NIENTE È MAI COME PRIMA

È in pubblicazione il mio nuovo romanzo; tra poco lo si potrà acquistare su Amazon!

Questa è la quarta di copertina:

A causa della crisi economica Vincenzo perde il lavoro senza riuscire a trovarne altri; diventa un senzatetto, finisce in carcere – una prima volta per piccoli reati e la seconda perché è accusato del tentato omicidio della ex moglie – e quando esce viene fermato dalla Polizia per essere espulso dal Paese. Nella sventura sarà il gesto di un bambino a cambiare la sua vita. La vicenda si svolge in un luogo immaginario, molto simile però al nostro mondo occidentale, in cui una politica nazionalista e razzista porta alla guerra civile. È il mondo creato da quelli che Vincenzo chiama i “cormorani”, persone ossessionate dalla lotta contro qualsiasi tipo di intrusione che finisce per diventare odio contro qualsiasi “diverso”. Vincenzo vive il periodo della guerra civile nella sua condizione di senzatetto, affrontando storie di amore e amicizia, di tradimenti ma anche di promesse mantenute, scontrandosi con persone in cui il bene, il male, l’ironia e il dramma convivono quotidianamente. Come in una favola, ma anche come nella realtà.

Recensioni e commenti

Prendo spunto da un post pubblicato da @aure1970 lachimicadellelettere.wordpress.com – per il suo libro Inutili cianfrusaglie – per pubblicare anch’io dei commenti che mi stanno arrivando riguardo ai miei libri.

Inizio, rispettando l’ordine di anzianità, con il primo romanzo e da questo commento di Francesco di @atticoemostarda, che non conosco personalmente ma ringrazio tantissimo. Ci tengo a precisare che non si tratta di recensioni a pagamento, scambio di like o magheggi simili.

Caro Jakob, sono Francesco di @atticoemostarda. Ho appena terminato la lettura del tuo libro La vita è solo una malattia mortale sessualmente trasmissibile? Ed altri dubbi metafisici da annegare nell’amicizia e nel vino rosso. 
Devo ammettere che mi sono divertito tantissimo. Mi sono divertito perché l’idea del romanzo è interessante, la scrittura molto scorrevole e i simboli che crei sono molto vivaci; inoltre riuscire a parlare di certi argomenti senza annoiare e riuscire a dissacrarli nella loro complessità non è da tutti.
L’introduzione mi è risultata un po’ pesante da leggere, è lunga, sembra un trattato filosofico. Se l’introduzione non introduce il romanzo, può far calare l’attenzione ancor prima di arrivare al succo del discorso. Si nota la tua voglia di fare, le tante cose che hai da dire e spero tu non smetta mai di scrivere. 
Veniamo alla storia: sono colpito di aver ritrovato un piacevolissimo racconto dai toni scanzonati ma che può rivelare una profonda conoscenza di se stessi e del mondo; i personaggi sono ben caratterizzati, i temi trattati fanno trasparire un forte senso di sofferenza e di irrequietezza; il finale mi ha lasciato molti dubbi che ho provato a sciogliere e che mi faranno arrovellare per molto tempo. “Pilade” è l’anagramma di “Lapide”? Il cane così saggio è, in realtà, il punto di vista dello scrittore? E la montagna? Che fine fa Adele? 
Domande che non cercano davvero una risposta, è il segno di un bel libro che mi porterò dietro. 
Stupendi i giochi di parole del professore nella biografia, tipo il cane carasatu, sicuramente un cane molto buono. 
Ho amato questo pezzo: “E così mi sono messo d’accordo con Massimo Valerio: fino a quando sentiremo rumore, proseguiremo la nostra marcia per salire ancora più in alto. Ogni parola è un compromesso tra la verità, che non conosciamo mai perché non ci appartiene, e il silenzio che non siamo in grado di pronunciare.” Nel complesso quest’opera mi ha ricordato una versione contemporanea di “Candido” di Voltaire: un giovane dal carattere sincero che si scontra con la realtà, con gli specialisti, con il tempo."

(Link profilo Attico&Mostarda IG: https://www.instagram.com/attico_e_mostarda/)

Collettivo Zubrowka; 2.420 amici su fb

15 giugno 2021, raggiunti 2.420 amici su Facebook; non è importante il numero ma il fatto che si tratta di 2.420 persone che non conosco personalmente, e non mi conoscono, non so chi siano come loro non sanno chi sia io, ed è per questo motivo che li ho scelti. Certo, non è solo per questo motivo, ho chiesto l’amicizia a persone con profili ineteressanti che hanno a che fare con i libri, scrittori, lettori, poeti, editor, eccetera.

Ho aperto l’account il 13 aprile e senza barare ho detto chi sono, cioè quello che sono anche qui, un personaggio nato da una fantasia letteraria che si è “emancipato” e adesso scrive in modo autonomo le proprie opere. (Non può essere vero? Ma cosa è vero qui dentro, dentro le pagine dei libri e nei romanzi? Forse, anche questo è, o diventerà, un romanzo).

Senz’altro è vero che insieme a me sono comparsi altri personaggi e adesso siamo in sei; ma non siamo in cerca di un autore, ce lo avevamo e lo abbiamo volontariamente abbandonato. Ci inibiva, era pigro, pieno di complessi, problemi esistenziali, di salute, impegni di lavoro e di famiglia. Noi no – parlo adesso anche a nome degli altri – noi non abbiamo nessuno degli impedimenti che aveva lui. Noi pensiamo solo a scrivere e a cercare qualcuno che abbia voglia di leggerci.

Collettivo Zubrowka.

Va’ dove ti porta il tosaerba

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#37

Anche io, in passato, avevo provato a scrivere un libro. A dire la verità avrei tanto voluto scrivere un romanzo, un bel romanzo, uno di quelli come si deve. Ma per una serie di contrattempi e indecisioni, che sarebbe troppo lungo spiegare qui, avevo deciso invece di scrivere un manuale per il taglio dell’erba nei giardini. Più esattamente l’erba dei giardini che si trovano, talvolta, intorno alle abitazioni private. Uno dei motivi di quella mia scelta era legato al fatto che avevo letto che si deve scrivere solamente riguardo ad argomenti che si conoscono bene; e quello era uno dei pochi che potevo dire di conoscere veramente bene. E questo non perché avessi un giardino, ma perché mi era successo di dover tagliare l’erba dei pratini di qualche villetta in paese. Avevo anche trovato un bel titolo, “Va’ dove ti porta il tosaerba”, e arrivai anche a un buon punto; poi però interruppi la scrittura perché iniziai a suonare il sassofono.

Ricordo comunque di aver scritto che, come prima cosa, per tagliare l’erba nei giardini di ville, villette, o anche semplici condomini, occorreva essere proprietari di un pratino adatto allo scopo; è vero che si poteva tagliare l’erba anche nel giardino di qualcun altro, come facevo io, ma quella era un’operazione che sconsigliavo, a meno che non la si eseguisse a pagamento, ma non era questo il tipo di attività di cui mi volevo occupare con il mio manuale. Oltre ad avere un pratino occorreva che questo fosse adeguatamente ricoperto di erba in quantità e altezza sufficiente per essere tagliata. Poi, occorreva avere un tagliaerba o tosaerba, meglio se dotato di motore che ne consentisse il movimento senza dover ricorrere alla spinta da parte del manovratore (questo particolare poteva sembrare secondario a chi non avesse mai svolto quel tipo di attività, ma non lo era, e nelle pagine successive spiegavo bene il perché). Ad ogni modo, quando si fossero trovati il pratino, l’erba e il tosaerba non si sarebbe stati ancora a posto; occorreva anche avere una moglie, una compagna, una madre o una suocera che spingessero il destinatario del mio manuale ad alzare il sedere dal divano sul quale il sabato, e non solo il sabato, gli uomini se ne stanno volentieri seduti, intenti in una delle mille attività a cui è possibile dedicare il proprio tempo libero anziché destinarlo al taglio dell’erba. Poi spiegavo che, una volta in possesso di tutti questi ingredienti, si poteva iniziare il lavoro.

A questo punto avremmo avuto due possibilità: quella più razionale era di procedere al taglio dell’erba mediante percorsi geometrici, rettilinei o circolari; la seconda possibilità, meno razionale ma che secondo me dava maggiori emozioni, era quella di farsi trasportare dal tagliaerba assecondando i suoi movimenti. Questo secondo metodo, anche se come ho detto poteva apparire meno razionale, era quello in grado di dare i migliori risultati. Lo avevano inventato negli USA i produttori dei robot che puliscono le piscine e i pavimenti di casa e tagliano all’occorrenza anche l’erba dei giardini.

Ecco, ripensandoci adesso, mi dispiace davvero aver interrotto la scrittura di quel manuale, anche perché dopo pochi mesi abbandonai anche lo studio del sassofono.

J. Iobiz

Un cowboy che assomiglia a un contadino bavarese

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29 marzo 2021

#28

Mi sono convinto che per scrivere buoni romanzi occorre conoscere un sacco di cose, e l’unico modo per conoscere un sacco di cose è quello di leggere un sacco di libri; e per leggere un sacco di libri ci vuole un sacco di tempo; e quindi se non hai tempo a sufficienza, se devi lavorare, hai famiglia o hai degli hobby impegnativi come suonare la tromba o fare il tifo per una squadra di Serie A, va a finire che non conosci bene tutte le cose come si deve. Che poi ti succede che non scrivi nulla di buono, oppure scrivi la storia di un cowboy che assomiglia a un contadino bavarese o di un americano che ha perso la seconda guerra mondiale o qualcosa di questo tipo.

Con il tempo, invece, puoi conoscere tante cose: io, per esempio, con il tempo ho conosciuto un giovanotto napoletano, tanti anni fa, che mi ha raccontato tutto su come funziona la città di Napoli, e me lo ha spiegato così bene che mi ero anche convinto, tanti anni fa, che ci avrei potuto scrivere un libro, ma poi il libro non l’ho scritto perché il tempo mi ha fatto morire quell’idea, ed è stato meglio così perché io da solo non ce l’avrei fatta a eliminarla dal mio cervello.

O forse, quel libro lì non l’ho scritto, tanti anni fa e neppure pochi anni fa, e neppure ora, e neppure penso che lo scriverò tra qualche anno, perché in quegli anni suonavo il sassofono, e quando uno suona il sassofono per diverse ore al giorno non gli resta tanto tempo per fare altre cose, come per esempio scrivere un libro su Napoli o anche solo cercare di capire cosa fare per andare d’accordo con i suoi vicini di casa. Questo è il succo del discorso: lasciare al tempo la possibilità di fare il suo lavoro è una cosa indispensabile; il tempo ti fa nascere nuove idee e te ne fa morire altre, che magari è giusto che facciano proprio quella fine lì ma te, da solo e senza il suo aiuto, non avresti mai avuto il coraggio di farle fuori.

J. Iobiz

Se Beethoven e Mozart avessero raccolto cotone nei campi del Mississippi

27 marzo 2021

#24

Ma non è da credere che sia facile suonare il contrabbasso: è uno strumento complicato, una via di mezzo tra l’arte e la scienza; l’arte è arte, da soli non si apprende ma anche la scienza è uguale, e per questo da soli è difficile imparare a suonare il contrabbasso; bisognerebbe piuttosto farselo insegnare da qualcuno che già lo suona, ed è così che avrei dovuto fare anch’io, ripensandoci adesso, invece di perdere un sacco di tempo a capire come si deve maneggiare uno strumento così complicato, che secondo come lo tieni in braccio ti fa pressione sulla gola e ti fa venire la nausea tipo mal di mare.

Invece, penso che quando qualcuno lo suona per davvero deve sentire vibrare tutto il basso ventre, e questa non deve essere una sensazione spiacevole, anche se non so se succede per davvero, oppure è solo la mia immaginazione.

Un altro motivo per cui il contrabbasso nella musica è come il chiaroscuro nella pittura è che lo si trova spesso nella musica jazz, una musica che è nata proprio dal miscuglio di  bianchi e neri; e lo suonano spesso persone di colore, che se uno non lo sa, non lo capisce il perché, ma se invece lo sa che il contrabbasso è come il chiaroscuro della musica, allora gli sembra naturale che lo suoni un nero (nella musica jazz, s’intende, perché la musica classica è quasi tutta fatta dai bianchi, e i neri ci sono arrivati solo da poco tempo; anche perché se Beethoven e Mozart avessero avuto da raccogliere il cotone nei campi del Mississippi o dell’Alabama, forse non le avrebbero scritte tutte quelle sinfonie, o magari le avrebbe fatte parecchio più corte).

Comunque, per finire la digressione sul contrabbasso e riprendere l’introduzione al mio nuovo romanzo, volevo dire che si tratta di uno strumento di accompagnamento: gli strumenti che accompagna sono, di solito, un vibrafono, un violino e un sassofono, e ovviamente anche altri, e questo dipende dalle situazioni.

Il vibrafono, che tutti chiamano erroneamente xilofono – che è invece un altro strumento, ma comunque non c’è molta differenza –, fu inventato per fare i documentari sui pesci, che prima di allora non esistevano (i documentari, i pesci sì).

Il violino è un piccolo contrabbasso da asporto, dal suono molto acuto che se uno non lo sa suonare, almeno dalle mie parti, si dice che fa un rumore simile a quello di un gatto strinto a un uscio.

Il sassofono, invece, è uno strumento che quando non lo sai suonare e ci soffi dentro con forza e convinzione viene fuori un rumore simile a quello che fa un camion quando scarica la ghiaia. Quando lo sai suonare non tanto bene, viene fuori ancora quel rumore lì. Dopo, passa.

Ecco, sul contrabbasso non credo ci sia da dire molto di più, comunque adesso ci penso e poi ne riparliamo.

J. Iobiz

Il contrabbasso

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27 marzo 2021

#23

Ricordo che alla televisione, quando ero piccolo, non avevano ancora inventato il sistema stereofonico e il contrabbasso lo vedevi e basta, ma non lo sentivi. Ora invece, che la televisione è diventata quasi sempre stereofonica, il contrabbasso lo vedi e lo senti e capisci anche a cosa serve, mentre prima te lo immaginavi solamente, e nemmeno sempre; e invece… quanto è importante!

Il contrabbasso nella musica è come il chiaroscuro nei quadri.

Sì, la melodia è come il disegno, l’armonia ha la funzione del colore in un dipinto, ma è il contrabbasso che dà il senso della profondità. Quelli che suonano il contrabbasso, bisogna farglielo sapere che tengono tra le mani la profondità della musica, e che se smettono di suonare ritorna tutto piatto.

Secondo me, anche dentro la Terra ci sono i contrabbassi che suonano, che se smettono di suonare la Terra si sgonfia e ritorna piatta anche lei.

J. Iobiz

P.S. Si tratta solo di una piccola digressione, questa è ancora l’introduzione del romanzo che dovrò iniziare a scrivere, prima o poi.

Sogni e Free Jazz

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27 marzo 2021

#22

Il quaderno dei sogni fa comodo perché ti può dare un sacco d’idee; perché la scrittura creativa deve essere creativa, ma mica ti puoi inventare proprio tutto tutto su due piedi. È un po’ come nella musica jazz, dove in quanto a creatività non si scherza, perché è una musica in gran parte improvvisata ma neppure quella è musica interamente improvvisata. Ad eccezione di certi casi.

A questo proposito ho letto una volta un fatto buffo che è accaduto a un contrabbassista jazz americano, molto famoso anche come compositore e per i suoi lineamenti afro-asiatici; diversi anni fa, quando andava di moda il free jazz, che era un tipo di musica dove era tutto quanto improvvisato, quel contrabbassista famoso era convinto che quel free jazz non fosse la musica migliore, anzi lui non la suonava proprio e gli stava anche un po’ sullo stomaco.

Allora, una sera iniziò il suo concerto in un teatro con il sipario chiuso; le luci si abbassarono, iniziò la musica, ma il sipario restò chiuso. Quando fu terminato il primo brano, il pubblico in sala cominciò ad applaudire e fu solo allora che, pian piano, il sipario si aprì e le persone del pubblico videro che a suonare non c’era il contrabbassista famoso con i suoi musicisti, ma c’erano dei bambini che non sapevano suonare e picchiavano a caso sulla batteria e sul pianoforte. E neppure sapevano cosa fosse il free jazz.

J. Iobiz

Il tempo manca sempre in fondo

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27 marzo 2021

#21

Una cosa importantissima che aiuta a scrivere romanzi, racconti e storie in generale, sono i sogni. Un regista italiano famoso, che ha vinto quattro premi Oscar ed è morto qualche anno fa, ha lavorato per molto tempo con uno scenografo parecchio bravo e famoso anche lui che sognava spesso. Tutte le mattine, quando si trovavano per fare colazione, il regista chiedeva al suo amico scenografo di raccontargli i sogni che aveva fatto quella notte e, siccome quello scenografo era bravo anche a fare i sogni, ogni mattina gli raccontava l’ultimo suo sogno fresco di nottata; e anche se non aveva sognato niente, per non deludere il suo amico regista, se ne inventava uno lì per lì.

Io di sogni ne faccio un bel po’ e qualche volta me li scrivo il mattino dopo in un quaderno, per non dimenticarmeli, perché i sogni si possono dimenticare sia quando si dorme sia quando si è svegli, ma quando si dorme è impossibile prendere appunti.

Ma anche quando ci si sveglia non è sempre facile mettersi lì a prendere appunti, perché se, per esempio, sei uno come me che arrivo quasi sempre in ritardo agli appuntamenti, la mattina non hai mai molto tempo a disposizione. Che poi, da questo fatto di arrivare sempre in ritardo agli appuntamenti, mi ha detto un mio amico, si può guarire. Lui, che è uno di quelli che arriva agli appuntamenti sempre perfettamente in orario, e spesso anche in anticipo, dice che basta iniziare a fare le cose che si devono fare un po’ prima, perché lui dice che il tempo manca sempre in fondo, ma quando siamo in fondo ormai è tardi.

Io gli ho detto che per me non è così; a me il tempo di solito manca nel mezzo, non in fondo; cioè, quando inizio a fare una cosa sono quasi sempre puntuale, è dopo un po’ che ho iniziato a farla che guardo l’orologio e dico: «Boia, com’è tardi!». E da quel momento in poi vado regolare, senza perdere tempo, ma quando arrivo, arrivo sempre perfettamente in ritardo. Ed è per questo motivo che spesso non riesco a scrivere i sogni che faccio la notte.

Ad ogni modo, avere un quaderno dei sogni è molto utile perché ti può dare un sacco d’idee; e la scrittura creativa deve essere sì creativa, ma mica ti puoi inventare proprio tutto tutto su due piedi. Ma questo lo racconto dopo, adesso devo andare perché… sono in ritardo.

J. Iobiz

Tirando le somme

26 marzo 2021

#20

Ora però, a forza di guardare con occhi diversi le cose e le persone intorno a me, e a forza di ascoltare tutte queste nuove parole che prima non sentivo, dentro la mia testa tutto si è complicato e nel mio nuovo romanzo penso che scriverò una storia diversa da quella che avevo immaginato.

Tirando le somme – che, a pensarci bene, non è neppure una bella espressione né per l’italiano né per la matematica – penso di aver fatto bene a prendermi una pausa e occupare il mio tempo a fare questa introduzione, oltre a tante altre cose che fanno gli scrittori quando non scrivono; ma ora dovrò cominciare davvero a scrivere il libro, altrimenti va a finire che non lo scrivo più, oppure che ci metto così tanto tempo a finirlo che corro il rischio di trovarmelo già pubblicato da qualcun altro, magari scritto anche meglio di come riuscirà fare a me.

J. Iobiz

Un grande architetto russo

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26 marzo 2021

#19

Non avevo mai notato, prima di oggi, che in fondo alla strada c’è un’altra casa disabitata. È un edificio basso, dipinto di giallo ocra, con le persiane marroni sempre chiuse che secondo me ora, per aprirle, ci vorrà un bravo falegname. Un pino le ha riempito il tetto con i suoi aghi, e quando piove le cadono giù dalle falde delle colate scure che hanno macchiato tutti i muri, che a vederle sembra una casa che piange.

Si vede bene che è una casa triste, come quella bianca avorio di là dalla strada; sono diverse ma sono tristi entrambe.

Allora ho pensato che è proprio vero quello che disse un grande architetto russo, che tutte le case felici sono simili tra loro, ma ogni casa infelice è infelice a modo suo, che a ripensarci non sono neppure tanto d’accordo con questa affermazione, e non sono nemmeno sicuro che fosse proprio un architetto russo.

J. Iobiz

Fragilitudine

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26 marzo 2021

#18

Le case e i palazzi si dividono in due categorie: quelle abitate e quelle non abitate. Quelle vuote, di solito, ma non sempre, sono le case più tristi. Anche nella mia strada ho visto che c’è una casa vuota; allora ho chiesto: «Chi sa dirmi perché quella casa è vuota?». Mi è stato risposto che fino a qualche anno fa era abitata.

Ci viveva un uomo anziano che andava spesso dal tavolo all’armadio, dall’armadio alla cucina e poi dalla cucina al bagno; poi andava a dormire. Un giorno andò dal tavolo all’armadio e non tornò più.

Dopo gli eredi vendettero la casa. Ci andò ad abitare un ragazzo giovane che studiava letteratura italiana, ma non ci rimase per molto tempo perché andò a fare il ragazzo giovane che studiava letteratura italiana da un’altra parte. Disse che qui in città il clima era troppo piovoso e quando pioveva non gli uscivano bene i congiuntivi e per questo motivo emigrò al sud, dove piove parecchio meno, e dopo sembra sia andato in un posto ancora più lontano, in mezzo al deserto, perché laggiù non piove mai e non servono molto neppure i congiuntivi.

Allora i suoi genitori misero in vendita quella casa; si fece avanti un professore precario che era stato da poco trasferito a fare il precario in città, e lui disse che la casa gli piaceva ma che non la poteva comprare perché era precario. In attesa di trovare qualcuno che fosse disposto ad acquistarla la casa fu affittata al professore precario. Però anche lui ci stette pochissimo perché fu trasferito, solo dopo pochi mesi, a fare il precario in un’altra città, e ora la casa è vuota.

E pensare che è davvero una bella casina, con le facciate bianco avorio, le persiane di legno colorate di verde e un piccolo giardino che la divide dalla strada dove vado a passeggiare.

J. Iobiz

Case, palazzi e filosofia

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26 marzo 2021

#17

Comunque, a guardare le cose con occhi diversi, mi sono accorto di tanti particolari che prima non avevo notato; per esempio che esistono case felici, case tristi e case che una volta erano felici e adesso non lo sono più, e queste sono quelle che a vederle fanno più tristezza di tutte.

Ciò che fa apparire le case felici o tristi sono i particolari: la forma del tetto, i colori delle facciate, le finestre, i balconi, le ringhiere, i fiori che hanno sui davanzali e il giardino, se ce l’hanno.

Ogni casa e ogni palazzo, a guardarli bene, mostra il suo ghigno o sorriso, oppure un senso di indifferenza, alterigia o ostentazione. Chi ha costruito quegli edifici, forse senza neppure saperlo, ha messo in piazza i pregi e i difetti della propria anima. E così anche i cancelli, i muri di cinta, le rimesse per gli attrezzi, i giardini, gli orti, gli alberi piantati lungo i marciapiedi e nelle piazze, le strade, i vicoli, i lampioni, senza star qui a fare un elenco preciso che poi va a finire che viene una cosa troppo lunga e magari anche leggermente noiosa.

Dico solo che anche per tutti quei cancelli, muri di cinta, rimesse per gli attrezzi, eccetera, eccetera, vale un po’ la stessa cosa che vale per i libri: ciascuno di loro parla di altri cancelli, muri di cinta, rimesse per gli attrezzi, eccetera, eccetera, e ci racconta qualcosa delle persone che li hanno costruiti.

Che poi, invece, di sapere come sono fatte dentro quelle case e quei palazzi non mi importa nulla; e come mai non me ne importi niente me lo sono chiesto tante volte e non ho mai trovato una risposta; che questa cosa, di farmi da solo le domande e di non sapere rispondere, non mi piace per niente perché mi fa anche sentire poco intelligente.

Tanto è vero che una volta avevo appeso in camera mia un foglio con le parole di un filosofo che avevo sentito per caso, e che mi sembrava fossero all’incirca queste: “Non farti domande a cui non sai rispondere e non cercare risposte a domande che nessuno ti ha fatto”.

Che, ripensandoci adesso, per essere un filosofo non aveva un gran bella filosofia.

J. Iobiz