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Abbiamo tutti un blues da piangere (3)

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Il vecchio compagno di studi mi racconta un fatto accaduto ad un certo Jean Jacques e alla sua compagna Angelica. Quando ha pronunciato questi nomi ho avuto la sensazione che li avesse inventati sul momento per non rivelare la vera identità dei protagonisti della storia che si apprestava a raccontare.

Questi due giovani erano pazzamente innamorati l’uno dell’altro. Ogni volta che si vedevano si amavano come fosse la prima volta, scambiandosi promesse di felicità e amore eterno. Jean Jacques rivolgeva ad Angelica sempre le stesse tenere parole:

«Oggi hai un abito bellissimo», le diceva, e poi aggiungeva: «Ma è il sorriso il tuo vestito più bello».

Tutto questo accadde per un numero infinito di incontri, e ogni volta i due giovani vissero il loro amore come fosse il primo giorno. Invece adesso, che Jean Jacques è un uomo di una certa età, non ricorda niente di preciso di questo suo passato e si ritrova a innamorarsi di un sogno; un sogno che riguarda proprio lei, Angelica. Non ricorda più cosa le sia accaduto ma la rivede continuamente in quel suo sogno ricorrente. Affinché potessi comprendere meglio ciò che stava raccontando, il mio interlocutore ha detto che mi doveva però spiegare un antefatto.

Tutto ebbe inizio molto anni fa, quando alcuni ricercatori rinvennero, durante l’esecuzione di uno scavo archeologico, un antico codice nel quale era esposta una curiosa teoria secondo cui l’essere umano, se avesse voluto veramente emanciparsi, avrebbe dovuto liberarsi della memoria. Solo così gli uomini sarebbero stati finalmente liberi.

In un primo momento, questa idea fu ritenuta assurda, ma più tardi si diffuse invece rapidamente nell’opinione pubblica. In molti intuirono che senza memoria sarebbero immediatamente scomparsi anche il rimorso e il senso di colpa e ciò faceva intravedere la possibilità di vivere esistenze più leggere e spensierate.

Questa idea sarebbe forse rimasta solo una delle tante utopie irrealizzate se negli anni che seguirono, in una parte di mondo ricca ed esclusiva, non si fosse tentato di metterla in pratica grazie a nuove tecnologie capaci di affrancare le persone da tante necessità pratiche legate all’esercizio della memoria. Fu scoperto che era possibile programmare la mente in modo che vi rimanesse immagazzinato solo ciò che desiderava il proprietario del cervello in questione.

Vi fu chi considerò queste manomissioni della memoria un atto eticamente riprovevole ma a queste obiezioni  fu risposto che in una società che si autoproclamava libera non era consentito a nessuno, proprio da un punto di vista etico, imporre agli altri le proprie scelte, compreso quelle di essere obbligati a rinunciare ai benefici offerti da nuove tecnologie e da scoperte scientifiche finalmente a disposizione di tutti. Altrettanto semplice fu liquidare le critiche provenienti dal mondo religioso; essendo la fede un fatto strettamente privato e individuale, non era accettabile poter estendere a tutti gli individui i vincoli, le limitazioni e i punti di vista propri di una specifica religione. Le discussioni furono presto archiviate; si doveva soltanto garantire che ogni singolo individuo prendesse la sua decisione in modo libero e consapevole.

Ciascuno avrebbe scelto cosa farsene del proprio cervello, così come già avveniva con le decisioni riguardanti tutte le altre parti del corpo.

(continua)

J. Iobiz

Di J. Iobiz

Scrittore.
In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più.

4 risposte su “Abbiamo tutti un blues da piangere (3)”

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