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Bomber (fine)

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Una sera, quando è tornato a casa, lei era a sedere con la lingua scura fuori dalla bocca e non lo ha riconosciuto. Roberto ha chiamato subito il 118. Lei glielo ha sempre detto: «Se mi succede qualcosa, tu non fare niente, chiama subito il 118».

La mamma era robusta, ma era diventata grassa e camminava con fatica. Le gambe erano sempre gonfie e sembrava che tutto il sangue le si fosse trasformato in grasso. Eppure, non c’era nessuno che resistesse alla fatica più di sua madre. Anche se era malata, a letto non ci si metteva mai. «A letto mi ci mettete quando sono morta», diceva, «te, piuttosto, non ti sei ancora trovato un lavoro, sei grande ormai …» eccetera eccetera, con le solite cose.

Non si ricordava neppure bene come si chiamava, quella nuova malattia che l’aveva colpita. Le pigliava un dolore in mezzo al petto e non ce la faceva più a respirare. All’ospedale le avevano detto che era bene che stesse un po’ lì. Lei non sarebbe voluta rimanere ma non ce la faceva più a fare nulla, nemmeno a ritornare a casa. Allora aveva accettato ed era rimasta all’ospedale.

Lui ha capito che era una cosa grave quando lo ha chiamato il nuovo presidente della società di calcio dove gioca e gli ha detto che la sera può andare a lavorare al campo.

«Okay, signor Sergio», gli ha risposto, «comunque non ho bisogno di lavorare».

Ma lui gli ha detto: «Lo so, ma so che tua madre sta male».

Roberto è rimasto zitto ma ha capito che il signor Sergio sapeva le cose meglio di lui. Infatti, dopo qualche giorno la mamma è morta.

E non è una bella cosa quando ti muore la mamma, anche se hai quasi quarant’anni. E non vuol dire niente se è già morto anche tuo padre: non è stata la stessa cosa. Prima di tutto, quando morì suo padre lui era piccolo e poi la mamma gli diceva sempre che sarebbe ritornato, e lui ci aveva creduto per molto tempo.

L’arbitro fischia il calcio d’inizio, comincia la partita. L’ultima cosa di cui Roberto ha voglia è quella di fare a botte con un avversario. La prima cosa che fa, invece, è proprio quella di prendersi a calci e gomitate con un gigante che fa lo spavaldo in mezzo al campo quasi fosse lui il padrone. C’è un po’ di parapiglia e l’arbitro li richiama tutt’e due.  

Ora, che la sua mamma non c’è più, a casa è rimasto solo. A volte viene a trovarlo Naomi, mangiano, bevono e stanno insieme. Avrebbe voglia di dire a Puledro se quando esce vuole venire a stare in casa con lui, così si sentirebbe meno solo. Ma non ha ancora fatto tutti quei fogli che servono per andare in carcere a trovarlo e poi… forse… boh!, non lo sa.

Il signor Sergio lo chiama spesso perché ha sempre bisogno di qualcosa e lui è contento perché così riesce a guadagnare qualcosa. Anzi, può darsi che prima o poi gli facciano anche allenare una squadra. Magari, per cominciare, una di quelle dei ragazzi più piccoli. Lui sarebbe contento così potrebbe anche invitare quel Kevin, o Lorenzo o… non si ricorda più bene come cavolo si chiamava quel bimbo che ha incontrato al parco e al quale aveva regalato le figurine di Messi e Neymar.

Pensa che riuscire a diventare un buon allenatore potrebbe essere un bel regalo anche per sua madre: potrebbe vedere finalmente il suo Roberto sistemato con un lavoro vero, come gli ha sempre chiesto.

E poi, chi può dirlo, un giorno, forse con un po’ di fortuna potrebbe anche allenare una squadra più importante e, perché no, magari andare proprio al Barcellona; chissà, un giorno potrebbe essere proprio lui ad allenare la squadra del Camp Nou!

J. Iobiz

Di J. Iobiz

Scrittore.
In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più.

3 risposte su “Bomber (fine)”

Non so spiegarmi il perché, ma c’è sempre un Sergio nella vita… Chi lo sa, forse andrà bene… Barcellona è una bella città solare può darsi che si troverà bene e che realizzerà anche qualche sogno o meglio euri sogni immaginari inventati che alla fine possono anche diventare una realtà…

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