Collettivo Zubrowka; 2.420 amici su fb

15 giugno 2021, raggiunti 2.420 amici su Facebook; non è importante il numero ma il fatto che si tratta di 2.420 persone che non conosco personalmente, e non mi conoscono, non so chi siano come loro non sanno chi sia io, ed è per questo motivo che li ho scelti. Certo, non è solo per questo motivo, ho chiesto l’amicizia a persone con profili ineteressanti che hanno a che fare con i libri, scrittori, lettori, poeti, editor, eccetera.

Ho aperto l’account il 13 aprile e senza barare ho detto chi sono, cioè quello che sono anche qui, un personaggio nato da una fantasia letteraria che si è “emancipato” e adesso scrive in modo autonomo le proprie opere. (Non può essere vero? Ma cosa è vero qui dentro, dentro le pagine dei libri e nei romanzi? Forse, anche questo è, o diventerà, un romanzo).

Senz’altro è vero che insieme a me sono comparsi altri personaggi e adesso siamo in sei; ma non siamo in cerca di un autore, ce lo avevamo e lo abbiamo volontariamente abbandonato. Ci inibiva, era pigro, pieno di complessi, problemi esistenziali, di salute, impegni di lavoro e di famiglia. Noi no – parlo adesso anche a nome degli altri – noi non abbiamo nessuno degli impedimenti che aveva lui. Noi pensiamo solo a scrivere e a cercare qualcuno che abbia voglia di leggerci.

Collettivo Zubrowka.

Decalogo dello scrittore, secondo me.

  1. Leggere molto
  2. Imparare a scrivere
  3. Imparare a scrivere bene
  4. Imparare a scrivere racconti e romanzi
  5. Imparare a scrivere bene racconti e romanzi
  6. Scrivere un bel romanzo.
  7. Cercare case editrici che pubblicano racconti e romanzi (e non solo bei romanzi)
  8. Inviare il proprio manoscritto a una o più case editrici (facendo in questo caso molta attenzione all’uso del “copia e incolla”)
  9. Aspettare.
  10. Imparare a vendere un libro, che non è detto sia davvero anche un bel romanzo.
  • La numero 10 è la cosa più importante

Sono 48 giorni che sono qui

Me lo ricorda WordPress, scrivendomi da quanti giorni pubblico su J. Iobiz; non comprendo bene il tono del commento, che all’inizio mi è sembrata quasi una minaccia; poi mi ci sono abituato.

Devo dire che WordPress è un bel posto, bella gente, un po’ stravagante, come credo di esserlo anch’io; ancora non mi oriento bene, ho delle difficoltà, vorrei seguire molti blog e non ci riesco, vorrei commentare di più ma… ho una specie di timidezza virtuale.

Comunque, oppure sia come sia, ma anche ad ogni modo o come preferite voi, intanto dico

grazie!

a tutti quelli che hanno dato uno sguardo ai miei articoli o che hanno scritto articoli che ho potuto apprezzare in questi 48 giorni.

A presto,

J. Iobiz

Caro collega

Photo by Tima Miroshnichenko on Pexels.com

Caro collega,

ho letto una volta di un’isola dove tutti gli abitanti erano ciechi; un giorno nacque un uomo che ci vedeva benissimo. Si mise in testa di spiegare a tutti cosa volesse dire riuscire a vedere: provò a raccontare come fossero fatti i colori e la luce. Lo presero per pazzo, lo processarono e infine lo accecarono perché smettesse di raccontare quelle storie impossibili che rendevano agitati gli abitanti dell’isola. Ebbene, lei lo sa, credo che a me sia toccato un destino simile.

Sono tuttavia certa che, anche se non mi si vuol dare questa soddisfazione, siano invece molti coloro che pensano che io possieda proprietà molto particolari.  Lei sa bene che posso stare vicinissimo alle persone senza che loro se ne accorgano, posso apparire e scomparire e anche comparire nel medesimo istante in posti diversi.

Le persone alle quali tento di spiegare come sia possibile che tutto ciò accada – e cioè come io possa vedere il mondo tutto intero così come esso è veramente mentre le persone comuni non possano percepirne che una limitata porzione – non mi comprendono. E tutto questo mi ha sempre creato molti problemi.

Una volta sola credo di aver avuto uno amico che mi comprendeva. Peccato che egli vivesse in un mondo tutto suo. Lui non poteva vedermi, almeno non poteva vedermi così come io sono realmente. Credo che il mio amico potesse vedere di me solo una sezione bidimensionale quando io attraversavo il suo universo; ma quella sezione non ero certo io, e molto poco gli poteva dire di quello che sono realmente. Con tutta sincerità, credo che debba essere molto complicato vivere in un mondo a due dimensioni; può darsi che per lui sia stata soltanto un grande mistero; forse la realtà stessa era un mistero per lui. Non sono neppure certa che potesse udire le mie parole poiché anche la voce ha bisogno di propagarsi nello spazio.

In compenso, però, potevo vedere tutto ciò che faceva lui: e questo me lo rendeva tanto caro; potevo essergli vicinissima e accedere a luoghi che il mio amico riteneva inaccessibili. Più volte sono entrata in casa sua – per me si trattava semplicemente di attraversare una linea chiusa disegnata su un foglio – magari solo per provare a farmi sentire o per aiutarlo a risolvere un problema.

Mi chiedo anche se avrebbe avuto senso provare a spiegargli come stavano realmente le cose; per lui la realtà era solo quella racchiusa in quel suo universo, quella che vedeva dal suo punto di vista. Forse mi avrebbe preso per una povera pazza o, peggio ancora, avrebbe tentato di uccidermi.

Non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei ritrovata in un mondo formato da così tante dimensioni. Purtroppo continuo a non avere molti amici. E, questo devo assolutamente dirglielo, anche tra le persone che conosco meglio, nessuno mi crede quando racconto quello che vedo; quando spiego cosa accade negli universi con molte più dimensioni dai quali siamo circondati.

Il motivo per cui le scrivo è, caro dottore, che neppure io però so più bene quanti amici ho nei mondi a più dimensioni. È un po’ come se mi fossi smarrita.

È per questo che le chiedo aiuto.

Dottore, se lei mi sta ascoltando, pensa di potermi aiutare? Gliene sarei tanto grata.

Cosa mi dice?

Ha sentito le mie parole? Mi può aiutare?

J. Iobiz

Piccola storia di un vecchio seduto su una panchina (2)

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Ma il vento non parla; forse saprebbe farlo ed è solo che non gli va di parlare. Magari perché è un vento notturno e taciturno, introverso che soffia in direzione contraria. O chissà, forse è stanco perché è stato indaffarato nei giorni precedenti a trascinare grossi cumuli di nembi e a pulire le rotte lasciate dagli aerei e ogni angolo di cielo dopo le folate delle correnti; per questo avrà preferito rimanere lassù in alto, dove l’aria è più fine e il cammino più sgombro.

Sarà per caso un vento vanitoso, di quelli che si danno aria di sapere e invece non scoprono niente, anzi ricoprono tutto di nubi e di sabbia e mulinelli di foglie morte e carta straccia, bianca e sporca?

Adesso, seguendo il vento dei suoi ricordi, il vecchio si ritrova tra le dolci colline e i laghi della campagna dove è nato; tra le canne ora legate a un filo di vento, le viti legate in file ordinate e i pali di legno anch’essi legati da lunghi fili pieni di tanti discorsi scambiati sul margine della strada, ma anche sulle marginalità della vita.

L’uomo immagina intorno a sé nuovi profumi che speziano l’aria, che ora è dolce come il paesaggio. E rivede le infinite colline dove, avvolte dal sole, luminose mimose e ginestre aperte all’aria della tarda primavera e ad ogni nuova speranza, brezza e carezza, hanno lasciato il posto agli estivi campi pieni di spighe.

Vede distintamente la strada snodarsi e riannodarsi a un filo sospeso di ricordi, di rossi casolari e secolari verdi cipressi. Paesaggi sterminati, ritagliati da precisi confini e determinati dalla mano dell’uomo in aie, corti, vigneti e piccoli borghi, tutti animati da contadini, contadine e antiche tradizioni di mille racconti…

(continua)

Pilade, le mosche e la fine del mondo

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#35

Sono le quattro del pomeriggio. Pilade, il tizio che ho conosciuto alla fermata dell’autobus – che non era la fermata dell’autobus –, è seduto di fronte a me. Fa caldo e con noi ci sono soltanto le mosche con i loro voli fastidiosi, tra le grinze dei volti e delle braccia, ma questo con la storia che intendo raccontare non c’entra un granché. Ma, anche se con la storia non c’entra un granché, noi, con pazienza, ci impegniamo ugualmente a spingere via le mosche con le mani, mentre alcune volte, invece, le lasciamo fare, sopportandone il fastidio.
Chiedo a Pilade cosa ne pensa del fatto che nel mondo stiano accadendo un sacco di cose che non sono mai accadute prima: fa parte di quelli che pensano che siamo vicini alla fine del mondo oppure appartiene alla categoria di persone che pensano che il mondo sia sempre stato caotico come oggi? Di quelli, per intenderci, che pensano che gli uomini abbiano da sempre fatto gli stessi pasticci, i soliti casini e ritengono che quel pensiero, quello di essere vicini alla fine del mondo, lo hanno già avuto prima di noi i nostri nonni, e prima di essi i loro nonni, e i nonni dei nonni eccetera eccetera?

Mi dice che è davvero una bella domanda, davvero una gran bella domanda, dice; ma non sa cosa rispondere. Però, se rimango qui, mi assicura che trascorreremo interi pomeriggi seduti sotto il pergolato dove ci troviamo adesso e, sicuramente, avrà il tempo per darmi una risposta.

J. Iobiz

Il blocco dello scrittore (e la domanda giusta)

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30 marzo 2021

#29

Finalmente lunedì ho iniziato a scrivere il romanzo, anzi a essere sincero sincero non ho cominciato questo lunedì, come volevo far credere, ma è due lunedì fa, cioè a essere sincero sincero il libro ho iniziato a scriverlo due settimane fa.

Però mi vergogno a dire che ho cominciato a scrivere il romanzo sedici giorni fa, perché praticamente non ho ancora scritto nulla. Lunedì, quello di due settimane, fa, ho scritto dieci pagine e martedì le ho buttate via tutt’e dieci; poi ne ho scritte altre dodici e il giorno dopo, che era mercoledì di due settimane fa, le ho buttate via tutte; ed è successa la stessa cosa i giorni successivi, che è inutile che stia qui a fare l’elenco preciso preciso, tanto non serve a niente e si capisce lo stesso.

Arrivato a martedì, che sarebbe oggi, mi sono fatto una domanda e provando a rispondermi, le domande sono diventate due, poi tre e poi quattro, che sarebbero queste, in ordine di come mi sono venute in mente:

1. Non è che per caso mi è venuto il blocco dello scrittore?

2. Non è che per caso era meglio se continuavo a leggere libri invece di ascoltare la televisione, che ora, dopo un mese che non leggo più i libri che leggevo prima e guardo la televisione, mi sembra di parlare un po’ con le parole di quelli che stanno sempre in televisione, e allora erano meglio le parole di quelli che scrivono i libri?

3. Non è che non riesco a scrivere perché, per fare delle storie che funzionano davvero, bisogna che ci siano almeno due persone che litigano tra di loro, per esempio, il buono e il cattivo, la guardia e il ladro, uno o una che tradisce il marito o la moglie, o un figlio contro un padre o una madre contro un figlio o almeno due persone che vogliano la solita cosa, che è una sola e non se ne trova un’altra uguale da nessuna parte? Oppure, se proprio si vuole risparmiare e si vuole essere minimalisti, ci si può mettere dentro la storia solamente una persona, ma questa però deve continuamente combattere contro se stessa o contro il suo Super Io? Perché se è così, per me è davvero un bel problema; a me i conflitti non piacciono per niente, non piace vedere persone che si combattono, e nemmeno che combattono contro se stesse, che a volte è anche peggio.

4. Non è che non riesco a scrivere nulla perché, molto più semplicemente, non sono uno scrittore?

Dopo che mi sono fatto queste domande, sono rimasto un po’ di tempo a riflettere, e ho deciso che la domanda buona era la numero uno. Allora mi sono concentrato sulla risposta alla domanda numero uno e ho trovato, girando su Internet, una cosa scritta da uno scrittore sul suo blog che riguarda la paura della pagina e come riuscire a superare il blocco dello scrittore. Però questo lo devo scrivere più tardi perché adesso non ho il tempo per farlo.

J. Iobiz

Il tempo manca sempre in fondo

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27 marzo 2021

#21

Una cosa importantissima che aiuta a scrivere romanzi, racconti e storie in generale, sono i sogni. Un regista italiano famoso, che ha vinto quattro premi Oscar ed è morto qualche anno fa, ha lavorato per molto tempo con uno scenografo parecchio bravo e famoso anche lui che sognava spesso. Tutte le mattine, quando si trovavano per fare colazione, il regista chiedeva al suo amico scenografo di raccontargli i sogni che aveva fatto quella notte e, siccome quello scenografo era bravo anche a fare i sogni, ogni mattina gli raccontava l’ultimo suo sogno fresco di nottata; e anche se non aveva sognato niente, per non deludere il suo amico regista, se ne inventava uno lì per lì.

Io di sogni ne faccio un bel po’ e qualche volta me li scrivo il mattino dopo in un quaderno, per non dimenticarmeli, perché i sogni si possono dimenticare sia quando si dorme sia quando si è svegli, ma quando si dorme è impossibile prendere appunti.

Ma anche quando ci si sveglia non è sempre facile mettersi lì a prendere appunti, perché se, per esempio, sei uno come me che arrivo quasi sempre in ritardo agli appuntamenti, la mattina non hai mai molto tempo a disposizione. Che poi, da questo fatto di arrivare sempre in ritardo agli appuntamenti, mi ha detto un mio amico, si può guarire. Lui, che è uno di quelli che arriva agli appuntamenti sempre perfettamente in orario, e spesso anche in anticipo, dice che basta iniziare a fare le cose che si devono fare un po’ prima, perché lui dice che il tempo manca sempre in fondo, ma quando siamo in fondo ormai è tardi.

Io gli ho detto che per me non è così; a me il tempo di solito manca nel mezzo, non in fondo; cioè, quando inizio a fare una cosa sono quasi sempre puntuale, è dopo un po’ che ho iniziato a farla che guardo l’orologio e dico: «Boia, com’è tardi!». E da quel momento in poi vado regolare, senza perdere tempo, ma quando arrivo, arrivo sempre perfettamente in ritardo. Ed è per questo motivo che spesso non riesco a scrivere i sogni che faccio la notte.

Ad ogni modo, avere un quaderno dei sogni è molto utile perché ti può dare un sacco d’idee; e la scrittura creativa deve essere sì creativa, ma mica ti puoi inventare proprio tutto tutto su due piedi. Ma questo lo racconto dopo, adesso devo andare perché… sono in ritardo.

J. Iobiz

Tirando le somme

26 marzo 2021

#20

Ora però, a forza di guardare con occhi diversi le cose e le persone intorno a me, e a forza di ascoltare tutte queste nuove parole che prima non sentivo, dentro la mia testa tutto si è complicato e nel mio nuovo romanzo penso che scriverò una storia diversa da quella che avevo immaginato.

Tirando le somme – che, a pensarci bene, non è neppure una bella espressione né per l’italiano né per la matematica – penso di aver fatto bene a prendermi una pausa e occupare il mio tempo a fare questa introduzione, oltre a tante altre cose che fanno gli scrittori quando non scrivono; ma ora dovrò cominciare davvero a scrivere il libro, altrimenti va a finire che non lo scrivo più, oppure che ci metto così tanto tempo a finirlo che corro il rischio di trovarmelo già pubblicato da qualcun altro, magari scritto anche meglio di come riuscirà fare a me.

J. Iobiz

Un grande architetto russo

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26 marzo 2021

#19

Non avevo mai notato, prima di oggi, che in fondo alla strada c’è un’altra casa disabitata. È un edificio basso, dipinto di giallo ocra, con le persiane marroni sempre chiuse che secondo me ora, per aprirle, ci vorrà un bravo falegname. Un pino le ha riempito il tetto con i suoi aghi, e quando piove le cadono giù dalle falde delle colate scure che hanno macchiato tutti i muri, che a vederle sembra una casa che piange.

Si vede bene che è una casa triste, come quella bianca avorio di là dalla strada; sono diverse ma sono tristi entrambe.

Allora ho pensato che è proprio vero quello che disse un grande architetto russo, che tutte le case felici sono simili tra loro, ma ogni casa infelice è infelice a modo suo, che a ripensarci non sono neppure tanto d’accordo con questa affermazione, e non sono nemmeno sicuro che fosse proprio un architetto russo.

J. Iobiz

Case, palazzi e filosofia

Photo by Pixabay on Pexels.com

26 marzo 2021

#17

Comunque, a guardare le cose con occhi diversi, mi sono accorto di tanti particolari che prima non avevo notato; per esempio che esistono case felici, case tristi e case che una volta erano felici e adesso non lo sono più, e queste sono quelle che a vederle fanno più tristezza di tutte.

Ciò che fa apparire le case felici o tristi sono i particolari: la forma del tetto, i colori delle facciate, le finestre, i balconi, le ringhiere, i fiori che hanno sui davanzali e il giardino, se ce l’hanno.

Ogni casa e ogni palazzo, a guardarli bene, mostra il suo ghigno o sorriso, oppure un senso di indifferenza, alterigia o ostentazione. Chi ha costruito quegli edifici, forse senza neppure saperlo, ha messo in piazza i pregi e i difetti della propria anima. E così anche i cancelli, i muri di cinta, le rimesse per gli attrezzi, i giardini, gli orti, gli alberi piantati lungo i marciapiedi e nelle piazze, le strade, i vicoli, i lampioni, senza star qui a fare un elenco preciso che poi va a finire che viene una cosa troppo lunga e magari anche leggermente noiosa.

Dico solo che anche per tutti quei cancelli, muri di cinta, rimesse per gli attrezzi, eccetera, eccetera, vale un po’ la stessa cosa che vale per i libri: ciascuno di loro parla di altri cancelli, muri di cinta, rimesse per gli attrezzi, eccetera, eccetera, e ci racconta qualcosa delle persone che li hanno costruiti.

Che poi, invece, di sapere come sono fatte dentro quelle case e quei palazzi non mi importa nulla; e come mai non me ne importi niente me lo sono chiesto tante volte e non ho mai trovato una risposta; che questa cosa, di farmi da solo le domande e di non sapere rispondere, non mi piace per niente perché mi fa anche sentire poco intelligente.

Tanto è vero che una volta avevo appeso in camera mia un foglio con le parole di un filosofo che avevo sentito per caso, e che mi sembrava fossero all’incirca queste: “Non farti domande a cui non sai rispondere e non cercare risposte a domande che nessuno ti ha fatto”.

Che, ripensandoci adesso, per essere un filosofo non aveva un gran bella filosofia.

J. Iobiz

Con occhi diversi

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25 marzo 2021

#16

Comunque, io ho deciso che non scriverò nel mio romanzo niente del genere, e cioè storie che parlano di commissari, poliziotti, assassini, avvocati, cani, gatti o di gente che cucina roba da mangiare in modo fenomenale, anche perché non ne conosco nessuno di commissari, poliziotti, eccetera, e invece una delle prime regole che uno scrittore deve imparare è proprio quella che si deve scrivere solo di cose che si conoscono bene.

Per esempio, se vuoi scrivere di New York o di Corleone o del Nepal, ci devi essere stato veramente a New York o a Corleone o nel Nepal; e neppure è sufficiente che tu ci sia stato da turista – perché quando ci vai in vacanza sei come quelli che fanno i viaggi in crociera; non penserai mica che dopo una crociera uno ti possa venire a dire di conoscere il mare? Devi proprio averci passato parte della tua vita nei luoghi di cui parli nei tuoi libri; perché altrimenti chi legge lo capisce subito.

E quando parlo di queste cose, arriva sempre qualcuno che dice: «Eh, va bene, ma allora Salgari?». Sì, certo, Salgari è Salgari, e io che ne so, non sono mica qui a fare una conferenza su Salgari – una cosa su di lui però la voglio dire: una volta per tutte Salgari si pronuncia Salgàri, perché lui era veronese e salgàri è il nome locale dei salici (l’ho letto adesso su Wikipedia).

Ad ogni modo, durante questi giorni ho ripensato alle parole che disse uno scrittore russo famosissimo, “Parla del tuo villaggio e parlerai del mondo”, e ho deciso che avrei impiegato questo periodo per guardare con occhi diversi tutto quello che c’è intorno a me. Per adesso sono arrivato fino in fondo alla strada di casa mia, ma devo fare un po’ più in fretta altrimenti mi ci vorrà tropo tempo anche solo per dare una semplice occhiata alla città dove abito.

Intanto, una cosa di cui mi sono accorto è che a guardarmi intorno con occhi diversi non solo le persone mi parlano anche quando stanno zitte – e forse sono anche più sincere – ma anche le cose mi parlano, e lo fanno spesso in modo ancora più sincero delle persone quando stanno zitte.

E questa era una cosa che diceva anche mio nonno; lui diceva anche altre cose, che se le scrivo qui, uno che legge potrebbe pensare che non c’entrano niente con tutto il resto, ma se invece finisce di leggere fino in fondo capisce che un collegamento c’è.

Per esempio, mio nonno diceva che per un uomo sposare la propria moglie è una decisione saggia, molto più saggia che sposare la moglie di un altro. Anche per i figli, diceva sempre che era molto più saggio fare i propri figli che fare i figli di altri. Ed è una regola, diceva mio nonno, che può andar bene per mille altre cose, come per esempio per i governi delle nazioni che sarebbe una decisione molto più saggia che ciascuno pensasse a governare la propria nazione, anziché voler governare anche le nazioni di qualcun altro, e di sicuro così ci sarebbero meno guerre. Questa idea di mio nonno è un concetto che può andar bene per tantissime cose, così tante che volendo ci potrei anche scrivere un libro.

J. Iobiz

Una ossessione tutta mia

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21 marzo 2021

#15

Durante la pausa dalla lettura e dalla scrittura che mi sono preso prima di iniziare il mio nuovo romanzo, trascorro il tempo facendo molte delle cose che fanno gli scrittori quando non scrivono. Tra queste c’è anche quella di pensare alla storia che voglio scrivere, e tutte le volte che mi viene in mente un’idea me l’annoto su un foglio, un’agenda o un taccuino per paura di dimenticarla. Ma scrivo solo l’idea perché, come ha suggerito uno scrittore italiano famoso – che di lavoro, oltre a scrivere, aiuta gli scrittori bravi e non ancora famosi a farsi conoscere – quando ci viene un’idea non bisogna avere furia di scriverla subito tutta da cima a fondo, con le parole, gli avverbi, i punti e le virgole messe al posto giusto; non si deve fare così perché può succedere di usare delle parole che pur non essendo quelle giuste non si riuscirà più a cambiare.

Anche a me è accaduto di rimanere intrappolato in mezzo alle mie stesse parole come in un labirinto senza via d’uscita, rimbalzando come una pallina da flipper tra aggettivi, sostantivi, verbi e avverbi e producendo giochi di parole che ammorbavano le pagine senza che fossi più capace di venirne fuori – che specialmente i giochi di parole sono antipaticissimi e anche se si chiamano giochi, secondo me, non sono per niente divertenti; almeno in passato, quando a qualcuno accadeva di pronunciarne o scriverne uno, il malcapitato chiedeva scusa prima ancora di dirlo o di scriverlo, mentre oggi te li ritrovi spiattellati in bella mostra da tutte le parti, su Twitter, Facebook, nei titoli dei giornali e delle trasmissioni televisive.

È vero, però, che si può rimanere prigionieri, oltre che delle parole, anche delle idee, e queste possono trasformarsi talvolta in ossessioni; ma per uno scrittore questo non è sempre un male. Perché se non hai un’ossessione tutta tua va a finire che ti riempi la testa con quella di qualcun altro, che secondo me è molto peggio.

Io, per esempio, non sopporto i libri che parlano di: commissari, poliziotti, assassini, avvocati, cani, gatti, animali che parlano come gli uomini, o di come si cucina la roba da mangiare, che invece sono un genere di libri che li trovi sempre in cima a tutte le classifiche dei libri più venduti; e a volte, mi viene da pensare che se, tra duecento o trecento anni, qualcuno cercherà di capire come vivevamo oggi, e per farlo leggerà i titoli dei libri che sono in cima alle classifiche dei libri più venduti penserà che in questi anni ci doveva essere un mondo pieno di commissari, poliziotti, assassini, avvocati, cani, gatti, animali che parlavano come gli uomini, e gente che passava tutto il giorno a cucinare roba da mangiare.

Che, forse, oggi è anche davvero un mondo fatto così.

J. Iobiz