I venditori di ombrelli (3)

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Ma forse la verità è un’altra; Mario aveva un baco nella testa. Sì, proprio un baco dentro la sua testa e neppure lui lo sapeva, perché alcuni difetti oggi te li scoprono addirittura quando sei ancora nella pancia della tua mamma, mentre altri li trovano subito dopo, o dopo qualche mese o qualche anno; ma se invece hai un baco nel cervello, un baco come dico io, quello può rimanere nascosto a tutti, perfino a te stesso, sino a quando un bel giorno – si fa per dire – Plaf!, se ne esce fuori e combina il suo casino. Eppure era sempre stato lì, lasciandoti vivere tranquillo senza che nessuno si accorgesse di lui. Questo, per me, è quello che è accaduto a Mario.

Verso la fine del mese di maggio, iniziò di tanto in tanto a farmi domande e discorsi sempre più strani. Lo vedevo ormai sempre più di rado e mi colpiva ancora di più quel suo parlare in modo sconclusionato, quei discorsi sulla reincarnazione e sul destino di ciascuno di noi.

Io, di preciso, su cosa ci sarà quando saremo morti idee chiare non le ho mai avute, ma anche lui, dopo avermi fatto tutti quei suoi discorsi, finiva sempre col dire che era meglio rimandare quei pensieri al giorno dopo e nel frattempo vivere come meglio si può. E questo mi rasserenava.

Per la verità, a me è spesso accaduto di sognare persone morte che ho conosciuto, e mi sono sempre chiesta perché tutte le volte che succede ho la sensazione che queste persone non siano più capaci di riconoscermi. Una volta, per esempio, ho sognato un mio amico morto da alcuni anni; nel sogno lui mi ha salutato con un cenno della mano, eppure sono sicura che non mi ha riconosciuto.

Neppure quando ho sognato la nonna mi ha riconosciuto. Mi sembra che non abbiano un preciso ricordo neppure della loro morte; è come se i morti non sapessero di essere morti. Se gli chiedo qualcosa di più preciso su questo argomento danno solo risposte evasive come se non volessero o non potessero ricordare. La sensazione che mi resta dopo aver fatto uno di questi sogni è quella che non esista più alcuna storia in comune tra me e loro: io non so più chi sono loro e loro non sanno più chi sono io. Ma tutto questo a Mario non sono mai riuscita a dirlo.

Più tardi, quando eravamo ormai già in piena estate, accadde il fatto più triste. La mente di Mario si divise in due: da una parte c’erano gli stati felici dell’anima e dall’altra quelli infelici. Fosse dipeso da lui, così diceva, se cioè avesse potuto decidere lui con la sua volontà se star di qua o di là, uno di quei due mondi sarebbe scomparso per sempre, e lui sarebbe rimasto di qua o di là; il dove gli era del tutto indifferente. Ovunque si trovasse, infatti, non desiderava altro che rimanervi. Almeno questo è quello che raccontava. I due mondi non comunicavano mai tra di loro e occupavano spazi e tempi differenti ben delimitati e circoscritti. Esistevano ormai due persone: un Mario felice e un altro infelice.

(continua)

J. Iobiz

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