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L’uomo più vecchio del mondo

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#36

Le persone che sono qui, il posto in cui mi ha mandato il bravo dottore, passano il loro tempo parlando del più e del meno, giocando a carte e bevendo limonata o gazzosa. All’improvviso, mentre giocano a carte, qualcuno racconta una storia e poi un’altra e poi un’altra ancora. “Ma pensa te”, immagino che rimugini nella sua testa il vecchio con il pancione che ho conosciuto alla fermata dell’autobus – che non era la fermata dell’autobus – e che ha detto di chiamarsi Pilade; ma veramente è una cosa che penso io, perché lui cosa pensa non me lo dice. Pilade è di poche parole; lui dice solo: «E chi lo avrebbe mai detto?». E invece lo ha detto proprio lui, mentre se ne sta seduto sotto la pergola a prendere il fresco e a bere limonate e gazzose – ma forse non sono limonate e gazzose.

Prima di cena, Pilade mi confida di essere stato uno scrittore ma che ha deciso di non scrivere più perché ormai riesce a buttar giù solo racconti che non hanno né capo né coda. Nelle ultime settimane, però, dice che ne ha scritto uno, forse il migliore di tutti quelli che ha scritto fino ad ora e mi chiede se voglio leggerlo. «Certo» gli dico.

Il mattino dopo mi consegna una busta con dentro un foglio scritto a mano. Lo leggo ed è davvero un bel racconto. Parla di un uomo che si ricorda che da piccolo era stato l’uomo più vecchio del mondo. Poi, quando era diventato più grandicello, aveva cambiato idea. Sua madre, infatti, lo aveva portato in città da un pediatra molto conosciuto tra le madri dei bambini piccoli che pensavano di essere gli uomini più vecchi del mondo, e ce lo aveva condotto perché si trattava di un buon medico, un pediatra molto giovane, con il fisico prestante, la carnagione scura, i capelli neri e ricciuti, i denti bianchissimi e gli occhi azzurri. Il racconto prosegue così:

“Il pediatra, pur essendo molto giovane, con il fisico prestante, la carnagione scura, i capelli neri e ricciuti, i denti bianchissimi e gli occhi azzurri, visitò il bambino piccolo che credeva di essere l’uomo più vecchio del mondo; gli disse che non poteva essere lui l’uomo più vecchio del mondo, perché quell’uomo lo stavano ancora cercando e lui, il pediatra, questa cosa la sapeva con certezza perché l’aveva appresa direttamente dallo scienziato più vecchio del mondo. Il bambino e sua madre rimasero convinti, ritornarono a casa molto soddisfatti e il piccolo pian piano si dimenticò di essere l’uomo più vecchio del mondo. Tutto è bene ciò che finisce bene. E pensare che quello fu un anno straordinario in cui nevicò tantissimo. I fiocchi di neve non si contavano più: c’era chi diceva che ne fossero caduti più di cinquemila, chi oltre il doppio, e chi anche più della metà, ma senz’altro più di due milioni; ma comunque erano tutti calcoli approssimativi, perché quell’anno i fiocchi di neve non si contavano più. E meno male che, per tutto il resto, fu un anno normale, perché invece ci fu anche un ultimo dell’anno lunghissimo. Iniziò il due di gennaio e finì il trentuno di dicembre. Fu un ultimo dell’anno non solo lungo – tanto è vero che fu il più lungo da quando si festeggiano gli ultimi dell’anno –, ma anche il più straordinario, tanto è vero che.”

Il racconto scritto sul foglio che mi ha dato Pilade finisce così. Ed io non faccio domande.

J. Iobiz

Di J. Iobiz

Scrittore.
In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più.

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