Beati gli ultimi (3)

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Il mattino seguente la luce entra lentamente dentro lo scompartimento. Il treno procede a scatti. Mio nonno guarda fuori dai finestrini ma non può distinguere nulla perché c’è una nebbia fittissima. Lui però dice di sapere dove ci troviamo; se non ci fosse quella nebbia, si vedrebbero degli enormi palazzi dagli occhi vuoti che stanno ancora dormendo e dentro ai recinti della città i giardini delle case con gli alberi spenti. Ma la nebbia è fittissima e non lascia intravedere nulla.

E allora dice di vedere emergere da quella massa bianca e informe i paesaggi di casa sua e mi racconta dei luoghi dove è iniziato questo nostro viaggio; la campagna dove è nato e dalla quale mia madre è emigrata prima che io nascessi, per andare a lavorare all’estero. Ora è ritornata per prendere anche lui perché ha deciso che è meglio stare tutti insieme; è arrivato anche per lui il momento di lasciare per sempre quella terra che non riesce più a dare da vivere a chi la abita.

Anche Alfredo è d’accordo: maledice i posti dove è cresciuto perché sono invecchiati insieme a lui ma loro sono invecchiati male. E mi racconta di come in fondo alla valle, dove finivano i campi, le aie hanno lasciato negli anni il loro posto ai cortili, e poi ai grandi parcheggi, ai marciapiedi e a brutti e tronfi edifici. Ora questi corpulenti palazzi si fronteggiano scuri davanti all’ultimo ampliamento stradale, a carovane di autotreni e autocisterne, auto e furgoni che transitano incuranti di loro, dei giardini, dei cortili e delle aie che c’erano una volta e adesso non esistono più.

Lontano, lassù sulle colline, qualche aratro sgretola ancora le vecchie e morbide crete lasciando dei crateri incolti qua e là sui crinali; dimenticando dietro di sé una macìa di sassi, una macchia di bosco o una vecchia casa contadina con i muri di pietra che custodiscono la memoria dei vecchi che vi hanno vissuto.

E mi racconta che dalla finestra della camera dove dormiva insieme ai suoi genitori vedeva un vecchio muro di pietra. Suo padre gli disse che quel muro era stato costruito da suo nonno. Di quel muro, che ogni mattina vedeva dinanzi a sé, imparò a conoscere tutto: ogni singola fessura, pietra e mattone, il nascondiglio del geco, l’arriccio più vecchio e la traccia che occultava la canna fumaria del forno dove veniva cotto il pane per tutta la settimana. Quando al mattino si affacciava, il muro era già lì che lo attendeva e lo rivedeva ogni sera solo un po’ più nero perché il sole lo aveva abbandonato. Alfredo non ha conosciuto il nonno che lo aveva costruito ma di lui gli erano rimaste quei sassi rugosi. Più tardi il tempo ha inghiottito anche quelle pietre rimaste orfane lassù in mezzo alle colline. La sua famiglia aveva abbandonato la vecchia casa per trasferirsi in città; come ha fatto più tardi sua figlia Lavinia quando ha abbandonato anche quella città per trasferirsi a nord in cerca di lavoro.

Quel giorno mio nonno mi racconta tutto questo; ma forse il mio ricordo è impreciso, quel giorno rimase immobile, con gli occhi fissi sulla nebbia bianca e informe addensata fuori dai finestrini del treno, in silenzio.

(continua)

J. Iobiz

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