Decalogo dello scrittore, secondo me.

  1. Leggere molto
  2. Imparare a scrivere
  3. Imparare a scrivere bene
  4. Imparare a scrivere racconti e romanzi
  5. Imparare a scrivere bene racconti e romanzi
  6. Scrivere un bel romanzo.
  7. Cercare case editrici che pubblicano racconti e romanzi (e non solo bei romanzi)
  8. Inviare il proprio manoscritto a una o più case editrici (facendo in questo caso molta attenzione all’uso del “copia e incolla”)
  9. Aspettare.
  10. Imparare a vendere un libro, che non è detto sia davvero anche un bel romanzo.
  • La numero 10 è la cosa più importante

Del tesoro non rimarrà neppure l’isola…

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#45

Pilade mi racconta di quando pensò di scrivere un libro su un tizio strano che diceva sempre: «Dove andremo a finire!» ma poi aveva deciso di non scriverlo. Ogni tanto quel tizio strano se ne usciva fuori con qualche sfondone, ma la gente che lo conosceva lo sopportava e anzi gli voleva anche bene. Poi, un giorno, iniziò a dire:

«Molto presto del tesoro non rimarrà neppure l’isola, dei soldi neanche il colore, del bottino resterà solo l’odore».

Considerato che quello strano personaggio non aveva parenti, Pilade lo accompagnò da un dottore in città, un medico molto bravo specializzato nel curare quelli che dicevano che del tesoro non sarebbe rimasta neppure l’isola e altre cose simili. Questo medico lo visitò, espresse la sua diagnosi e disse che gli avrebbe fatto bene un cambiamento d’aria. Così, quell’uomo strano partì e di lui nessuno seppe più niente.

Poi, dopo alcuni mesi, alla televisione dissero che del tesoro non era rimasta neppure l’isola, dei soldi neanche il colore, del bottino era rimasto solo l’odore. E anche al mare a Cesenatico, a dire la verità, c’erano meno persone degli anni precedenti. Caspita, pensò Pilade.

Dopo un po’ di tempo, quel tizio strano morì e venne sepolto nel cimitero della sua città. Pilade, allora, ripensò a quel libro che non aveva scritto, e non era molto convinto di aver fatto bene a non averlo scritto.

Intanto, mentre ripensava a quel libro che non aveva scritto, andò al cimitero dove egli era sepolto e scrisse sulla lapide della sua tomba: “Dove andremo a finire!”. Firmato: “Pilade”.

J. Iobiz

Un carro armato in giardino

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#35

Mio padre e mia madre erano persone perbene; una famiglia quadrata, quadrato lui, quadrata lei. Quando nacqui io si accorsero subito che ero quadrato anch’io e ne furono contenti. Poi, però, arrivato all’età dell’adolescenza, smisi di essere quadrato, caddi e rotolai per molti anni di qua e di là.

Rotolando, ritornavo qualche volta a trovare i miei genitori, perché, forse, avevo anche bisogno di soldi. Mio padre e mia madre, per non saper né leggere e né scrivere, mi portavano ogni volta in città a farmi visitare da qualche medico molto famoso, di quelli conosciuti specialmente tra i padri e le madri di ragazzi che nascono quadrati e poi invece rotolano in giro di qua e di là. Ogni volta era la solita storia: i medici dicevano che il mio era un caso disperato e che ormai non ci si poteva fare più niente: non sarei più tornato quadrato come prima, e molto probabilmente avrei rotolato per il resto della mia vita. I miei genitori si intristivano; poi mi abbracciavano e mi davano un po’ di soldi. Io andavo via e ritornavo dopo un po’ di tempo a fargli visita.

Durante uno dei miei vagabondaggi conobbi Caterina, una ragazza bionda molto bella che aveva la mia stessa età; con lei scoprimmo subito di avere molti interessi in comune. Più tardi, io e Caterina ci sposammo e per un certo periodo siamo stati veramente bene insieme, io e lei. Le cose però peggiorarono quando Caterina diventò la mia ex moglie, se ne andò via. Essendo rimasto solo andai ad abitare in una villetta bifamiliare della periferia di una grande città del Nord Italia insieme ai miei zii.

Trascorsi alcuni mesi annoiandomi fino a quando, una mattina, scesi nel giardino della loro villetta, che si trovava nella periferia di quella grande città del Nord Italia, e vi trovai parcheggiato un carro armato russo. Tornai immediatamente in casa e ne parlai con mia zia che non era ancora andata a lavorare e forse non ci sarebbe più andata perché ormai aveva già più di settant’anni. Lei chiamò mio zio e insieme mi accompagnarono in città da un medico molto famoso, conosciuto specialmente tra le persone che trovavano carri armati parcheggiati nei giardini delle villette bifamiliari, e non solo nelle grandi città del Nord Italia. Il medico ordinò di fare alcune indagini; dai risultati di queste indagini fu possibile accertare che non si trattava di un carro armato russo, come io avevo supposto. Non ci fu quindi motivo di chiamare l’Ambasciatore russo, come io avevo chiesto; ma ad ogni modo qualcuno – però io non so chi sia stato – si preoccupò di far rimuovere il carro armato perché quando tornammo a casa il cingolato non era più là. Fu come e fosse svanito nel nulla.

J. Iobiz

Alla fermata dell’autobus (che non è la fermata dell’autobus)

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31 marzo 2021

#32

Sono arrivato nel luogo che mi ha indicato il bravo dottore. Mi sono seduto alla fermata dell’autobus; insieme a me c’erano un uomo con il cane, una donna con un pancione e due ragazzi giovani. Per tutta la mattina non sono passati autobus; qualcuno dice che gli autobus sono in ritardo; qualcun altro afferma che non ne passerà nessuno neppure nel pomeriggio; forse nemmeno domani. Ho deciso di rimanere.

Anche oggi, dopo un giorno che sono qui, non passa alcun autobus. Sono rimasti insieme a me ad aspettare solo la donna con il pancione e l’uomo con il cane. Poi, anche l’uomo con il cane e la donna vanno via perché dicono di avere delle commissioni urgenti da sbrigare.

Alla fermata dell’autobus rimango solo io e il pancione; l’uomo dimostra più di ottanta anni, ha le mani e la testa ricoperte da numerose piccole macchie marroni. Dice di chiamarsi Pilade, e non ho motivo di dubitarne.

J. Iobiz

A pensarci bene, non è una cosa da poco

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30 marzo 2021

#30

Sono le quattro del pomeriggio. In realtà, non ho ancora finito di leggere il post che spiega come superare il blocco dello scrittore, che già mi è tornata la voglia di scrivere. Partiamo dal titolo, scrive lui. Il suo consiglio è trovare un buon titolo, che sia originale e che si colleghi bene a quello di cui tratta la storia che stiamo scrivendo. Questo consiglio mi piace, anche perché di titoli qualcuno ce l’ho già. Quelli che mi piacciono di più sono:

– Se posso passo;

– Tutte le ragazze si chiamano Viola;

– Non chiedetemi perché;

– Il bello di essere brutti (che potrebbe avere un seguito dal titolo Il brutto di essere belli);

– Fabula rasa, o Tabula rosa o Fabula rosa.

Poi ce n’è un altro che mi piace molto, ma secondo me assomiglia troppo a un libro che esiste già; è: La neve prima che cada.

Non so, bisogna che ci pensi ancora un po’. Comunque sia, tra tutti questi ne dovrò scegliere uno e quello diventerà il titolo del mio nuovo romanzo. Anche perché se non lo scrivo più, questo libro, allora mi chiedo a cosa mi è servito aver scritto questa lunga introduzione?

Ma chissà, forse, importante è già avere passato un po’ di tempo a scrivere. Sì, perché mi sono accorto che scrivere, in ogni caso, mi fa bene: perché se mi accade che quando inizio a scrivere sono molto arrabbiato, alla fine non me lo ricordo più che all’inizio ero molto arrabbiato.

E questa non è una cosa da poco; questa, a pensarci bene, non è davvero una cosa da poco.

J. Iobiz

Il blocco dello scrittore (e la domanda giusta)

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30 marzo 2021

#29

Finalmente lunedì ho iniziato a scrivere il romanzo, anzi a essere sincero sincero non ho cominciato questo lunedì, come volevo far credere, ma è due lunedì fa, cioè a essere sincero sincero il libro ho iniziato a scriverlo due settimane fa.

Però mi vergogno a dire che ho cominciato a scrivere il romanzo sedici giorni fa, perché praticamente non ho ancora scritto nulla. Lunedì, quello di due settimane, fa, ho scritto dieci pagine e martedì le ho buttate via tutt’e dieci; poi ne ho scritte altre dodici e il giorno dopo, che era mercoledì di due settimane fa, le ho buttate via tutte; ed è successa la stessa cosa i giorni successivi, che è inutile che stia qui a fare l’elenco preciso preciso, tanto non serve a niente e si capisce lo stesso.

Arrivato a martedì, che sarebbe oggi, mi sono fatto una domanda e provando a rispondermi, le domande sono diventate due, poi tre e poi quattro, che sarebbero queste, in ordine di come mi sono venute in mente:

1. Non è che per caso mi è venuto il blocco dello scrittore?

2. Non è che per caso era meglio se continuavo a leggere libri invece di ascoltare la televisione, che ora, dopo un mese che non leggo più i libri che leggevo prima e guardo la televisione, mi sembra di parlare un po’ con le parole di quelli che stanno sempre in televisione, e allora erano meglio le parole di quelli che scrivono i libri?

3. Non è che non riesco a scrivere perché, per fare delle storie che funzionano davvero, bisogna che ci siano almeno due persone che litigano tra di loro, per esempio, il buono e il cattivo, la guardia e il ladro, uno o una che tradisce il marito o la moglie, o un figlio contro un padre o una madre contro un figlio o almeno due persone che vogliano la solita cosa, che è una sola e non se ne trova un’altra uguale da nessuna parte? Oppure, se proprio si vuole risparmiare e si vuole essere minimalisti, ci si può mettere dentro la storia solamente una persona, ma questa però deve continuamente combattere contro se stessa o contro il suo Super Io? Perché se è così, per me è davvero un bel problema; a me i conflitti non piacciono per niente, non piace vedere persone che si combattono, e nemmeno che combattono contro se stesse, che a volte è anche peggio.

4. Non è che non riesco a scrivere nulla perché, molto più semplicemente, non sono uno scrittore?

Dopo che mi sono fatto queste domande, sono rimasto un po’ di tempo a riflettere, e ho deciso che la domanda buona era la numero uno. Allora mi sono concentrato sulla risposta alla domanda numero uno e ho trovato, girando su Internet, una cosa scritta da uno scrittore sul suo blog che riguarda la paura della pagina e come riuscire a superare il blocco dello scrittore. Però questo lo devo scrivere più tardi perché adesso non ho il tempo per farlo.

J. Iobiz

Un cowboy che assomiglia a un contadino bavarese

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29 marzo 2021

#28

Mi sono convinto che per scrivere buoni romanzi occorre conoscere un sacco di cose, e l’unico modo per conoscere un sacco di cose è quello di leggere un sacco di libri; e per leggere un sacco di libri ci vuole un sacco di tempo; e quindi se non hai tempo a sufficienza, se devi lavorare, hai famiglia o hai degli hobby impegnativi come suonare la tromba o fare il tifo per una squadra di Serie A, va a finire che non conosci bene tutte le cose come si deve. Che poi ti succede che non scrivi nulla di buono, oppure scrivi la storia di un cowboy che assomiglia a un contadino bavarese o di un americano che ha perso la seconda guerra mondiale o qualcosa di questo tipo.

Con il tempo, invece, puoi conoscere tante cose: io, per esempio, con il tempo ho conosciuto un giovanotto napoletano, tanti anni fa, che mi ha raccontato tutto su come funziona la città di Napoli, e me lo ha spiegato così bene che mi ero anche convinto, tanti anni fa, che ci avrei potuto scrivere un libro, ma poi il libro non l’ho scritto perché il tempo mi ha fatto morire quell’idea, ed è stato meglio così perché io da solo non ce l’avrei fatta a eliminarla dal mio cervello.

O forse, quel libro lì non l’ho scritto, tanti anni fa e neppure pochi anni fa, e neppure ora, e neppure penso che lo scriverò tra qualche anno, perché in quegli anni suonavo il sassofono, e quando uno suona il sassofono per diverse ore al giorno non gli resta tanto tempo per fare altre cose, come per esempio scrivere un libro su Napoli o anche solo cercare di capire cosa fare per andare d’accordo con i suoi vicini di casa. Questo è il succo del discorso: lasciare al tempo la possibilità di fare il suo lavoro è una cosa indispensabile; il tempo ti fa nascere nuove idee e te ne fa morire altre, che magari è giusto che facciano proprio quella fine lì ma te, da solo e senza il suo aiuto, non avresti mai avuto il coraggio di farle fuori.

J. Iobiz

Difese immunitarie

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29 marzo 2021

#27

La signora che abita al piano di sopra mi ha fatto venire in mente un’altra cosa importantissima: le interferenze.

Non so voi, ma a me sembra di essere ormai tormentati dalla mattina alla sera da una pioggia di informazioni, che alcune le vedi e le senti mentre altre neppure le vedi e le senti e ti s’infilano nella testa e nel resto del corpo approfittando del fatto che hai le difese immunitarie basse o non ce le hai nemmeno le difese immunitarie contro quella roba lì, perché non le hanno ancora inventate o se le hanno inventate non te lo dicono.

Come successe a uno scienziato che aveva messo a punto un congegno che cambiava automaticamente canale alla televisione e alla radio tutte le volte che arrivava un spot pubblicitario; ma poi non glielo aveva comprato nessuno, quel congegno lì, e se lo cerchi non lo trovi da nessuna parte.

Ora, senza star qui a farla tanto lunga, che poi a farla tanto lunga si fa peccato e non ci si indovina quasi mai, il problema è che, come disse un famoso poeta americano che aveva il record per aver scritto la poesia più lunga tra tutte quelle scritte fino a quel momento: “A cosa ci serve avere tante informazioni se poi in realtà si conosce meno di quello che conoscevano i nostri nonni; e a cosa è servito ai nostri nonni avere più conoscenza dei loro nonni se poi avevano perso la sapienza che avevano quelli che c’erano prima di loro?”. Cioè, lui questa cosa la disse un po’ meglio di così, perché era il poeta che aveva scritto la poesia più lunga di tutte le poesie scritte fino ad allora, ma il senso era questo.

J. Iobiz

Bassi profondi e claustrofobia

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28 marzo 2021

#25

Ecco, sul contrabbasso non credo ci sia da dire molto di più, se non che quando ascolto le sue note profonde mi sento meglio. Certe volte, infatti, mi vengono degli attacchi di claustrofobia che mi impediscono di fare qualsiasi cosa, anche di dormire. È una faccenda seria, che sento dentro; ho letto che di claustrofobia ne esistono due tipi, una esterna e una interna; la mia è di quest’ultimo tipo, mi si chiude il cervello dentro e io ci rimango intrappolato. Ma se mi accade di ascoltare le note di un contrabbasso, però, mi passa. Quelle note lunghe, basse, quelle frequenze primordiali mi rilassano, e ho tentato di spiegarlo più di una volta alla signora che abita al piano di sopra che per me la musica è come una medicina, ma non è servito a nulla. Lei dice solo che sente vibrare i bicchieri dentro le vetrine, i soprammobili e le bottiglie e questo le dà fastidio.

Su questo ci sarebbero da dire molte cose.

Io ascolto sempre il rumore che fa la signora del piano di sopra, e non mi lamento mai: sento quando cammina, quando fa le pulizie, quando chiude le finestre, quando guarda la televisione. Ma non le dico niente, perché lei è sempre gentile con me, e io cerco di essere comprensivo con lei; so tutto della sua vita ed è quasi come fossimo diventati parenti.

La scorsa settimana mi ha detto che sua nipote si è laureata in farmacia e io le ho risposto che deve essere stato faticoso, con tutto quel viavai di gente che entra e che esce; non era  meglio se si laureava all’università?, le ho chiesto, ma lei non mi ha risposto.

J. Iobiz

Se Beethoven e Mozart avessero raccolto cotone nei campi del Mississippi

27 marzo 2021

#24

Ma non è da credere che sia facile suonare il contrabbasso: è uno strumento complicato, una via di mezzo tra l’arte e la scienza; l’arte è arte, da soli non si apprende ma anche la scienza è uguale, e per questo da soli è difficile imparare a suonare il contrabbasso; bisognerebbe piuttosto farselo insegnare da qualcuno che già lo suona, ed è così che avrei dovuto fare anch’io, ripensandoci adesso, invece di perdere un sacco di tempo a capire come si deve maneggiare uno strumento così complicato, che secondo come lo tieni in braccio ti fa pressione sulla gola e ti fa venire la nausea tipo mal di mare.

Invece, penso che quando qualcuno lo suona per davvero deve sentire vibrare tutto il basso ventre, e questa non deve essere una sensazione spiacevole, anche se non so se succede per davvero, oppure è solo la mia immaginazione.

Un altro motivo per cui il contrabbasso nella musica è come il chiaroscuro nella pittura è che lo si trova spesso nella musica jazz, una musica che è nata proprio dal miscuglio di  bianchi e neri; e lo suonano spesso persone di colore, che se uno non lo sa, non lo capisce il perché, ma se invece lo sa che il contrabbasso è come il chiaroscuro della musica, allora gli sembra naturale che lo suoni un nero (nella musica jazz, s’intende, perché la musica classica è quasi tutta fatta dai bianchi, e i neri ci sono arrivati solo da poco tempo; anche perché se Beethoven e Mozart avessero avuto da raccogliere il cotone nei campi del Mississippi o dell’Alabama, forse non le avrebbero scritte tutte quelle sinfonie, o magari le avrebbe fatte parecchio più corte).

Comunque, per finire la digressione sul contrabbasso e riprendere l’introduzione al mio nuovo romanzo, volevo dire che si tratta di uno strumento di accompagnamento: gli strumenti che accompagna sono, di solito, un vibrafono, un violino e un sassofono, e ovviamente anche altri, e questo dipende dalle situazioni.

Il vibrafono, che tutti chiamano erroneamente xilofono – che è invece un altro strumento, ma comunque non c’è molta differenza –, fu inventato per fare i documentari sui pesci, che prima di allora non esistevano (i documentari, i pesci sì).

Il violino è un piccolo contrabbasso da asporto, dal suono molto acuto che se uno non lo sa suonare, almeno dalle mie parti, si dice che fa un rumore simile a quello di un gatto strinto a un uscio.

Il sassofono, invece, è uno strumento che quando non lo sai suonare e ci soffi dentro con forza e convinzione viene fuori un rumore simile a quello che fa un camion quando scarica la ghiaia. Quando lo sai suonare non tanto bene, viene fuori ancora quel rumore lì. Dopo, passa.

Ecco, sul contrabbasso non credo ci sia da dire molto di più, comunque adesso ci penso e poi ne riparliamo.

J. Iobiz

Il tempo manca sempre in fondo

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27 marzo 2021

#21

Una cosa importantissima che aiuta a scrivere romanzi, racconti e storie in generale, sono i sogni. Un regista italiano famoso, che ha vinto quattro premi Oscar ed è morto qualche anno fa, ha lavorato per molto tempo con uno scenografo parecchio bravo e famoso anche lui che sognava spesso. Tutte le mattine, quando si trovavano per fare colazione, il regista chiedeva al suo amico scenografo di raccontargli i sogni che aveva fatto quella notte e, siccome quello scenografo era bravo anche a fare i sogni, ogni mattina gli raccontava l’ultimo suo sogno fresco di nottata; e anche se non aveva sognato niente, per non deludere il suo amico regista, se ne inventava uno lì per lì.

Io di sogni ne faccio un bel po’ e qualche volta me li scrivo il mattino dopo in un quaderno, per non dimenticarmeli, perché i sogni si possono dimenticare sia quando si dorme sia quando si è svegli, ma quando si dorme è impossibile prendere appunti.

Ma anche quando ci si sveglia non è sempre facile mettersi lì a prendere appunti, perché se, per esempio, sei uno come me che arrivo quasi sempre in ritardo agli appuntamenti, la mattina non hai mai molto tempo a disposizione. Che poi, da questo fatto di arrivare sempre in ritardo agli appuntamenti, mi ha detto un mio amico, si può guarire. Lui, che è uno di quelli che arriva agli appuntamenti sempre perfettamente in orario, e spesso anche in anticipo, dice che basta iniziare a fare le cose che si devono fare un po’ prima, perché lui dice che il tempo manca sempre in fondo, ma quando siamo in fondo ormai è tardi.

Io gli ho detto che per me non è così; a me il tempo di solito manca nel mezzo, non in fondo; cioè, quando inizio a fare una cosa sono quasi sempre puntuale, è dopo un po’ che ho iniziato a farla che guardo l’orologio e dico: «Boia, com’è tardi!». E da quel momento in poi vado regolare, senza perdere tempo, ma quando arrivo, arrivo sempre perfettamente in ritardo. Ed è per questo motivo che spesso non riesco a scrivere i sogni che faccio la notte.

Ad ogni modo, avere un quaderno dei sogni è molto utile perché ti può dare un sacco d’idee; e la scrittura creativa deve essere sì creativa, ma mica ti puoi inventare proprio tutto tutto su due piedi. Ma questo lo racconto dopo, adesso devo andare perché… sono in ritardo.

J. Iobiz

Un grande architetto russo

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26 marzo 2021

#19

Non avevo mai notato, prima di oggi, che in fondo alla strada c’è un’altra casa disabitata. È un edificio basso, dipinto di giallo ocra, con le persiane marroni sempre chiuse che secondo me ora, per aprirle, ci vorrà un bravo falegname. Un pino le ha riempito il tetto con i suoi aghi, e quando piove le cadono giù dalle falde delle colate scure che hanno macchiato tutti i muri, che a vederle sembra una casa che piange.

Si vede bene che è una casa triste, come quella bianca avorio di là dalla strada; sono diverse ma sono tristi entrambe.

Allora ho pensato che è proprio vero quello che disse un grande architetto russo, che tutte le case felici sono simili tra loro, ma ogni casa infelice è infelice a modo suo, che a ripensarci non sono neppure tanto d’accordo con questa affermazione, e non sono nemmeno sicuro che fosse proprio un architetto russo.

J. Iobiz

Una ossessione tutta mia

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21 marzo 2021

#15

Durante la pausa dalla lettura e dalla scrittura che mi sono preso prima di iniziare il mio nuovo romanzo, trascorro il tempo facendo molte delle cose che fanno gli scrittori quando non scrivono. Tra queste c’è anche quella di pensare alla storia che voglio scrivere, e tutte le volte che mi viene in mente un’idea me l’annoto su un foglio, un’agenda o un taccuino per paura di dimenticarla. Ma scrivo solo l’idea perché, come ha suggerito uno scrittore italiano famoso – che di lavoro, oltre a scrivere, aiuta gli scrittori bravi e non ancora famosi a farsi conoscere – quando ci viene un’idea non bisogna avere furia di scriverla subito tutta da cima a fondo, con le parole, gli avverbi, i punti e le virgole messe al posto giusto; non si deve fare così perché può succedere di usare delle parole che pur non essendo quelle giuste non si riuscirà più a cambiare.

Anche a me è accaduto di rimanere intrappolato in mezzo alle mie stesse parole come in un labirinto senza via d’uscita, rimbalzando come una pallina da flipper tra aggettivi, sostantivi, verbi e avverbi e producendo giochi di parole che ammorbavano le pagine senza che fossi più capace di venirne fuori – che specialmente i giochi di parole sono antipaticissimi e anche se si chiamano giochi, secondo me, non sono per niente divertenti; almeno in passato, quando a qualcuno accadeva di pronunciarne o scriverne uno, il malcapitato chiedeva scusa prima ancora di dirlo o di scriverlo, mentre oggi te li ritrovi spiattellati in bella mostra da tutte le parti, su Twitter, Facebook, nei titoli dei giornali e delle trasmissioni televisive.

È vero, però, che si può rimanere prigionieri, oltre che delle parole, anche delle idee, e queste possono trasformarsi talvolta in ossessioni; ma per uno scrittore questo non è sempre un male. Perché se non hai un’ossessione tutta tua va a finire che ti riempi la testa con quella di qualcun altro, che secondo me è molto peggio.

Io, per esempio, non sopporto i libri che parlano di: commissari, poliziotti, assassini, avvocati, cani, gatti, animali che parlano come gli uomini, o di come si cucina la roba da mangiare, che invece sono un genere di libri che li trovi sempre in cima a tutte le classifiche dei libri più venduti; e a volte, mi viene da pensare che se, tra duecento o trecento anni, qualcuno cercherà di capire come vivevamo oggi, e per farlo leggerà i titoli dei libri che sono in cima alle classifiche dei libri più venduti penserà che in questi anni ci doveva essere un mondo pieno di commissari, poliziotti, assassini, avvocati, cani, gatti, animali che parlavano come gli uomini, e gente che passava tutto il giorno a cucinare roba da mangiare.

Che, forse, oggi è anche davvero un mondo fatto così.

J. Iobiz

Una comitiva di fantasmi

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24 marzo 2021

#13

Da una parte, per scrivere il mio nuovo libro, vorrei prendermi tutto il tempo necessario; nel contempo, invece, vorrei scriverlo velocemente e pubblicarlo il prima possibile perché ho paura che con tutti i libri che si pubblicano oggigiorno qualche altro scrittore, anche per caso, o per sbaglio e senza neppure volerlo, possa scrivere le stesse cose che vorrei scrivere io prima di me, e allora tutto questo lavoro non servirebbe più a niente.

E poi, anche se sono ancora piuttosto giovane, non so quanti anni mi rimangono ancora da vivere; e non mi piacerebbe arrivare in punto di morte senza aver pubblicato il libro. Non deve essere bello arrivare nel momento in cui si muore e sapere che ci è rimasto da fare una cosa importante, una cosa che si voleva fare a tutti i costi – anche se non lo so se è proprio così, perché chissà a cosa si pensa quando si sta per morire. Ad ogni modo, potrei lasciare scritto al mio editore che, se muoio prima che il romanzo sia finito lui potrà utilizzare questa introduzione per il libro di qualcun altro, che a me, tutto sommato, mi sembra proprio una buona idea, anche perché mi sembra stia vendendo proprio una gran bella introduzione.

Che poi, morire lasciando incompiute le cose che devi fare, ti può succedere di diventare un fantasma. E allora, immaginate me che giro di notte per scrivere venti pagine al buio o al lume di candela e la notte dopo cancellarne diciotto, che se non ci sono riuscito da vivo a finire il libro, figuriamoci da morto, che anche trovare un foglio e una penna non deve essere per niente facile per un fantasma. Quindi sarei costretto a cercare qualcuno ancora vivo che si prende la briga di scrivere per me la parte del libro che manca, con la speranza di trovare una persona che faccia in tempo a finirlo per davvero, il libro, altrimenti se muore anche lui prima di averlo finito si dovrebbe trovare un altro che scrive per me e per lui, e va a finire che a quel punto non lo finiamo mai più, il libro, e si rimane tutti quanti per sempre una comitiva di fantasmi.

J. Iobiz