I venditori di ombrelli(2)

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Mario era sempre in giro per lavoro o per divertimento; spesso non riuscivo neppure a capire bene dove per finisse l’uno e iniziasse l’altro. Poi, però, a marzo di quel suo ultimo anno, incominciò a vedere le cose in modo diverso. Iniziò a dire che quando la sera rientrava a casa gli venivano in mente dei pensieri strani e malinconici.

Inizialmente questi attacchi di malinconia erano momentanei e duravano poco; una volta che se ne erano andati via tutto ritornava come prima. Raccontava anche di avere trovato un buon antidoto a quel malessere: quando si sentiva assalito da quel particolare malumore smetteva di fare ciò che stava facendo e concentrava il suo pensiero sull’immagine di una montagna; sì, proprio una grande montagna, con una parete verde ricoperta di prati senza alberi, con su una scritta fatta da tanti sassi bianchi, che diceva: «Non m’importa un cavolo di niente!». Era, secondo lui, una specie di esercizio liberatorio. E agli inizi sembrava che funzionasse.

Poi, però, quando anche di soldi iniziò ad averne meno e con meno soldi diminuì anche il giro di amici, le crisi divennero più gravi e frequenti. Intendiamoci, lui non era mai stato ossessionato dai soldi; per lui era la spensieratezza la vera ricchezza. Secondo Mario i soldi che servono davvero nella vita sono quelli sufficienti a far in modo che tu non sia costretto a dover pensare in continuazione né a quanti ne hai né a dove li tieni: la persona veramente ricca non lo è perché possiede tanti soldi, ma perché riesce a vivere con l’incoscienza e la spensieratezza derivante dal non dover continuamente pensare a quanti ne possiede. Altrimenti è solo uno schiavo dei soldi, come ce ne sono tanti, alcuni per scelta e la maggior parte per necessità. Ma aggiungeva anche che, secondo lui, la crisi costringeva tutti a pensare di più ai soldi e così ci rendeva tutti quanti più pensierosi e infelici.

E la crisi era venuta a causa della globalizzazione e questa chissà da che cosa dipendeva! Chi l’aveva voluta? E così andava a finire che tutto ci scorreva sopra la testa come in passato accadeva ai contadini con la cattiva stagione, che quando arrivava non ci potevano far niente; potevano solo cercare un riparo sicuro: ma esisteva un luogo sicuro dove potersi riparare dalla crisi? Secono lui, non esisteva.

Io ancora oggi, dopo tanti anni, non lo so. Quello che so è che Mario il suo rifugio sicuro non lo ha mai trovato. Certe volte appariva rassegnato, certe altre ripartiva rincorrendo mille modi per andare avanti, magari cercando nuovi lavori; il suo ormai lo aveva già perso e cambiato varie volte. Poi lo vidi fermarsi in un modo diverso: fu come se si fosse seduto ad aspettare che accadesse qualcosa, magari che la crisi, così come era venuta, se ne andasse via. Ma già in quel periodo, secondo me, non si potevano più distinguere in lui gli effetti della sua crisi personale da quella economica. Forse erano già divenuti una cosa sola. Una sera mi disse: «Vedi, non accade niente di nuovo. Siamo in stallo. E sai cosa succede quando un aereo va in stallo: precipita. Ho la sensazione che anche lei, la crisi, si sia seduta qui accanto a noi e si sia messa ad aspettare».

«Aspettare cosa?» gli chiesi io.

«Aspettare che ce ne andiamo via noi prima di lei».

(continua)

J. Iobiz

4 pensieri su “I venditori di ombrelli(2)

  1. Tutto abbastanza nella media. Finisce il lavoro finisce la tranquillità, finiscono i soldi diminuiscono anche gli amici, però l’ultima frase del finale di questa seconda puntata un po’ mi inquieta: non so se pensare che alla fine preferisca emigrare da qualche parte, o peggio arrendersi,perché quell’andare via “noi” può anche significare… che pensa di farla finita con tutto ciò che può essere reale . Vediamo che combina. Una a storia del nostro tempo questa con quel cassetto magico che tutti vorremmo avere . Chissà dove ha messo il suo mantra che gli dava forza ( la scritta con le pietre)

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