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Le réfugié (finale)

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Quando arrivai Moussa non c’era e ad aprirmi la porta fu invece una giovane ragazza, Amina, la sua compagna, con un bambino piccolo in braccio. Le diedi il biglietto che mi aveva scritto Karim e le chiesi di Moussa; mi disse che non sapeva quando sarebbe tornato ma fu gentile e mi indicò un posto dove passare la notte.

Ci sono tre cose che odio più di tutte le altre: il mare di notte, il vento cattivo e chi costringe le donne a fare sesso davanti ai figli. Il giorno seguente tornai a casa di Amina, che mi parve ancora più bella, e capii che anche lei odiava le stesse cose; e non voleva più farlo davanti a suo figlio, anzi, non voleva più farlo per niente, e specialmente con Moussa che era sempre ubriaco, la picchiava e la mandava in giro a fare soldi, soldi che lui poi si beveva.

Non so se fu l’alcol o qualcos’altro, ma quando lui tornò a casa dopo diversi giorni non appena mi vide mi aggredì e mi mandò via colpendomi più volte con una mazza di legno. E poi picchiò anche lei, ma io non ci potei fare niente, almeno per quella sera, perché quello stronzo ubriaco mi aveva rintronato di botte da capo a piedi.

Siccome però io non ho paura di niente, me ne stetti nascosto per qualche notte vicino alla loro casa; una sera aspettai Moussa con una spranga di ferro e allora fui io a colpire forte quello stronzo ubriaco. Lo colpii molte volte, anche sulla testa sino a quando lui restò disteso a terra immobile. A quel punto scappai, non per paura, ma solo perché pensai che fosse la migliore cosa da fare. Il cielo era nero, e soffiava un vento umido che odorava di fogna e una voce mi diceva di scappare via, il più veloce e il più lontano possibile.

Da quella sera, Amina l’ho rivista solo una volta e quando è successo, il giorno del processo, lei mi guardava in un modo strano, quasi come se non mi conoscesse. Io spero solo che in seguito abbia avuto una vita più tranquilla, con il suo bambino, lontano da quelle cose che tutt’e due odiamo.

In quanto a me adesso sono cresciuto, sono passati alcuni anni ma continuo a non sopportare il vento; adesso ancora più di prima, perché il vento è libero e se ne può andar via lontano e invece io non posso seguirlo. Però il mare non mi fa più paura neppure la notte, anche perché è laggiù lontano e da qui posso sentirne solo il rumore.

Mi hanno riportato sull’isola, ma in un altro posto; da dove sono adesso posso vedere soltanto alcuni muri dipinti di bianco, certe inferriate, qualche aiuola, il piazzale interno e il cielo; a volte è bello, altre volte invece è scuro e imbronciato. Spesso anch’io sono scuro e imbronciato ma certe volte, invece, siamo belli tutt’e due nello stesso momento, e quelli sono ancora i giorni più belli.

J. Iobiz

Di J. Iobiz

Scrittore.
In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più.

5 risposte su “Le réfugié (finale)”

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