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Alla scoperta di un’isola (un po’ di leggerezza)

Photo by Julius Silver on Pexels.com

Il Capitano Forseènatounforsennato, ufficiale di lungo corso ma di scarsa memoria, privo di cognome ma che poteva vantare un nome di un certo rispetto, scoprì molti anni fa un continente incontinente della cui esistenza fino ad allora nessuno sapeva nulla, e del quale, dopo di allora, nessuno ha più saputo niente.

Al momento dello sbarco su quella nuova terra sconosciuta, un burrocrate, piuttosto grasso e untuoso, gli chiese la parola d’ordine.

«Non la conosco» rispose il capitano Forseènatounforsennato.

«Mi dispiace, ma se è così non la posso far scendere a terra, dovrà rimandare la sua scoperta».

«Ma noi abbiamo bisogno di scendere! Non abbiamo più acqua, né carne né pesce, per non parlare dei succhi di frutta, del caffè, della marmellata e delle sfogliatine di riso… ».

Il burrocrate si sciolse a compassione. Forseènatounforsennato colse quel leggero mutamento di rigidità.

«Mi dia un aiutino!» implorò il capitano.

«Sì, ma piccolo però» rispose il burocrate.

«Va bene, ma che sia un vero aiutino».

«La nonna di Beethoven… » disse il burrocrate aspettando che proseguisse il capitano.

«Ma è vecchia… »

«Bravo. Potete passare».

E così avvenne lo sbarco. Ad accoglierli sulla battigia, il capitano e il suo equipaggio trovarono donne simili a delle fate.

«Le fate voi fate perché fate voi siete, o non siete fate ma è altro quel che siete?» chiese in modo educato il capitano alle ragazze.

Metà delle fate annuì, mentre l’altra metà scosse la testa. Il capitano rimase interdetto e nel tentativo di fare amicizia con la popolazione locale ordinò al suo secondo di prendere degli sgabelli e delle poltroncine da spiaggia e di sistemarle vicino alle ragazze che nel frattempo erano rimaste in piedi di fronte a lui.

«Fate quel che fate ma sedetevi pure», proseguì il capitano con i suoi modi cavallereschi, «pure sedetevi, se pure siete, come almeno sembrate oppure tale dote non avete e pure non siete? E non siete neppure fate?».

Metà delle fate annuì, mentre l’altra metà scosse la testa e facendo questo movimento voltarono per un attimo le spalle al capitano.

«Ma  neppure le ali avete, per leali apparire! Ma allora che fate siete?» chiese Forseènatounforsennato.

Le fate  intimorite dall’improvviso tono austroungarico, se non addirittura austero, della voce del capitano fuggirono e in un istante scomparvero tra le tamerici.  

Intanto, nel mare spumeggiava la spuma, nel cielo il sole soleggiava e ombreggiavano le fronde dei pini fin sulla spiaggia. Mannaggia mannaggia, pensò il capitano!

«Temporeggia il tempo e regna assolato su di me e su tutti, ma anche assoluto e non relativo come qualcuno malignamente dice; regna su ogni suddito giù al nord e su al sud, sudisti, estatici, nordici occidentali, occidui e occipitali. Secondo che notizie hai?» gridò al suo sottoposto che proprio in quel momento era di ritorno da una perlustrazione.

«Capitano, niente di nuovo sotto il sole, niente sotto la luna e, forse, neppure sopra».

«Tutto qui? Non avete trovato nulla di interessante?».

«A poca distanza da qui la costa cambia. Ci sono degli scogli che scendono al mare e lì rimangono frastagliati mentre sale marina un’aria salmastra».

«Va bene, e poi?».

«Nel mare canta e suona un’aria sconosciuta, fatta di dolci note di paranza racchiuse in una battuta di arresto, pescate in flagranza di sapore, si direbbe,  mediterraneo. Nel cielo i gabbiani volteggiano padroni e sperimentano costantemente sotto costa, costì e colà, le cale e ogni frangente, ogni nuovo posto dove cercare un pasto o un antipasto, magari di mare».

«Okay, Secondo, ma degli umani civilizzati cosa mi dite?».

«Nel porticciolo campeggia, adesso vigile, più che la torre, la torta saracena, che di sé fa bella mostra nelle vetrine zeppe di zuppe d’oltre manica ed altri tipi di dolci ordinati e composti ed altri non ordinati ma non per questo disordinati né decomposti. Segnati e rassegnati alcuni locali, non da ballo, semmai da pesca o da lavoro, pare che usciranno anche stasera in barca; meno spesso, invece, lo fanno quando il mare è mosso da pessime intenzioni, in special modo nei loro confronti. “Quando è grosso e agitato da un forte moto ondulatorio” così ci hanno detto, “ il mare va lasciato stare; poi tanto gli passa e ritorna tranquillo, ogni volta calmo com’ era e come ora”».

«Ho il presentimento che anche stanotte, nel mare calmo ma anche colmo di tante aspettative, i pescatori getteranno ancora l’àncora nell’ambito àmbito del loro limite territoriale, reticolando il pesce abboccato, pescando nel reticolo delle reti gettate a più riprese e sempre riprese, issate e rammendate».

Il capitano, Secondo, e alcuni elementi scelti dell’equipaggio iniziarono a perlustrare l’isola. Gomito a gomito, palmo a palmo e alcuni anche mano nella mano,  girarono l’isola in lungo e in largo ma non trovarono niente di nuovo, nulla di interessante. Allora, dopo aver fatto provviste, presero il largo e lo portarono via con loro e all’isola lasciarono il lungo tempo dell’attesa, per pensare e ripensare a quanto è profondo il mare, specialmente se visto da sotto.

Nella cala calò la sera, l’oscurità celò l’orizzonte e il cielo e il mare finalmente si riabbracciarono dopo un intero giorno di lontananza, mentre si alzava la luna che, seppure mezza pallida, non appariva stanca di mostrare a tutti sempre la solita faccia; e se era piena, lo era solo di se stessa e di una bianca luce riflessa.  

J. Iobiz

Di J. Iobiz

Scrittore.
In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più.

Una risposta su “Alla scoperta di un’isola (un po’ di leggerezza)”

Un vortice di parole mozzafiato un… un…hai presente… Un libro speciale degli anni ’50 definisce “ARABESQUE” come un elaborato e fantasioso intreccio di fiori, foglie, frutti e, spesso, figure umane e animali? Ecco. Tipo quello!

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