Le réfugié (4)

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L’acqua era fredda e la corrente molto forte; resistei fino a quando le forze mi abbandonarono. Improvvisamente scomparve tutto, il freddo e la corrente. Avevo sentito dire che quando si muore non si fa in tempo ad accorgersene; ma in quegli istanti io stavo bene e non avrei saputo dire con precisione se ero vivo o se ero morto. In realtà mi sentivo più morto che vivo, almeno per come credo ci si potrà sentire da morti: un po’ come quando arrivi al termine di una corsa che ti ha portato via tutte le forze e non pensi più a nulla. Ma tutto questo non durò a lungo perché arrivò il dottore e con lui anche la luce, i dolori e tutto il resto. La prima cosa che pensai fu che era meglio se rimanevo morto ancora per un po’.

L’Istituto dove fui ospitato dopo l’incidente non era un brutto posto ma non ci rimasi per molto tempo. Tutto per colpa di questa mia testa dura. Me lo hanno sempre detto che ho la testa dura. Forse è perché sono sempre stato più grande dei ragazzi della mia età e molto più sveglio di loro, anche se non tutti erano in grado di accorgersene subito. E poi, non ho mai avuto paura di niente. Se uno ha paura è finito, diventa come un uomo grasso, ma molto grasso, che è costretto a rimane per forza incollato intorno ai suoi piedi e non può fare niente. Grassi e paurosi o si nasce o si diventa per qualcosa di sbagliato che si fa o si mangia o che ci succede, oppure perché si fa poco allenamento e io, di allenamento, ne avevo fatto tanto fin da piccolo.

E poi, più di ogni altra cosa, ci sta il fatto che non mi sono mai preoccupato di niente, e questa è una dote che non s’impara: o ce l’hai o non ce l’hai. Per me è una cosa normale comportarmi così, nonostante veda bene che non lo è affatto per tanti altri, e in particolare per le persone adulte, compreso il dottore con cui feci amicizia all’Istituto. Quando lui era preoccupato era sempre a causa di qualcosa che sarebbe potuto accadere il giorno, il mese o addirittura l’anno dopo; o addirittura molti anni dopo. Questa cosa non l’ho mai capita, perché il futuro nessuno lo conosce e non si deve provare a indovinare cosa accadrà o come o quando accadrà, perché tanto va sempre a finire che succederà qualcos’altro, qualche cosa a cui non avevi pensato. Questo la sanno tutti, eppure tutti continuano a rovinarsi i giorni pensando a mille faccende che poi non accadranno mai.

E invece di cose ne accadono altre, proprio quelle a cui non avevi pensato, come quell’onda assassina che quel giorno portò via con sé quella bambina straniera.

(continua)

J. Iobiz

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