IL NUOVO ALBERGO

Oggi ho accompagnato mio nonno a rivedere la casa dove è nato in un paesino di collina in mezzo alla campagna. Abbiamo fatto una lunga strada in autobus fino al paese e poi abbiamo proseguito per un piccolo tratto a piedi, lungo una strada sterrata fin dove doveva esserci la sua vecchia casa. Mentre camminavamo, lui non faceva altro che dire che gli sembrava tutto più piccolo e diverso, e mi diceva in continuazione, vedi Matilde, qui c’era questo, là c’era quello. Laggiù ci abitava Tizio e lassù Caio, eccetera eccetera.

Però, quando siamo arrivati dove si sarebbe dovuta trovare la sua vecchia casa è rimasto in silenzio. Adesso c’è un albergo con una grande piscina. Quando era piccolo, invece, c’erano solo due case, e in ciascuna abitava una famiglia.

«In una famiglia erano in due a lavorare», mi ha detto, «avevano due stipendi e due figli; nell’altra famiglia lavoravano un po’ tutti, nessuno aveva lo stipendio però avevano un cane, due nonni, una zia, diversi animali e cinque figlioli». Lui era uno di quei cinque.

Un anno, venne un inverno così nero che si portò via tutto il pane e non ci fu niente da mangiare. Quello stupido inverno ritornò anche l’anno successivo. Prima che accadesse il peggio se ne andarono dietro a quel pane che non c’era più. Come tanti altri seguirono il percorso dell’acqua e scesero giù in pianura spinti dalla miseria.

Non ci siamo neppure avvicinati al nuovo albergo. Ad un certo punto ci è venuto incontro un cane: era bello, aveva il pelo lungo e chiaro, quasi bianco, ma aveva l’aria un po’ stupida. Non abbaiava neppure, ci ha girato intorno e poi è andato via.

Siamo ritornati a casa con l’autobus, scendendo dalle colline alla pianura come l’acqua quando piove di continuo in quelle giornate lunghe d’inverno che durano settimane. Il nonno non aveva più molta voglia di parlare. Ha fatto tutto il viaggio con gli occhiali da sole, anche se il sole era già tramontato da un pezzo.

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