Il sopravvissuto (fine)

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Certe volte, mia madre chiedeva a Tommaso: «Perché sei serio? Perché non dici niente?». Ma lui non le rispondeva e se ne restava serio e silenzioso. Poi accadde la medesima cosa quando diventò più grande; a scuola i compagni e le insegnanti gli dicevano: «Perché sei serio Tommaso? Perché stai zitto e non dici niente?». Ma lui non rispondeva. Restava serio e silenzioso.

Anche Roberta, prima di lasciarlo, aveva preso l’abitudine di fargli la medesima domanda: «Cos’hai? Perché stai zitto e non dici niente?». Ma lui non le rispondeva e restava silenzioso, e serio.

E nessuno di loro aveva capito nulla: non era lui a non voler parlare, in realtà non poteva rispondere perché era impegnato a inseguire i suoi pensieri che se ne stavano in cima alle montagne, lassù in alto in mezzo alle vette solitarie, e lui doveva pedalare, pedalare continuamente.

Una volta un dottore spiegò ai miei genitori che ciascuno di noi naviga sopra una zattera, una specie di grande zolla di terra tutta sua. E secondo lui, è solo un caso fortunato che zolle di persone diverse viaggino insieme, una accanto a un’altra. E sulla sua zolla Tommaso era rimasto solo.

«Scusa, ma per me è tardi. Domani devo andare a lavoro. Ho una serie di cose da fare. Una giornata incasinata; ti dispiace se andiamo?» mi dice Giada che è seduta vicino a me. Io allora le do una spinta e la butto giù dalla spalletta del molo; lei cade nel mare e io rimango lì fermo a guardarla mentre affoga. No, non succede niente di tutto questo. Il guaio di certe ragazze è solo che pensano a voce alta. Per questo motivo sono migliori quando hanno sonno, perché pensano senza parlare. O forse non pensano. «No, certo, vai pure, anzi tra un po’ vado a letto anch’io» le rispondo. «Senti, magari ci vediamo domani sera. Riprendiamo il discorso domani, perché adesso faccio fatica a seguirti. ‘Notte». Mi dà un bacio sul capo e se ne va.

Io non so neppure a quale discorso si riferisce; io sto parlando con mio fratello. «Certo» le rispondo, magari ne riparliamo domani. Certo.

Secondo quel dottore ciascuno di noi, oltre a occupare uno spazio determinato, occupa anche una certa quantità di tempo; quello che lui chiamava il proprio tempo. E così non esiste un tempo unico per tutti quanti ma esistono tanti tempi diversi, tanti quanti sono gli esseri umani. Purtroppo può accadere che le cose intorno a noi si fermino insieme a noi ma poi ripartano senza di noi. Secondo il medico a Tomaso era accaduto questo. Secondo me la verità è diversa. Tommaso era fatto in quel modo; era così, punto e basta.

Esco fuori perché mi sta scoppiando la testa. Ho bisogno di aria aperta, di sentire il mare e la notte sulla faccia e di fumarmi una sigaretta. Ne accendo una e faccio uscire il fumo dalla bocca, lentamente, verso il cielo. Alzo lo sguardo e vedo che anche il camino del bar sta fumando.

Mi ritorna in mente quando nel palazzo dove abitavamo scoppiò la caldaia condominiale. Io ero ancora molto piccolo e nelle mattine nebbiose, quando la guardavo da fuori, pensavo che quella caldaia fosse stata messa là sotto solo per fare fumo; soltanto altra nebbia che andava ad aggiungersi a quella che abbracciava tutti i palazzi addormentati lungo il fiume. E invece quando scoppiò capii che era lei a riscaldarci durante l’inverno. Una mattina di gennaio, appena fatto giorno, boom! Ci fu un grande boato e la caldaia saltò per aria e squartò in due il muro esterno. Tutti rimasero impressionati; piangevano pensando al cuore caldo e generoso di quella caldaia.

Eppure è proprio così. Accade che anche le persone qualche volta esplodano e si perdano nella nebbia; e di loro rimanga solo un involucro vuoto.

J. Iobiz

2 pensieri su “Il sopravvissuto (fine)

  1. molto gradevole questo post. (ho usato un’estrema attenuazione di concetto)
    Sarà che anche io mi sento un involucro vuoto, in questi giorni. Mi deve essere scoppiato qualcosa dentro. Sicuramente.
    E io lo so cos’è.

    "Mi piace"

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