Casi privati

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Il sopravvissuto – 1

Chi è stato qualche volta in bicicletta lo sa bene: quando si è impegnati a pedalare in salita non è consentita nessuna distrazione. E mio fratello Tommaso, in un certo senso, si era messo a pedalare dentro la sua testa; era impegnato a inseguire tutti i suoi pensieri, come se fossero rifugi in cima alle montagne. E il destino degli scalatori è quello di restare sempre da soli con se stessi. Ma con il tempo si abituano e non vedono neppure più chi li chiama ai bordi della strada.

Poi un giorno, mi disse che gli era accaduto di vedere la sua faccia allo specchio e aveva visto che piangeva. Sì piangeva, e non era la prima volta. Ricordo che nel pomeriggio si sedette vicino alla finestra e si mise a guardare giù.

«Cosa guardi?» gli chiesi.

«Non le vedi?».

«Cos’è che devo vedere?» gli chiesi di nuovo.

«Le bare» rispose.

«Le bare?».

«Sì. Quella lunga fila di bare che da alcuni giorni passa sotto la mia finestra. Le vedi adesso?».

«No, io non vedo nulla. Tommaso, non c’è nessuna fila di bare!».

«Sei tu che non le vedi», disse, «io le vedo benissimo e cerco di riconoscere la mia».

Fu dura e gli ci volle un po’ di tempo, perché all’inizio gli sembravano tutte uguali. Ma poi la vide.

Quando passò là sotto, capì che era la sua. A quel punto si buttò giù per cercare di entrarci dentro ma non ci riuscì.

Si schiantò sul marciapiede.

J. Iobiz – Casi personali – Il sopravvissuto, parte prima.

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