NIENTE È MAI COME PRIMA

È in pubblicazione il mio nuovo romanzo; tra poco lo si potrà acquistare su Amazon!

Questa è la quarta di copertina:

A causa della crisi economica Vincenzo perde il lavoro senza riuscire a trovarne altri; diventa un senzatetto, finisce in carcere – una prima volta per piccoli reati e la seconda perché è accusato del tentato omicidio della ex moglie – e quando esce viene fermato dalla Polizia per essere espulso dal Paese. Nella sventura sarà il gesto di un bambino a cambiare la sua vita. La vicenda si svolge in un luogo immaginario, molto simile però al nostro mondo occidentale, in cui una politica nazionalista e razzista porta alla guerra civile. È il mondo creato da quelli che Vincenzo chiama i “cormorani”, persone ossessionate dalla lotta contro qualsiasi tipo di intrusione che finisce per diventare odio contro qualsiasi “diverso”. Vincenzo vive il periodo della guerra civile nella sua condizione di senzatetto, affrontando storie di amore e amicizia, di tradimenti ma anche di promesse mantenute, scontrandosi con persone in cui il bene, il male, l’ironia e il dramma convivono quotidianamente. Come in una favola, ma anche come nella realtà.

Un’anticipazione del mio nuovo romanzo

Vincenzo perde il lavoro, diventa un senzatetto, finisce in carcere e quando esce viene fermato dalla Polizia per essere espulso dal Paese. Nella sventura sarà il gesto di un bambino, Edoardo, che gli regala del cibo, a cambiare la sua vita e quella di Anna, la madre di Edoardo. La vicenda si svolge in un luogo immaginario, appartenente però al nostro mondo occidentale, in cui una politica nazionalista e razzista porterà alla guerra civile. È il mondo creato da quelli che Vincenzo chiama i “cormorani”, persone ossessionate dalla lotta contro qualsiasi tipo di intrusione che finisce per diventare odio contro qualsiasi “diverso”. Amore e amicizia, tradimenti e promesse mantenute, un po’ di ironia e di critica sociale; la vicenda umana di Vincenzo che, negli errori e nelle contraddizioni, riesce comunque ad amare e a farsi amare.

Ecco, penso che il romanzo racconterà una storia così.

L’innamorata (incipit)

Questo è l’incipit del racconto “L’innamorata” che fa parte della raccolta “Di Maremma e dintorni”.

Arrivata all’ufficio postale, Giulia, aveva chiuso la lettera dentro la busta e la busta nella cassetta. Quindi aveva chiuso la giacca, le mani nelle tasche della giacca, e infine se stessa dentro l’autobus per fare ritorno a casa. In quel preciso momento era proprio tutto chiuso, anche il bar per turno di riposo e il cielo, almeno fino a quando il vento non si alzò, forse perché si annoiava o forse perché da seduto non arrivava bene a far sventolare la bandiera issata in alto sul pennone dell’ufficio postale.

Beati gli ultimi (4)

Photo by Paul Basel on Pexels.com

Il treno avanza lentamente, dal finestrino il paesaggio sembra sempre lo stesso; campi ricoperti dalla nebbia sotto un sole indeciso che non riusce a dissolverla. All’interno dello scompartimento c’è chi sonnecchia, chi legge, chi guarda fuori. Poi il treno si arresta in aperta campagna e dopo alcuni minuti riprende lentamente la marcia per fermarsi ancora pochi chilometri dopo. Dipinto su un vecchio muro di mattoni rossi c’è il nome di una città. Salgono sul treno delle persone; transitano lungo il corridoio un padre con cinque figli, un tassista piuttosto anziano abbracciato ad una giovane ragazza bionda, un marinaio che, proprio mentre passa davanti al nostro scompartimento, dice: «Oh, finalmente, da qui non si vede il mare!», dei giovani ragazzi con le cuffie agli orecchi, gli occhi persi dentro i loro smartphone e il domani al posto del viso.

In quel momento sentiamo annunciare che la frontiera che dobbiamo attraversare è stata chiusa. Il treno dovrà fermarsi e alla prossima stazione, l’ultima prima del confine.

Ci fanno scendere. Un grosso hangar ci accoglie e anche se non è ben riscaldato è comunque una sistemazione migliore rispetto al gelo che c’è fuori. Al suo interno ci sono già molte persone. Le notizie che circolano sono confuse. Vengono distribuite bevande calde e coperte. Sentiamo delle urla che provengono dal lato opposto a dove siamo noi; è una donna. Dall’alto di una scala di emergenza urla indirizzando le sue parole alle persone che stanno sotto di lei.

Dice che il nord non c’è più. Alcuni uomini in divisa si dirigono di corsa verso la scala. La donna li vede arrivare e si mette a parlare in modo concitato. Dice che non esiste più nessun nord, che forse non è neppure mai veramente esistito; era solo un’idea, anzi mille idee messe insieme una all’altra. E giura che quello che dice è tutto vero, e lo è proprio in quello stesso istante, come lo avremmo visto, ascoltato, respirato anche noi tra non molto. Non ci sarebbe stato nessun finale liberatorio, come quando in teatro si accendono le luci in sala e gli attori escono in scena per prendersi gli applausi del pubblico. Il dramma e la vita si sono mischiati in modo irreversibile. Attori e personaggi si sono saldati tra di loro, si sono fusi ed hanno ormai il medesimo sangue, la medesima carne. Ed è la nostra carne che sarebbe stata protagonista di questo dramma.

Ma queste forse non sono le parole che lei disse e sono invece quelle che fisso nella mia mente di adolescente quando, qualche anno più tardi, le riporto in quel mio diario. Tanti piccoli mattoni di un muro che ricostruisco negli anni successivi.

La donna rimase in silenzio e quando gli addetti alla sicurezza le arrivarono vicini tentò di gettarsi nel vuoto ma non ci riuscì perché venne afferrata e accompagnata in un altro edificio. Durante il percorso la gente si accalcò per vederla passare, la guardava e ancora non capiva.

(continua)

J. Iobiz

Il nonno con gli occhiali da sole (2)

Photo by Pat Whelen on Pexels.com

I vecchi emigrarono e, anche se non andarono molto lontano, finirono ugualmente in mezzo a persone diverse, e un po’ stranieri lo diventarono anche loro, nella lingua, nei vestiti e nei modi di fare. Ma quando, dopo poco tempo, arrivò la guerra, cominciarono a pensare che era meglio se fossero rimasti in campagna. La città diventò un inferno e l’unica cosa positiva fu che le persone ritornarono a essere un po’ tutte uguali perché erano tutte disgraziate nel medesimo modo.

I vecchi ritornarono al paese sulla collina, ma non nella stessa casa perché lì ormai ci stavano già altri sfollati. Finirono in una specie di convento abbandonato insieme a molte altre famiglie. Quelli furono mesi durissimi, più neri di quei due inverni che gli erano piovuti  addosso nella vecchia casa in cima alla collina. Ad ogni modo, pare quasi impossibile, ma della mia famiglia nessuno morì in guerra: nove erano prima che iniziasse, senza contare il cane che si chiamava Buio e il nonno, e nove erano quando la guerra finì. Anzi, dopo erano anche di più, perché due sorelle del nonno erano diventate mamme di due bambini piccoli e una di loro aveva anche un marito e un cane. L’altra no, aveva solo il bambino che per dire la verità era una bambina e si chiamava Raffaella, come la bisnonna.

Una volta finita la guerra, le cose ricominciarono ad essere più normali. I nonni ritornarono in pianura, nella stessa città dove stavano prima della guerra ma in un’altra abitazione. Mio nonno passava le giornate in giro per la città perché ancora non aveva un lavoro; dava una mano in un magazzino di stoffe e tutto sommato quello per lui fu un bel periodo. Andava a vedere le partite di calcio, qualche volta al cinema, oppure se ne stava al bar con gli amici che si era fatto giù in città. Lassù in collina, invece, nelle case abbandonate, le porte erano sfondate e all’interno non c’era rimasto niente; le stalle erano vuote, le vigne erano andata in malora e in alcuni campi recintati pascolavano branchi di pecore senza pastore accompagnate da grandi cani con il pelo lungo e bianco come le pecore.

Più tardi, nonno trovò lavoro come bidello in una scuola ed era un lavoro che svolgeva volentieri. I ragazzi preferivano le sue barzellette alle poesie dei professori; e comunque, secondo lui, le poesie e le barzellette, in un certo senso, si somigliano: solo che le barzellette, quando le capisci ti fanno ridere mentre le poesie, quando te le spiegano bene, va a finire che ti fanno quasi sempre piangere.

J. Iobiz

Il nonno con gli occhiali da sole

Photo by Pat Whelen on Pexels.com

Oggi ho accompagnato mio nonno, che da solo non ne sarebbe stato capace, a rivedere la casa dove è nato in un paesino di collina sperduto in mezzo alla campagna e ai boschi. Abbiamo fatto una lunga strada in autobus fino al paese e poi abbiamo proseguito per un piccolo tratto a piedi, lungo una strada sterrata fin dove doveva esserci la sua vecchia casa.

Mentre camminavamo, lui non faceva altro che dire che gli sembrava tutto più piccolo e diverso di come se lo ricordava e mi diceva in continuazione: «Vedi Matilde, qui c’era questo, là c’era quello. Laggiù ci abitava Tizio e lassù Caio, eccetera eccetera».

Però, quando siamo arrivati dove si sarebbe dovuta trovare la sua vecchia casa è rimasto in silenzio. Adesso c’è un albergo con una piscina, diversi casolari e tanti turisti in vacanza. Quando era piccolo, invece, c’erano solo due case; e in ciascuna abitava una sola famiglia.

«In una famiglia erano in due a lavorare», aveva raccontato, «avevano due stipendi e due figli; nell’altra famiglia lavoravano un po’ tutti, nessuno aveva lo stipendio però avevano un cane, due nonni, una zia, diversi animali e cinque figlioli». Lui era uno di quei cinque.

In primavera e in estate era sempre là fuori a giocare o ad aiutare i grandi, mentre in autunno e in inverno gli accadeva anche di stare per molto tempo chiuso in casa, quando venivano giorni in cui non finiva mai di piovere. E lui si chiedeva dove andasse a finire tutta quell’acqua che veniva giù così fitta. Perché a casa loro ne restava solo un po’, quella che inzuppava la terra dei campi e riempiva il pozzo in mezzo all’aia.  Scoprì più tardi che l’acqua se ne andava giù verso la pianura dove i fiumi diventavano grossi e marroni e a volte facevano anche dei grandi disastri,  un po’ come gli uomini che ci abitavano.

Un anno, venne un inverno così nero che si portò via tutto il pane, così che non ci fu più niente da mangiare. Quello stupido inverno ritornò anche l’anno successivo. Nessuno di loro morì di fame, perché prima che accadesse il peggio se ne andarono via dietro a quel pane che non c’era più. Come tanti altri seguirono il percorso dell’acqua e scesero giù in pianura spinti dalla miseria.

La miseria era come una malattia. Se avevi fortuna guarivi, ti dimenticavi di lei e non ci pensavi più se non qualche volta, per nostalgia. Ma se questa fortuna non ce l’avevi poteva accadere che diventasse una malattia cronica, e allora non te la toglievi più di dosso;  ti si appiccicava ai vestiti, alla pelle, all’anima e ti accompagnava per sempre fino dentro alla tomba.

(continua)

J. Iobiz

Caro collega

Photo by Tima Miroshnichenko on Pexels.com

Caro collega,

ho letto una volta di un’isola dove tutti gli abitanti erano ciechi; un giorno nacque un uomo che ci vedeva benissimo. Si mise in testa di spiegare a tutti cosa volesse dire riuscire a vedere: provò a raccontare come fossero fatti i colori e la luce. Lo presero per pazzo, lo processarono e infine lo accecarono perché smettesse di raccontare quelle storie impossibili che rendevano agitati gli abitanti dell’isola. Ebbene, lei lo sa, credo che a me sia toccato un destino simile.

Sono tuttavia certa che, anche se non mi si vuol dare questa soddisfazione, siano invece molti coloro che pensano che io possieda proprietà molto particolari.  Lei sa bene che posso stare vicinissimo alle persone senza che loro se ne accorgano, posso apparire e scomparire e anche comparire nel medesimo istante in posti diversi.

Le persone alle quali tento di spiegare come sia possibile che tutto ciò accada – e cioè come io possa vedere il mondo tutto intero così come esso è veramente mentre le persone comuni non possano percepirne che una limitata porzione – non mi comprendono. E tutto questo mi ha sempre creato molti problemi.

Una volta sola credo di aver avuto uno amico che mi comprendeva. Peccato che egli vivesse in un mondo tutto suo. Lui non poteva vedermi, almeno non poteva vedermi così come io sono realmente. Credo che il mio amico potesse vedere di me solo una sezione bidimensionale quando io attraversavo il suo universo; ma quella sezione non ero certo io, e molto poco gli poteva dire di quello che sono realmente. Con tutta sincerità, credo che debba essere molto complicato vivere in un mondo a due dimensioni; può darsi che per lui sia stata soltanto un grande mistero; forse la realtà stessa era un mistero per lui. Non sono neppure certa che potesse udire le mie parole poiché anche la voce ha bisogno di propagarsi nello spazio.

In compenso, però, potevo vedere tutto ciò che faceva lui: e questo me lo rendeva tanto caro; potevo essergli vicinissima e accedere a luoghi che il mio amico riteneva inaccessibili. Più volte sono entrata in casa sua – per me si trattava semplicemente di attraversare una linea chiusa disegnata su un foglio – magari solo per provare a farmi sentire o per aiutarlo a risolvere un problema.

Mi chiedo anche se avrebbe avuto senso provare a spiegargli come stavano realmente le cose; per lui la realtà era solo quella racchiusa in quel suo universo, quella che vedeva dal suo punto di vista. Forse mi avrebbe preso per una povera pazza o, peggio ancora, avrebbe tentato di uccidermi.

Non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei ritrovata in un mondo formato da così tante dimensioni. Purtroppo continuo a non avere molti amici. E, questo devo assolutamente dirglielo, anche tra le persone che conosco meglio, nessuno mi crede quando racconto quello che vedo; quando spiego cosa accade negli universi con molte più dimensioni dai quali siamo circondati.

Il motivo per cui le scrivo è, caro dottore, che neppure io però so più bene quanti amici ho nei mondi a più dimensioni. È un po’ come se mi fossi smarrita.

È per questo che le chiedo aiuto.

Dottore, se lei mi sta ascoltando, pensa di potermi aiutare? Gliene sarei tanto grata.

Cosa mi dice?

Ha sentito le mie parole? Mi può aiutare?

J. Iobiz

Le réfugié (finale)

Photo by Collis on Pexels.com

Quando arrivai Moussa non c’era e ad aprirmi la porta fu invece una giovane ragazza, Amina, la sua compagna, con un bambino piccolo in braccio. Le diedi il biglietto che mi aveva scritto Karim e le chiesi di Moussa; mi disse che non sapeva quando sarebbe tornato ma fu gentile e mi indicò un posto dove passare la notte.

Ci sono tre cose che odio più di tutte le altre: il mare di notte, il vento cattivo e chi costringe le donne a fare sesso davanti ai figli. Il giorno seguente tornai a casa di Amina, che mi parve ancora più bella, e capii che anche lei odiava le stesse cose; e non voleva più farlo davanti a suo figlio, anzi, non voleva più farlo per niente, e specialmente con Moussa che era sempre ubriaco, la picchiava e la mandava in giro a fare soldi, soldi che lui poi si beveva.

Non so se fu l’alcol o qualcos’altro, ma quando lui tornò a casa dopo diversi giorni non appena mi vide mi aggredì e mi mandò via colpendomi più volte con una mazza di legno. E poi picchiò anche lei, ma io non ci potei fare niente, almeno per quella sera, perché quello stronzo ubriaco mi aveva rintronato di botte da capo a piedi.

Siccome però io non ho paura di niente, me ne stetti nascosto per qualche notte vicino alla loro casa; una sera aspettai Moussa con una spranga di ferro e allora fui io a colpire forte quello stronzo ubriaco. Lo colpii molte volte, anche sulla testa sino a quando lui restò disteso a terra immobile. A quel punto scappai, non per paura, ma solo perché pensai che fosse la migliore cosa da fare. Il cielo era nero, e soffiava un vento umido che odorava di fogna e una voce mi diceva di scappare via, il più veloce e il più lontano possibile.

Da quella sera, Amina l’ho rivista solo una volta e quando è successo, il giorno del processo, lei mi guardava in un modo strano, quasi come se non mi conoscesse. Io spero solo che in seguito abbia avuto una vita più tranquilla, con il suo bambino, lontano da quelle cose che tutt’e due odiamo.

In quanto a me adesso sono cresciuto, sono passati alcuni anni ma continuo a non sopportare il vento; adesso ancora più di prima, perché il vento è libero e se ne può andar via lontano e invece io non posso seguirlo. Però il mare non mi fa più paura neppure la notte, anche perché è laggiù lontano e da qui posso sentirne solo il rumore.

Mi hanno riportato sull’isola, ma in un altro posto; da dove sono adesso posso vedere soltanto alcuni muri dipinti di bianco, certe inferriate, qualche aiuola, il piazzale interno e il cielo; a volte è bello, altre volte invece è scuro e imbronciato. Spesso anch’io sono scuro e imbronciato ma certe volte, invece, siamo belli tutt’e due nello stesso momento, e quelli sono ancora i giorni più belli.

J. Iobiz

Il libro secondo me

Breve mezzo decalogo su cosa penso dei libri.

  1. I libri sono una bella cosa ma occorre avere la pazienza di leggerli
  2. Anche i grandi scrittori scrivono brutti libri
  3. Tanti libri sarebbero molto più belli se fossero più brevi; tanti altri resterebbero brutti anche se fossero più brevi (o più lunghi)
  4. Nella grande letteratura ha molta più importanza il libro rispetto all’autore; nella classifica dei libri più venduti, quasi sempre, è vero il contrario
  5. Saper scrivere non è sufficiente per scrivere un bel romanzo o un bel racconto; purtroppo, ci vuole anche l’ispirazione

Le réfugié (4)

Photo by Collis on Pexels.com

L’acqua era fredda e la corrente molto forte; resistei fino a quando le forze mi abbandonarono. Improvvisamente scomparve tutto, il freddo e la corrente. Avevo sentito dire che quando si muore non si fa in tempo ad accorgersene; ma in quegli istanti io stavo bene e non avrei saputo dire con precisione se ero vivo o se ero morto. In realtà mi sentivo più morto che vivo, almeno per come credo ci si potrà sentire da morti: un po’ come quando arrivi al termine di una corsa che ti ha portato via tutte le forze e non pensi più a nulla. Ma tutto questo non durò a lungo perché arrivò il dottore e con lui anche la luce, i dolori e tutto il resto. La prima cosa che pensai fu che era meglio se rimanevo morto ancora per un po’.

L’Istituto dove fui ospitato dopo l’incidente non era un brutto posto ma non ci rimasi per molto tempo. Tutto per colpa di questa mia testa dura. Me lo hanno sempre detto che ho la testa dura. Forse è perché sono sempre stato più grande dei ragazzi della mia età e molto più sveglio di loro, anche se non tutti erano in grado di accorgersene subito. E poi, non ho mai avuto paura di niente. Se uno ha paura è finito, diventa come un uomo grasso, ma molto grasso, che è costretto a rimane per forza incollato intorno ai suoi piedi e non può fare niente. Grassi e paurosi o si nasce o si diventa per qualcosa di sbagliato che si fa o si mangia o che ci succede, oppure perché si fa poco allenamento e io, di allenamento, ne avevo fatto tanto fin da piccolo.

E poi, più di ogni altra cosa, ci sta il fatto che non mi sono mai preoccupato di niente, e questa è una dote che non s’impara: o ce l’hai o non ce l’hai. Per me è una cosa normale comportarmi così, nonostante veda bene che non lo è affatto per tanti altri, e in particolare per le persone adulte, compreso il dottore con cui feci amicizia all’Istituto. Quando lui era preoccupato era sempre a causa di qualcosa che sarebbe potuto accadere il giorno, il mese o addirittura l’anno dopo; o addirittura molti anni dopo. Questa cosa non l’ho mai capita, perché il futuro nessuno lo conosce e non si deve provare a indovinare cosa accadrà o come o quando accadrà, perché tanto va sempre a finire che succederà qualcos’altro, qualche cosa a cui non avevi pensato. Questo la sanno tutti, eppure tutti continuano a rovinarsi i giorni pensando a mille faccende che poi non accadranno mai.

E invece di cose ne accadono altre, proprio quelle a cui non avevi pensato, come quell’onda assassina che quel giorno portò via con sé quella bambina straniera.

(continua)

J. Iobiz