi che, in possesso di un biglietto di sola andata, si trasformavano sotto gli occhi increduli dei passanti in punti di non ritorno. Un punto controverso urtò sbadatamente la suscettibilità di un puntiglioso punto esclamativo che, a forza di far domande, si trasformò in interrogativo fino a diventare, prima dell’arrivo dell’ambulanza, un clamoroso punto e a capo. 

Mentre stava cantando il suo ultimo do di petto, un basso tenore di vita s'imbatté in un alto tenore di vita; era salito su scala mondiale ma una volta giunto quasi agli ultimi gradini precipitò, inopinatamente, nel vuoto del potere d’acquisto della moneta unica che, essendo unica, era divenuta praticamente introvabile – Ah! Averci pensato prima! dissero in molti.

Alcuni mesi prima, mia moglie era fuggita, notte tempo, per vedere il sole a mezzanotte che, in via del tutto eccezionale, pare fosse rimasto insieme a lei per una notte intera. Fu ritrovata, variabile e parzialmente coperta, solo a mezzogiorno di un martedì di dicembre di quel '56. 

Che dire? Solo una cosa, anzi un consiglio: gente, seguite la corrente! E così feci io. Scoprii che poco lontano esisteva un torrente; sorto dal niente alla sorgente aveva sorpreso la valle incantata a rimirare le creste ed i fianchi dei monti. La sua ansia di gettarsi in mare si era placata, e dopo i primi rapidi salti si era accomodato in larghe anse di noia giù nell’uggiosa pianura. E quando mi gettai tra i suoi gorghi pensai: che strano anno questo ’56!

J. Iobiz

Noise flow 3 – L’attentato

Photo by cottonbro on Pexels.com
In origine Sloth City era poco più di un piccolo villaggio, ma con il passare del tempo era diventata una vera e propria città che non aveva più cessato di crescere; nuovi palazzi, edifici realizzati con strutture solide, muri di pietra levigata, tetti con larghi spioventi e finestre ampie e luminose che guardavano da ogni lato del meridiano, si aggiungevano continuamente a quelli esistenti. Nacquero nuovi quartieri e sobborghi collegati tra di loro con arterie che alimentavano i polmoni e i cuori della metropoli. Con il passare degli anni ogni sua parte si fuse in un unico grande abbraccio dando vita a un ammasso di tetti, strade, fabbriche, piazze, depositi e ciminiere ancora più grande, che finì per riunire dentro si sé ogni nucleo abitato presente sulla costa.
Ogni anno, nel mese di luglio, si svolgevano importanti festeggiamenti in ricordo della sua fondazione. Venivano organizzati cortei, spettacoli e manifestazioni ai quali partecipavano le autorità civili e militari, i funzionari, i mercanti e gli industriali di ogni tipo, i presidenti e i consiglieri delle banche e i giudici. Durante i festeggiamenti era possibile ascoltare i nuovi presidenti giurare che sarebbero stati buoni presidenti, i nuovi consiglieri impegnarsi a dare buoni consigli, i vecchi giudici promettere che da allora in poi avrebbero condannato solo i colpevoli; i colpevoli di ogni età sognare di essere innocenti e gli innocenti augurarsi di poter vivere in pace e in libertà.
Prima della crisi la vita non si fermava mai; le luci rimanevano sempre accese e i bar, i ristoranti e le discoteche sempre aperti e anche di notte grandi altoparlanti vomitavano musica e pubblicità mentre gli ubriachi facevano altrettanto con i loro ultimi pasti, e l’alcool e la droga con le loro solite ingiurie. Tutte le mattine la città era invasa da fiumi di persone; e lei, come una brava madre, si prendeva cura di tutti e cullava dentro di sé quell’umana marea.

Io mi ritrovavo impotente a osservare quella folla che cancellava con i propri passi le parole lasciate solo qualche ora prima da un’altra folla identica; quando persone simili, o forse le stesse persone, avevano percorso le medesime strade, piazze, vicoli e marciapiedi, ascensori, bar, uffici, ritrovi, fabbriche e grandi magazzini. Come fa il mare quando sale e poi si ritira dalla spiaggia e cancella le orme lasciate sulla sabbia, quella marea umana cancellava ogni giorno le orme dei suoi passi più vecchi in un modo cieco, instancabile e ostinato.
Prima che tutto si fermasse, ogni cosa correva veloce. La velocità si era infiltrata in ogni singolo gesto, attività, lavoro; si respirava, e aveva un profumo inebriante, leggero e accattivante. Tutto era diventato impalpabile, virtuale e indefinito. E in ogni momento della giornata eravamo sommersi da Lui, il Noise flow, quel rumore continuo fatto di suoni ma anche di flussi di informazioni e sollecitazioni di ogni tipo. Ma solo io andavo in giro a dire: «Non lo sentite questo flusso continuo che sommerge ogni lamento, ogni richiesta di giustizia, ogni denuncia riguardo a un sopruso o a una illegalità, o semplicemente a un modo di vivere che privilegia solo alcuni a discapito di tutti gli altri?». 
Tutti m'ignoravano; i pensieri delle persone galleggiavano verso molte direzioni ma solo in superficie. E quando qualcuno tentava di scendere in profondità riguardo a un argomento specifico si trovava di fronte a potenti influencer e opinion leader che apparivano veri e propri pozzi di scienza capaci di scendere talvolta sino a profondità tali, assolute e inesplorate, dove spesso non arrivava più alcuna luce, neppure quella dell’intelletto, quasi mai quella del buon senso.
(continua)

J. Iobiz

Noise flow (2)

Il Noise flow invase in pochissimo tempo tutta la città. Le orecchie, le menti e i cuori delle persone si abituarono in fretta e senza opporre resistenza a quella nuova presenza artificiale. Al disopra di quel mormorio indistinto esisteva ormai solo ciò che era in grado di avere una speciale risonanza; tutto il resto restava opaco e inascoltato. E in quel non-silenzio era possibile vedere i cani passeggiare al caldo dei loro bei cappottini di lana e i bambini senza. Questi venivano lasciati morire nell’indifferenza dei media e dei manifestanti animalisti, buoni e alla moda. 

Improvvisamente fu come se i popoli della terra si fossero trovati costretti a vivere a fianco a fianco gli uni agli altri, e lo spazio si fosse ristretto. Le persone si scoprirono lentamente sospinte le une vicino alle altre. Mutò lo stesso scorrere del tempo. Il futuro scomparve, al passato nessuno credeva più e tutto si ritrovò immerso in un lungo e infinito presente.

Lui, il mio nemico, quel mare indistinto di informazioni, segnali, suoni e interferenze sommergeva ogni cosa, ogni luogo, ogni persona. Talvolta pensavo che quello potesse essere l’inizio di un secondo diluvio universale, e questa volta non sarebbe stato Dio a inviarlo agli uomini ma gli uomini a procurarselo da soli. La velocità divenne una sorta di agitazione: in realtà eravamo tutti prigionieri, immobili come stalagmiti dentro una caverna; la nostra esistenza cresceva con il passare dei giorni, perché la vita dal cielo continuava a distillare il tempo sopra di noi, ma noi restavamo immobili. 

Ero certo che dietro a quel fenomeno si nascondesse una potente congrega di ignoti tiranni che stava governando le sorti di Sloth City; vista l’impossibilità di ridurre al silenzio tutti i suoi abitanti, aveva deliberatamente programmato di oscurarne le voci in un altro modo, un modo molto semplice, e cioè creando un bel rumore di fondo, il Noise flow. Alzando l’intensità di quel rumore, tutto il resto diventava indistinto e incomprensibile. In un colpo solo venne messa a tacere ogni singola espressione, lamento o contestazione. Tutti furono frastornati e finirono per avere i propri pensieri inquinati e confusi. 
Era una nuova forma di dittatura che aveva subdolamente soppiantato, senza violenza né costrizione, quelle che c’erano state prima di allora. 

«Ma come», chiedevano in molti di fronte alle mie osservazioni, «proprio ora, nel mondo di internet, quando è diventato più facile potersi esprimere con social network, Facebook, Twitter, Instagram eccetera, proprio adesso, secondo te, si dovrebbe ritornare a fare silenzio?». Eppure era proprio quello il momento in cui tutti avremmo dovuto sentire il dovere di recuperare l’innocenza, la vergine ignoranza del silenzio.
 
(continua)
J. Iobiz

Noise flow (1)

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Quando la crisi economica investì Sloth City, io avevo quasi trent’anni. Improvvisamente tutte le attività rallentarono fino quasi a fermarsi. Cattive notizie arrivavano ogni giorno dal mondo della finanza; tante fabbriche chiusero i cancelli e licenziarono operai e impiegati. Anch’io persi il lavoro senza riuscire a trovarne altri. 

Le borse iniziarono a fare l’altalena tutti i giorni e nessuno era capace di comprendere da chi fossero spinte e fino a quando e sino a dove sarebbero proseguite le loro oscillazioni. C’era chi diceva che dietro a quegli imprevedibili movimenti ci fosse qualche oscuro manovratore, altri accusavano i cinesi e altri ancora si dicevano certi che si trattasse dei russi. Ma c’era anche chi sosteneva che le borse avessero ormai imparato a spingersi da sole, su e giù sull’altalena, come fanno i bambini piccoli quando diventano un po’ più grandicelli e capiscono che possono star seduti e contemporaneamente toccare il terreno con la punta dei piedi. 

Insieme alla crisi arrivarono i giorni dell’incertezza e dell’insicurezza. Nacquero e si diffusero mille piccole nuove paure. E io mi domandavo cosa sarebbe accaduto se fossero arrivate delle paure ancora più grandi e se avessimo aggiunto alle nostre paure anche quelle di qualcun altro. E della paura di aver paura, che spesso mi assaliva, cosa sapevo di preciso? Era reale oppure no? 

Se almeno si fossero potute misurare le paure! Ma non esisteva una scala adeguata per misurarle; se fosse esistita una scala di quel tipo, e se io non avessi avuto timore di salirla, una volta arrivato in cima avrei potuto guardare in faccia tutte le mie ansie, le fobie e le angosce; e forse avrei potuto rivelare a tutti come stavano esattamente le cose.

Sia come sia, fu in quel periodo, quello della crisi, che Lui, il Noise flow, fece la sua comparsa.
(continua) 

J. Iobiz

Un pensiero sulla nebbia

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Dei personaggi dei miei racconti conosco solo quello che mi permettono di sapere.

Quando ho provato ad andare a ritroso nel tempo oppure a cercare di capire cosa accadeva dopo la fine del racconto mi sono trovato di  fronte ad un profondo senso di disagio. Le mie parole diventavano false. È come se tentassi di forzare un confine oltre il quale mi è impedito spingermi.

Ho come la sensazione di non essere io il vero autore dei racconti ma piuttosto che ciascuna storia mi sia narrata direttamente dai personaggi che vi compaiono; ed è una loro decisione quella di svelare solo una determinata parte della loro vita, soltanto quella e niente di più.

Forse è per questo motivo che scrivo più spesso racconti e non romanzi: l’intervallo di tempo in cui i personaggi escono dalla nebbia è breve e non può essere diversamente. Ed è forse per il medesimo motivo che la mia è una scrittura veloce; non ho il tempo per soffermarmi troppo a lungo sulla scena che mi si presenta davanti gli occhi. Rimanere troppo a lungo con lo sguardo fisso su un determinato particolare della scena potrebbe apparire agli occhi dei protagonisti un gesto di cattivo gusto.

In fin dei conti mi conviene comportarmi bene; devo essere grato ai protagonisti dei racconti perché mi mostrano almeno una parte della loro vita.

La speranza è che escano ancora da là dentro, e comunque che quella nebbia non si diradi; se infatti all’improvviso questo accadesse correrei il rischio di non avere più nessuna storia da raccontare. E, tuttavia, so bene che in quel caso il pericolo più grande a cui andrei incontro è un altro, e cioè quello di scoprire improvvisamente qual è il vero mondo che quella nebbia nasconde ai miei occhi, e a questo evento mi sento del tutto impreparato.