Beati gli ultimi (2)

Photo by Nicolas Postiglioni on Pexels.com

Sono seduto sul letto, domani sarà il mio ultimo giorno di scuola. Finalmente in pensione, così si dice. Penso che avrò finalmente il tempo per mettere un po’ di ordine tra le mie cose, come le borse e gli scatoloni che ho adesso davanti agli occhi. Ne apro uno a caso e tiro fuori alcuni libri. Su uno di questi c’è un’immagine: una foto che ritrae tre persone sedute su una panchina di fronte ai binari di una stazione. Un uomo anziano con la barba incolta e dei piccoli baffi grigi, vestito con una giacca marrone di velluto e un cappello con larghe tese, una donna giovane, avvolta in un cappotto bianco e una grande sciarpa rossa e, dalla parte opposta,  un bambino. Non ricordo chi ci aveva fatto quella foto, l’avevo incollata sulla copertina di una specie di diario che avevo scritto quando ero poco più che adolescente.

L’orologio della stazione ripreso nella foto mostra che è già passata la mezzanotte; la stazione sembra deserta, come la luna che s’intravede nel cielo. Il cielo, anche se è notte, ha diverse tonalità di colore, forse proprio a causa di quella luna e del vento che appare intento a movimentare grosse nubi.

Ogni cosa è immobile a eccezione del fumo che esce qua e là dai cunicoli e dai condotti interrati. L’ultimo treno è rotolato via da più di mezz’ora. La notte è ormai piena e la luce bianca e artificiale dei lampioni della stazione avvolge il freddo dei binari, delle pensiline e dei marciapiedi. Nell’aria rimangono i rumori e gli odori dei treni che sono passati. Si sentono riemergere come un rigurgito da dietro i magazzini, dai silos abbandonati, dai cavedi, dai sottopassaggi occupati dal sonno di qualche vagabondo.

Sulle panchine ci sono alcune persone che dormono avvolte dal freddo e dall’oscurità. Alcune di esse hanno vicino un cane, addormentato pure lui; altre solo qualche scatola di cartone o una busta di plastica. La donna nella foto si chiama Lavinia ed è mia madre; ha la metà degli anni di suo padre, mio nonno Alfredo, io ne ho compiuti otto da pochi giorni, ma sembro più piccolo dell’età che ho. Gioco con una piccola consolle che tengo tra le mani. Poi do un calcio a una lattina vuota che finisce in mezzo ai binari e mia madre mi urla qualcosa. Più tardi, Alfredo o mia madre mi prendono in braccio e mi portano all’interno di uno dei vagoni di un convoglio arrivato in stazione. Per un attimo mi sveglio ma mi riaddormento subito, avvolto nell’odore di ferro e cullato dal ritmo cadenzato dei giunti delle rotaie.

J. Iobiz

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