Decalogo dello scrittore, secondo me.

  1. Leggere molto
  2. Imparare a scrivere
  3. Imparare a scrivere bene
  4. Imparare a scrivere racconti e romanzi
  5. Imparare a scrivere bene racconti e romanzi
  6. Scrivere un bel romanzo.
  7. Cercare case editrici che pubblicano racconti e romanzi (e non solo bei romanzi)
  8. Inviare il proprio manoscritto a una o più case editrici (facendo in questo caso molta attenzione all’uso del “copia e incolla”)
  9. Aspettare.
  10. Imparare a vendere un libro, che non è detto sia davvero anche un bel romanzo.
  • La numero 10 è la cosa più importante

Caro collega

Photo by Tima Miroshnichenko on Pexels.com

Caro collega,

ho letto una volta di un’isola dove tutti gli abitanti erano ciechi; un giorno nacque un uomo che ci vedeva benissimo. Si mise in testa di spiegare a tutti cosa volesse dire riuscire a vedere: provò a raccontare come fossero fatti i colori e la luce. Lo presero per pazzo, lo processarono e infine lo accecarono perché smettesse di raccontare quelle storie impossibili che rendevano agitati gli abitanti dell’isola. Ebbene, lei lo sa, credo che a me sia toccato un destino simile.

Sono tuttavia certa che, anche se non mi si vuol dare questa soddisfazione, siano invece molti coloro che pensano che io possieda proprietà molto particolari.  Lei sa bene che posso stare vicinissimo alle persone senza che loro se ne accorgano, posso apparire e scomparire e anche comparire nel medesimo istante in posti diversi.

Le persone alle quali tento di spiegare come sia possibile che tutto ciò accada – e cioè come io possa vedere il mondo tutto intero così come esso è veramente mentre le persone comuni non possano percepirne che una limitata porzione – non mi comprendono. E tutto questo mi ha sempre creato molti problemi.

Una volta sola credo di aver avuto uno amico che mi comprendeva. Peccato che egli vivesse in un mondo tutto suo. Lui non poteva vedermi, almeno non poteva vedermi così come io sono realmente. Credo che il mio amico potesse vedere di me solo una sezione bidimensionale quando io attraversavo il suo universo; ma quella sezione non ero certo io, e molto poco gli poteva dire di quello che sono realmente. Con tutta sincerità, credo che debba essere molto complicato vivere in un mondo a due dimensioni; può darsi che per lui sia stata soltanto un grande mistero; forse la realtà stessa era un mistero per lui. Non sono neppure certa che potesse udire le mie parole poiché anche la voce ha bisogno di propagarsi nello spazio.

In compenso, però, potevo vedere tutto ciò che faceva lui: e questo me lo rendeva tanto caro; potevo essergli vicinissima e accedere a luoghi che il mio amico riteneva inaccessibili. Più volte sono entrata in casa sua – per me si trattava semplicemente di attraversare una linea chiusa disegnata su un foglio – magari solo per provare a farmi sentire o per aiutarlo a risolvere un problema.

Mi chiedo anche se avrebbe avuto senso provare a spiegargli come stavano realmente le cose; per lui la realtà era solo quella racchiusa in quel suo universo, quella che vedeva dal suo punto di vista. Forse mi avrebbe preso per una povera pazza o, peggio ancora, avrebbe tentato di uccidermi.

Non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei ritrovata in un mondo formato da così tante dimensioni. Purtroppo continuo a non avere molti amici. E, questo devo assolutamente dirglielo, anche tra le persone che conosco meglio, nessuno mi crede quando racconto quello che vedo; quando spiego cosa accade negli universi con molte più dimensioni dai quali siamo circondati.

Il motivo per cui le scrivo è, caro dottore, che neppure io però so più bene quanti amici ho nei mondi a più dimensioni. È un po’ come se mi fossi smarrita.

È per questo che le chiedo aiuto.

Dottore, se lei mi sta ascoltando, pensa di potermi aiutare? Gliene sarei tanto grata.

Cosa mi dice?

Ha sentito le mie parole? Mi può aiutare?

J. Iobiz

La vita è solo una malattia mortale sessualmente trasmissibile?

Photo by Craig Dennis on Pexels.com

#54

Non saprei dirlo con certezza, ma fino ad adesso mi sembra di aver capito che esistono due tipi di persone: ci sono quelli che pensano che ciò che sta accadendo in questi giorni non è mai successo prima di ora, e che quindi il mondo si sia ormai incamminato verso la fine; e poi ci sono quelli che invece ritengono che il mondo sia sempre stato in questo modo, cioè pieno di eventi tragici e imprevedibili, e che gli uomini da sempre combinano gli stessi pasticci anche se in forme diverse, e quindi le medesime cose che si dicono  adesso sull’avvicinarsi della fine del mondo le hanno già pronunciate prima di noi i nostri nonni, e prima di essi i loro nonni, e i nonni dei nonni eccetera eccetera.

E poi, però, ci sono anche le persone come Pilade che non dicono nulla riguardo a questi problemi perché sono tipi di poche parole e, quindi, anche se una cosa la pensano non te la dicono.

A dire la verità, non solo non so cosa pensava lui, ma non so neppure cosa penso io; a dire la verità non so neppure se è giusto pensare a cose di questo tipo o è meglio fare qualcosa di diverso, come scrivere delle ricette per i dolci, guardare una serie TV o mettersi a fare una collezione qualunque.

C’è un tizio famoso* che ha scritto che la vita è una malattia mortale che si può trasmettere per via sessuale. A parte l’ottimismo che deve aver avuto nelle vene questo tizio famoso, a me, quando ho letto questa cosa, è venuto un po’ di sconforto. Ma, porca miseria! allora tutto quello che si fa e si sente non conta nulla? Non ci credo che possa trattarsi di una cosa del genere e comunque quando muore qualcuno ci rimango male e mi viene da piangere. E così è accaduto anche ora che è morto Pilade, il mio amico.

J. Iobiz

  • Il tizio famoso è lo psichiatra scozzese Ronald Laing (1927-1989), e la citazione completa è “La vita è una malattia a trasmissione sessuale; ed ha un tasso di mortalità del 100%.”.In realtà fu pronunciata in senso ironico.

Il fiume e il vino

Photo by Markus Spiske on Pexels.com

#53.

Se n’è andato via un altro anno senza che sia accaduto niente di particolare, ad eccezione di una cosa, una sola ma molto brutta e cioè la morte di Pilade.

A dicembre gli impiegati dell’Amministrazione sono andati tutti in vacanza. A gennaio, quando sono rientrati al lavoro c’erano le scadenze fiscali. A febbraio è arrivato come ogni anno il Carnevale. Marzo è stato un mese tranquillo; di aprile non posso dire niente di preciso. A maggio è esplosa la primavera, poi ci sono stati i mesi estivi delle vacanze. A ottobre sono iniziate tutte le nuove attività e poi è arrivato ancora una volta novembre e insieme a novembre anche un nuovo impiegato che ha preso servizio negli uffici dell’Amministrazione. Si chiama Tito.

Quando Tito ha iniziato il suo lavoro si è accorto che il suo predecessore aveva commesso un errore; si trattava di uno scambio di persona: Pilade, l’uomo che secondo il predecessore di Tito risultava già morto nei registri ufficiali – e invece era ancora vivo – non era quel Pilade lì, il mio amico, ma un altro Pilade. Tito ne parlò subito con il Segretario del Capoufficio, con il Capoufficio e con il Capo del Capoufficio in persona. Tito ne parlò anche con il Direttore e quando arrivò a casa raccontò tutto anche a sua moglie.

La sera stessa ne discusse con i suoi amici mentre giocava a carte, ma questi gli dissero di non preoccuparsi, perché il fiume e il vino avevano nel frattempo già sistemato ogni cosa. Infatti, un anno prima, a novembre, un uomo era caduto nel fiume; pareva che si trattasse di un fuorilegge, una persona che aveva un conto in sospeso con la giustizia. Ma non era vero nulla, si trattava di Pilade, il mio amico.

I funzionari della Direzione avevano intrapreso contro Pilade un procedimento, perché lui, pur essendo ancora vivo, secondo gli atti dei registri ufficiali sarebbe dovuto essere già morto. Lui, cioè Pilade, dopo essere venuto a conoscenza di questa accusa, aveva chiesto scusa a me, ad Adele e a tutte le altre persone con le quali aveva condiviso i suoi ultimi giorni. «Dimenticatemi» aveva detto, «scordate il colore dei miei occhi e quello dei miei capelli, dimenticate la forma del mio viso e del mio corpo; dimenticate le parole che ho detto e anche quelle che avrei potuto dire». «Per fortuna, non ho avuto figli», mi aveva sussurrato, anche se aveva preferito non fare questa affermazione in pubblico perché non era certo che qualche suo figlio potesse veramente esistere di qua o di là in qualche parte del mondo.

Hanno detto che è precipitato nel fiume mentre orinava controcorrente, ubriaco. E questa ricostruzione dei fatti è stata ritenuta verosimile dalla Polizia e da quasi tutti i gestori delle osterie della zona.

J. Iobiz

Salici, tigri e persone sbadate

Photo by Thomas B. on Pexels.com

#51

Improvvisamente Adele è cambiata; ha iniziato a trascorrere sempre più tempo seduta in cortile a fissare con lo sguardo i grandi salici vicini al pozzo. Non viene più a passeggiare con me, Pilade e Massimo Valerio; e quando la chiamo mi risponde con un sorriso dolce, poi scuote leggermente il capo e resta seduta là, a fissare quei grandi salici. Mi ricorda mia madre.

Lei amava molto gli animali; ne aveva sempre avuto qualcuno anche prima di sposarsi. Ma con il passare del tempo, la sua passione superò ogni limite e oltre ai gatti e ai cani decise di portare nella villa dove abitavamo anche due tigri. Chiese a mio padre se egli fosse d’accordo per quel genere di acquisto e lui le disse di essere assolutamente contrario; non voleva animali feroci vicino casa. Per questo motivo, quando le tigri vennero consegnate alla villa lei le fece nascondere nella parte più lontana dei loro edifici, all’interno di una rimessa che non veniva mai usata. Mio padre, a quel punto, avrebbe preferito sapere dove erano sistemate le tigri, ma lei gli disse solo che doveva stare tranquillo e di non preoccuparsi; gli animali, un maschio e una femmina, erano rinchiusi in due gabbie sicure e non c’era quindi da temere alcun pericolo.

Ma mio padre non era per niente tranquillo perché conosceva bene mia madre e sapeva che era una persona molto sbadata. Lui era anche consapevole che la loro tenuta era molto grande e non si poteva mai sapere cosa potesse accadere in qualche angolo lontano; lo aveva ripetuto un sacco di volte anche a mia madre: poteva verificarsi un crollo in un’ala in cui nessuno andava mai, e gli animali si sarebbero potuti trovare improvvisamente liberi. Le chiese molte volte, e in molti modi diversi, di far portare via le tigri, ma ogni volta lei diceva che dovevano e potevano restare dov’erano. E ovviamente non diceva mai dov’erano. Mio padre, a quel punto, decise di fare delle ricerche per conto proprio perché era sicuro che la storia delle tigri sarebbe andata a finire male. E purtroppo aveva ragione.

J. Iobiz

Quando ancora non esistevano i colori

Photo by Pixabay on Pexels.com

#50

Massimo Valerio dice che all’inizio del mondo non esistevano i colori ma c’erano solo il bianco e il nero; e ha precisato che quando dice bianco e nero non devo pensare alle vecchie foto o ai film d’epoca; no, intende dire che esisteva solo il bianco-bianco e il nero-nero, niente vie di mezzo. Solo in seguito, non sa dire con precisione quanto tempo dopo, cominciarono a mostrarsi tonalità più chiare di nero e più scure del bianco fino ad arrivare ad una scala infinita di grigi. Infine, comparve nel cielo un grande arcobaleno colorato che vi rimase per molto tempo. Forse un anno o un secolo, questo non sa dirlo. Comunque sia, a un certo punto quell’arcobaleno si ruppe e tutti i colori caddero sulla terra, proprio come è accaduto adesso. Fu allora che comparvero per la prima volta il giallo, il verde, il rosso e via via tutti gli altri colori. Ci volle un po’ di tempo affinché ciascun colore trovasse il suo posto definitivo, e prima che ciò accadesse si verificò un po’ di confusione, sì un bel po’ di confusione.

Da allora, solo ad alcuni animali preistorici è rimasto un mantello in bianco e nero, proprio per testimoniare l’era del mondo senza colori. Adesso, quando guardo una zebra, o un istrice o un tasso, non posso fare a meno di pensare a come sarebbe triste vivere in un mondo in bianco e nero e come invece è bello un  mondo dove il mare è azzurro, gli alberi verdi, i campi di grano maturo gialli, e i capelli delle ragazze biondi, rossi e castani.

Ad ogni modo, se è vera la storia che ha raccontato Massimo Valerio il fatto che una cosa simile sia accaduta di nuovo può veramente significare che il tempo che stiamo vivendo non è un tempo uguale a tutti quelli passati, ma è un po’ speciale. Sì, penso sia proprio così, questo è un tempo un po’ speciale.

J. Iobiz

L’arcobaleno si è rotto e i suoi colori sono caduti sulla terra

Photo by Sharon McCutcheon on Pexels.com

#49

L’arcobaleno è andato via. Sono passati quasi quattro mesi da quando era comparso nel cielo ed oggi si è rotto ed è scomparso. I suoi colori sono finiti dispersi sulla terra e sopra le nostre teste. Ci sono voluti molti giorni e ce ne vorranno molti altri ancora per cancellare quei colori.

C’è chi dice che quello che è successo è tutta colpa dei partiti di opposizione, ma molti non credono che sia tutta colpa dei partiti di opposizione; c’è anche chi pensa sia stata un’operazione voluta dalla minoranza del Partito, chi invece crede si tratti di una trovata di qualche grande multinazionale; e poi c’è chi sente odore di mafia e quelli che giurano di essere certi che si tratti di un sabotaggio messo in atto dai servizi segreti di qualche Paese dell’Est europeo.


Pilade, invece, dice che la storia dell’arcobaleno è tutta una bufala e che si è trattato di un’eclissi. Lui afferma che il quindici giugno del Duemilatre, nel mezzo del mese di agosto, ci fu un’eclissi di sole che si vedeva benissimo da Giacarta e dalla Papuasia – ma non è sicuro che fossero proprio Giacarta e la Papuasia. Era un giorno piovoso. Dalla sua stanza, però, l’eclissi non si vedeva perché era notte. Di notte vide invece un’altra eclissi: due anni dopo, vide l’eclissi di luna, quella volta che il sindaco disse che l’aveva organizzata lui con i fondi europei ma nessuno ci credette. Dell’eclissi di sole del Duemilatre invece il sindaco non disse nulla. Forse, ne avranno parlato i sindaci di Giacarta e della Papuasia. Secondo Massimo Valerio Segugio Spinone, Pilade beve molta limonata – che forse non è limonata – e questo non aiuta le persone come Pilade, con le mani e la testa ricoperte da macchie marroni, a osservare bene le eclissi.

J. Iobiz

Internet è come una televisione che ci puoi entrare dentro

Photo by Lachlan Ross on Pexels.com

#48

Durante la passeggiata che abbiamo fatto oggi pomeriggio, ho illustrato a Massimo Valerio Segugio Spinone la mia teoria circa il modo con cui si diffondono nel mondo le nuove invenzioni; gli ho detto che, secondo me, la cosa funziona così.

Tutte le invenzioni nascono nelle grandi città e da lì, in un secondo tempo, si propagano attraverso le periferie e la campagna fino a raggiungere le città più piccole; poi si espandono ancora fino ad arrivare ai paesini sperduti come il nostro. Quando però i paesi sono molto piccoli, può accadere che certe invenzioni non si fermino ma proseguano oltre, perché
nel transitare non fanno in tempo ad accorgersi di essersi imbattute
in un centro abitato. Magari, passando da quel paesino, quella invenzione appena nata legge il nome di una località sperduta scritta su un cartello che
le appare all’improvviso dietro una curva, in mezzo al nulla; magari
vede anche spuntare alcune case lungo la strada; ma non fa in
tempo a rendersi conto di essere arrivata in un paese e prosegue oltre.

E così le può succedere di non fermarsi neppure un attimo, nemmeno il tempo minimo necessario per far sì che qualcuno degli abitanti di quel paesino sperduto si possa accorgere della sua presenza.

E quando accade una cosa del genere, in quello sfortunato paesino l’invenzione appena transitata è come se non fosse mai arrivata e resta sconosciuta. Una delle invenzioni che secondo me non si sono mai fermate qui, e cioè in questo piccolo paese dove c’è l’istituto in cui mi ha mandato il bravo dottore, è quella dei marciapiedi: infatti qui le strade non hanno marciapiedi. Nessuno, almeno secondo me, è a conoscenza della loro invenzione. E a causa di questa ignoranza tutti gli abitanti di questo paesino camminano ai lati delle strade dove passano anche le macchine; e questo è il motivo per cui quando emigrano in Austria – ma forse non è l’Austria – o in altri paesi stranieri spesso muoiono investiti dalle automobili, che nelle grandi città sono molto più numerose rispetto a quassù.

Ho provato anche a spiegare a Massimo Valerio come funziona internet; e che io e Caterina stavamo meglio quando ancora non c’era quella cosa lì, internet, che, però, insieme ai marciapiedi, alla lavastoviglie e alle zanzariere per le finestre, è senz’altro una delle invenzioni più famose degli ultimi tempi. Siccome lui ha detto di non sapere cosa è internet, gli ho spiegato che internet è come una televisione che ci puoi entrare dentro. Anzi, prima è stato lui, internet, a entrare dentro di noi attraverso il computer e il telefono; dopo siamo stati noi a entrare dentro internet. Da ultimo siamo finiti ognuno dentro all’altro, interconnessi, si dice così.

E dentro internet c’è proprio di tutto, anche i tassisti di Bologna. Per questo io e Caterina stavamo meglio quando internet ancora non esisteva.

J. Iobiz

I libri parlano di noi e ci guardano negli occhi

Photo by Oladimeji Ajegbile on Pexels.com

#47

Adele legge molto e le accade spesso anche di rileggere più volte il medesimo libro. Dice che i libri riescono a guardarla negli occhi
dalla prima all’ultima pagina, e continuano a farlo anche dopo che ne ha terminato la lettura, quando li ripone nella libreria o in qualche angolo della casa. Secondo lei, quei libri s’incontrano tra di loro e parlano, parlano, parlano dentro la sua testa. Entrano dentro di lei e si sommano gli uni agli altri, si confondono, si mescolano come fossero carte da gioco pronte per essere distribuite per una nuova mano. Di che cosa parlano? Be’, parlano quasi sempre di altri libri ma parlano anche di lei e delle persone che ha conosciuto durante la sua vita. E, a volte, così mi ha detto, le parlano di me.

J. Iobiz

Mangiatori di salsicce

Photo by Thiago Matos on Pexels.com

#46

Mi ha raccontato oggi Massimo Valerio di un suo lontano parente, un incrocio tra un San Bernardo e un Pastore del Bernina, che vive in montagna e delle proteste del suo anziano proprietirio nei riguardi dei mangiatori di salsicce. Si lamenta perché lassù, ormai, i suddetti mangiatori di salsicce arrivano da ogni parte del mondo, e in un numero sempre maggiore.

In tempi passati, quei pochi che arrivavano, cucinavano le loro salsicce solo giù nella valle; ma poi si sono presto abituati a salire fino a duemila metri e anche più in alto, per mangiare salsicce anche lassù. Più tardi, legati tra di loro con funi e aiutandosi con dei chiodi piantati nella roccia, sono saliti a mangiare salsicce ancora più in alto, sino alla cima delle montagne.

Successivamente, hanno teso delle grandi corde di acciaio dalla valle sino alle vette più elevate, per trasportare con delle piccole casette colorate, fatte di vetro e di metallo, lassù in alto molte persone che arrivano ormai nella valle da ogni parte del mondo per poter mangiare salsicce tra i duemila e i tremila metri di quota.

Mangiare salsicce, è ovvio, deve essere senza dubbio un’attività molto piacevole e divertente, anche se per far andare giù tutto quel cibo occorrono grandi quantità di birra, bevanda che, infatti, è diventata con il passare del tempo piuttosto facile veder trasportare in alta quota all’interno delle casette colorate che corrono appese ai cavi di acciaio.

E per stare bene in montagna, oltre alla birra, pare che occorra anche un abbigliamento particolare, specialmente nei mesi invernali, quando ai mangiatori di salsicce, e anche ai loro figli, piace sciare nei tratti disboscati dei pendii, specialmente se esposti a nord, quando questi sono interamente ricoperti di neve; per questo motivo è facile riconoscere un mangiatore di salsicce durante la stagione invernale anche semplicemente osservando il suo abbigliamento, che è di solito dipinto con colori molto sgargianti.

Ma, secondo Franz, negli ultimi tempi, i mangiatori di salsicce, per la verità, stanno avendo i loro problemi: sono contrariati dal fatto che sono arrivati lassù dei nuovi custodi della montagna, dei ragazzi che si battono affinché le salsicce si possano  mangiare solo a valle, nei giorni dispari, a mesi alterni e prenotando con un congruo anticipo. E così, sembra che molti mangiatori di salsicce se ne stiano andando via a mangiare salsicce in qualche altra regione vicina; e la sera è facile sentire le loro imprecazioni contro i nuovi custodi di quelle montagne arrivare fino a lassù, insieme alle folate del vento Fohn.

Almeno questo è quello che dice Franz.

J. Iobiz

P.S. Per non creare equivoci, Massimo Valerio mi ha spiegato che il termine “mangiatori di salsicce” non ha niente a che vedere con l’appellativo dispregiativo con cui venivano in passato individuate le persone provenienti da un determinato paese dell’Europa centrale; nelle parole di Franz, questo nome è esteso a tutti quanti gli invasori delle sue montagne, senza alcuna distinzione.