Mangiatori di salsicce

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#46

Mi ha raccontato oggi Massimo Valerio di un suo lontano parente, un incrocio tra un San Bernardo e un Pastore del Bernina, che vive in montagna e delle proteste del suo anziano proprietirio nei riguardi dei mangiatori di salsicce. Si lamenta perché lassù, ormai, i suddetti mangiatori di salsicce arrivano da ogni parte del mondo, e in un numero sempre maggiore.

In tempi passati, quei pochi che arrivavano, cucinavano le loro salsicce solo giù nella valle; ma poi si sono presto abituati a salire fino a duemila metri e anche più in alto, per mangiare salsicce anche lassù. Più tardi, legati tra di loro con funi e aiutandosi con dei chiodi piantati nella roccia, sono saliti a mangiare salsicce ancora più in alto, sino alla cima delle montagne.

Successivamente, hanno teso delle grandi corde di acciaio dalla valle sino alle vette più elevate, per trasportare con delle piccole casette colorate, fatte di vetro e di metallo, lassù in alto molte persone che arrivano ormai nella valle da ogni parte del mondo per poter mangiare salsicce tra i duemila e i tremila metri di quota.

Mangiare salsicce, è ovvio, deve essere senza dubbio un’attività molto piacevole e divertente, anche se per far andare giù tutto quel cibo occorrono grandi quantità di birra, bevanda che, infatti, è diventata con il passare del tempo piuttosto facile veder trasportare in alta quota all’interno delle casette colorate che corrono appese ai cavi di acciaio.

E per stare bene in montagna, oltre alla birra, pare che occorra anche un abbigliamento particolare, specialmente nei mesi invernali, quando ai mangiatori di salsicce, e anche ai loro figli, piace sciare nei tratti disboscati dei pendii, specialmente se esposti a nord, quando questi sono interamente ricoperti di neve; per questo motivo è facile riconoscere un mangiatore di salsicce durante la stagione invernale anche semplicemente osservando il suo abbigliamento, che è di solito dipinto con colori molto sgargianti.

Ma, secondo Franz, negli ultimi tempi, i mangiatori di salsicce, per la verità, stanno avendo i loro problemi: sono contrariati dal fatto che sono arrivati lassù dei nuovi custodi della montagna, dei ragazzi che si battono affinché le salsicce si possano  mangiare solo a valle, nei giorni dispari, a mesi alterni e prenotando con un congruo anticipo. E così, sembra che molti mangiatori di salsicce se ne stiano andando via a mangiare salsicce in qualche altra regione vicina; e la sera è facile sentire le loro imprecazioni contro i nuovi custodi di quelle montagne arrivare fino a lassù, insieme alle folate del vento Fohn.

Almeno questo è quello che dice Franz.

J. Iobiz

P.S. Per non creare equivoci, Massimo Valerio mi ha spiegato che il termine “mangiatori di salsicce” non ha niente a che vedere con l’appellativo dispregiativo con cui venivano in passato individuate le persone provenienti da un determinato paese dell’Europa centrale; nelle parole di Franz, questo nome è esteso a tutti quanti gli invasori delle sue montagne, senza alcuna distinzione.

Del tesoro non rimarrà neppure l’isola…

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#45

Pilade mi racconta di quando pensò di scrivere un libro su un tizio strano che diceva sempre: «Dove andremo a finire!» ma poi aveva deciso di non scriverlo. Ogni tanto quel tizio strano se ne usciva fuori con qualche sfondone, ma la gente che lo conosceva lo sopportava e anzi gli voleva anche bene. Poi, un giorno, iniziò a dire:

«Molto presto del tesoro non rimarrà neppure l’isola, dei soldi neanche il colore, del bottino resterà solo l’odore».

Considerato che quello strano personaggio non aveva parenti, Pilade lo accompagnò da un dottore in città, un medico molto bravo specializzato nel curare quelli che dicevano che del tesoro non sarebbe rimasta neppure l’isola e altre cose simili. Questo medico lo visitò, espresse la sua diagnosi e disse che gli avrebbe fatto bene un cambiamento d’aria. Così, quell’uomo strano partì e di lui nessuno seppe più niente.

Poi, dopo alcuni mesi, alla televisione dissero che del tesoro non era rimasta neppure l’isola, dei soldi neanche il colore, del bottino era rimasto solo l’odore. E anche al mare a Cesenatico, a dire la verità, c’erano meno persone degli anni precedenti. Caspita, pensò Pilade.

Dopo un po’ di tempo, quel tizio strano morì e venne sepolto nel cimitero della sua città. Pilade, allora, ripensò a quel libro che non aveva scritto, e non era molto convinto di aver fatto bene a non averlo scritto.

Intanto, mentre ripensava a quel libro che non aveva scritto, andò al cimitero dove egli era sepolto e scrisse sulla lapide della sua tomba: “Dove andremo a finire!”. Firmato: “Pilade”.

J. Iobiz

Personaggi famosi

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#44

Durante le ultime settimane sono arrivate quassù alcune persone famose: può darsi che siano qui per trascorrere un periodo di riposo o forse perché anche loro sono in cura da qualche bravo dottore come quello che conosco io. Tra gli ultimi arrivati ci sono due fratelli che si dice in giro siano celebri perché scrivono libri di molte pagine composti da una sola parola ripetuta un sacco di volte. Il maggiore dei due fratelli adesso pare che ne stia scrivendo uno usando solo le parole che iniziano con la lettera “A”, mentre il fratello minore fa altrettanto utilizzando solo le parole che hanno la lettera “Z” come iniziale; procedono spediti nel tentativo di incontrarsi da qualche parte in mezzo al vocabolario. Alcuni critici gli hanno fatto notare che scrivendo in questo modo corrono il rischio di scrivere dei libri un po’ noiosi; ebbene, loro hanno risposto che questo rischio esiste e ne sono ben consapevoli, ma è altrettanto vero che ci sono in giro moltissimi libri noiosi composti da milioni di parole diverse; ed hanno proseguito imperterriti nella stesura di quello che ritengono il loro nuovo capolavoro.


Tra i nuovi ospiti c’è anche una coppia di astronauti in pensione che è partita negli anni Settanta dalla Florida e si è fermata trent’anni dopo in un Autogrill tra Bologna e Firenze. E poi c’è un indiano d’America che dice di essere stato il primo indiano d’America a scoprire l’Europa, ma non è però riuscito, come avrebbe sperato, a diventare famoso; in compenso conosce molti proverbi indiani, fuma la pipa e suona molto bene la chitarra.

Ci sono anche molti altri personaggi famosi che, a raccontarli tutti ad uno ad uno, ma anche a due a due, o a gruppi di cinque o di dieci per volta, sono sicuro ci si potrebbe scrivere un libro grande almeno quanto l’elenco del telefono di una grande città – di quelli, per intenderci, che hanno in mezzo alle pagine le foto di intere famiglie di impresari funebri; cosa, questa, delle foto degli impresari funebri, che per uno che abita in una grande città può anche sembrare normale, ma per uno come me, che invece è cresciuto in una piccola città di provincia, vi assicuro che non lo è affatto.

J. Iobiz

P.S. L’arcobaleno, di cui hanno pubblicato le foto anche su internet, è ancora alto nel cielo ma, nonostante svariati tentativi, nessuno è ancora riuscito a determinare con esattezza i punti dove tocca terra: forse anche perché ogni giorno l’arcobaleno si sposta leggermente. Molte persone si sono messe ugualmente a scavare un po’ a caso, di qua e di là, cercando ognuna di accaparrarsi il punto esatto del campo, del bosco, del cortile di un edificio o di una chiesa, dove ritiene che l’arcobaleno si congiunga con il suolo. Ne nascono di continuo molte discussioni e liti sulla proprietà dei terreni, vertenze sui confini e perfino dispute teoriche e pratiche sui metodi più corretti di eseguire i calcoli per determinare le linee di confine in modo esatto; è un buon momento per geometri, agrimensori e topografi.

L’arcobaleno

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#43

Anche questo dolce inverno è passato ed arrivata la primavera. Pilade dice di aver letto su internet che all’inizio del mese di aprile è comparso nel cielo sopra le colline intorno a noi un bell’arcobaleno: ho guardato, ed è vero, è fermo lassù nel cielo e sembra non abbia alcuna voglia di andare via.

C’è chi afferma che è tutto merito del sindaco perché ha fatto arrivare questo arcobaleno con i fondi europei, ma in pochi credono veramente che si tratti di fondi europei; in molti credono sia piuttosto un’operazione voluta dal suo partito, ma c’è anche chi pensa ad una trovata pubblicitaria di una grande multinazionale; altri sentono odore di mafia è c’è chi giura sull’ipotesi di un depistaggio dei servizi
segreti di qualche Paese dell’Est europeo.

Intanto, i tecnici incaricati dalle autorità locali stanno facendo dei calcoli piuttosto complessi per capire dove si trovino esattamente i punti in cui l’arcobaleno si appoggia al terreno; subito dopo daranno inizio alle ricerche del tesoro che è nascosto là sotto.

J. Iobiz

Gli uomini non conoscono mai il vero nome dei cani

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#42

I giorni, le settimane e i mesi sono passati velocemente. L’estate è scivolata presto nell’autunno e più tardi si è addormentata sotto una soffice coperta di neve: è la neve che è caduta due giorni dopo Natale. Il giorno di Natale lo abbiamo trascorso tutti insieme e Adele mi ha regalato alcune sue poesie; mi è parso di vedere per la prima volta nel suo sguardo una nuova luce, quella stessa piccola luce che è aumentata nei giorni successivi. Nella notte tra il ventisei e il ventisette dicembre è arrivata anche la neve.

Al mattino, quando ci siamo alzati, il vento era debole e se ne stava quieto tra gli alberi; gli alberi se ne stavano fermi in mezzo al bosco e presso i bordi dei campi, ciascuno al proprio posto. Il posto era bellissimo. Il cielo era pulito, la neve era pulita, come doveva esserlo anche l’acqua che vi stava raccolta dentro, che in primavera avrebbe ripreso a scendere a valle. Era come se tutto fosse ritornato vergine. C’era là fuori intorno a noi una montagna d’inverno così grande che io non ricordo di aver mai visto prima di ora; tutta così raccolta in un solo colpo d’occhio. Un’immensa montagna d’inverno fatta di neve, neve fresca e candida; miliardi di fiocchi caduti dal cielo, giù, giù, uno a uno, che si erano accomodati, uno accanto all’altro, in attesa della prossima primavera.

Le orme di Massimo Valerio restavano impresse nella neve e segnavano il suo passaggio come la scia di una nave che solca il mare; ma il mare non sta mai fermo né di notte né di giorno e neppure d’inverno, e invece lì tutto era immobile. Immobile e silenzioso, silenzioso e immobile. Io chiamavo Massimo Valerio e lui correva da me per ripartire subito dopo.

A questo proposito, non mi pare di averlo ancora detto, ma Massimo Valerio Segugio Spinone mi ha rivelato che questo nome, quello con cui tutti lo chiamiamo, anche se secondo lui è un bel nome, non è il suo vero nome; mi ha confidato che il vero nome dei cani è un segreto che solo i cani conoscono. Gli uomini non sanno mai qual è il loro vero nome e si arrangiano inventandone alcuni che a loro piacciono; da che mondo è mondo le cose funzionano in questo modo: i cani lo sanno e rispondono ugualmente, specialmente se sono cani che hanno ricevuto una buona educazione come Massimo Valerio Segugio Spinone – che però non si chiama Massimo Valerio Segugio Spinone.

J. Iobiz

P.S. Io, Massimo Valerio, Pilade e Adele abbiamo trascorso insieme i giorni successivi, e posso confermare che l’umore di Adele è molto migliorato; ci ha raccontato molte cose della sua vita e, di fronte a tutta quella neve, ci ha detto che quando era piccola era una ragazzina molto precisa e diligente, e che le piaceva sciare; è stato suo padre a insegnarle a sciare. Da lui ha appreso molto bene tutti i movimenti che servono per fare le curve a destra e a sinistra e poter percorrere le discese, anche quelle che hanno molta pendenza. Siccome il padre di Adele era però una persona molto prudente, non le ha insegnato ad andare veloce ma ad andare piano. E siccome lei era una ragazzina molto diligente aveva imparato ad andare piano, anzi pianissimo; sciava così piano che sembrava che neppure si muovesse. E per questo motivo, quando voleva sciare non gli occorrevano neppure gli sci né la tuta né gli scarponi ma poteva farlo comodamente anche restando in paese e anche se non c’era la neve.

J. Iobiz

Massimo Valerio Segugio Spinone

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#41

Massimo Valerio Segugio Spinone è un cane. Si chiama così; è di proprietà di una coppia di anziani che sono dovuti partire all’improvviso e lo hanno lasciato qui. Ho detto agli impiegati dell’Amministrazione che posso pensare io a lui; non è più molto giovane ma è molto educato. Abbiamo iniziato a fare insieme lunghe passeggiate e ho scoperto che, oltre a saper ascoltare, sa anche parlare. E credo sia un cane con una certa istruzione. Quando camminiamo nelle strade qui intorno, facciamo lunghe discussioni sulle differenze che ci sono tra il mondo degli uomini e quello degli animali. Ad esempio, sui modi che hanno i cani di segnare il loro territorio. Massimo Valerio insiste perché anch’io faccia come lui, in modo da tenere lontani certi tipi antipatici; gli ho spiegato di non essere capace di fare pipì a piccole dosi e in modo ripetuto; e che comunque gli esseri umani non riescono a riconoscere l’identità delle persone dall’odore della pipì – salvo casi veramente eccezionali. Ad ogni modo, per non contrariarlo, ogni tanto seguo il suo consiglio ma, come presumevo, gli incontri con persone antipatiche non sono diminuiti.

Siccome Massimo Valerio si interessa molto alla storia della mia vita, gli ho raccontato che diversi anni fa sono stato a un passo da diventare un leader politico piuttosto famoso. Avevo fondato un mio partito politico che aveva raccolto diversi iscritti. Quando però mi presentai alla prima assemblea, il mio programma fu approvato solo da una parte dei sostenitori ma non da tutti. Allora, siccome non volevo che il nuovo partito nascesse con una simile divisione al suo interno, feci un partito più piccolo riunendo solamente quelli che erano d’accordo con il mio programma. Ma, non so perché, anche quella volta, pur essendo un partito più piccolo, alla prima assemblea il mio programma fu approvato solo da una parte degli iscritti, ma non da tutti. Feci allora un’altra scissione e creai un altro partito ancora più piccolo, composto solo da fedelissimi sostenitori. Eppure, anche in quella occasione, pur essendo un partito fatto solo di quattro persone, alla prima assemblea il mio programma fu approvato solo da alcuni iscritti: due votarono a favore e uno si astenne. Allora, rinunciai all’idea di fondare un partito e decisi che avrei continuato a fare politica senza un partito.

Massimo Valerio, mi ha ascoltato in silenzio e poi, visto che mi sono occupato anche di politica, mi ha chiesto il mio punto di vista su alcuni problemi secondo lui molto attuali, che non sto adesso qui a ripetere; gli ho detto che per rispondergli mi occorre un po’ di tempo per pensarci. Non è facile per me sentirmi convinto di una cosa al cento per cento e quindi, prima di dargli una risposta, ho bisogno di riflettere. Ed è stato in quel momento che Massimo Valerio mi ha sorpreso con questa uscita: «Ti comprendo», ha detto, «si può essere d’accordo su pochissime cose con tante persone, oppure su molte cose con pochissime persone; ma d’accordo al cento per cento, proprio su tutto quanto, non lo siamo mai, neppure quando rimaniamo soli con noi stessi». Che cane!

J. Iobiz

Interno bara

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#40

E pensare che io volevo molto bene a Caterina e non le facevo mancare nulla e una volta le avevo addirittura salvato la vita. Le cose andarono più o meno in questo modo. Quando ero sposato con Caterina, di notte lei sognava e io russavo. A volte ero io a sognare e lei a russare, ma questo accadeva molto raramente. Una notte Caterina sognò di essere al proprio funerale: era morta e stava distesa dentro una bara di legno chiaro completamente imbottita di un bel tessuto di raso e c’erano intorno a lei tantissime persone vestite di nero e moltissimi fiori che avevano colori meravigliosi e profumi bellissimi. Tutte le donne e gli uomini che si erano radunati intorno alla sua bara parlavano solo di lei e piangevano. Era proprio un bel funerale e lei, a un certo punto, si era quasi convinta di rimanere dentro a quel sogno e di non svegliarsi più. Ma proprio nel momento in cui stavano per chiudere la sua bara, io russai così forte che lei si svegliò di colpo e il suo sogno scomparve. Quando al mattino Caterina mi raccontò il sogno che aveva fatto, io capii che il destino aveva voluto che fossi stato proprio io a salvarle la vita, quella volta lì. Eppure, nemmeno questo servì a nulla.

J. Iobiz

Signora, si lasci andare

#39

A dicembre, negli uffici del Comune dove abitavamo io e Caterina, gli impiegati andarono tutti in vacanza. Prima di andare in vacanza fecero un censimento degli appartamenti abitati e di quelli vuoti. Nella strada principale abitavamo noi due, all’epoca ancora due giovani sposi che non avevano ancora avuto figli. A gennaio, quando gli impiegati rientrarono a lavoro c’erano le scadenze fiscali. A febbraio
venne Carnevale. Marzo fu un mese tranquillo. Di aprile non potrei dire niente di preciso. A maggio arrivò la primavera, poi ci furono i mesi estivi delle vacanze. A ottobre iniziò un nuovo anno scolastico
e poi arrivò di nuovo novembre e dopo novembre giunse dicembre e gli impiegati del Comune andarono di nuovo tutti in vacanza ma, prima di andare in vacanza, fecero di nuovo il censimento degli appartamenti abitati e di quelli vuoti: nella strada principale non abitava più la giovane coppia di sposi che non aveva avuto figli, ma c’ero solo io.

Inizialmente, io e Caterina avevamo avuto buona salute ma lei, a un certo momento, quasi di punto in bianco, aveva iniziato a dire a tutti: «Mi sento andar via». Io cominciai a preoccuparmi della salute di mia moglie e siccome lei continuava a dire a tutti: «Mi sento andar via» l’accompagnai a farsi visitare da un medico che era molto conosciuto tra le donne giovani e sposate che dicevano di sentirsi andar via. Il
medico visitò Caterina e parlò con lei a lungo mentre io aspettavo seduto fuori dal suo studio. Poi, quando ebbe finito, salutò Caterina, la accompagnò fino al corridoio dove ero seduto e nel congedarla
le disse: «Signora, lei ha bisogno di lasciarsi andare. Si deve lasciare andare». E così lei, quando ritornò in paese, si lasciò andare e partì con un tizio che faceva il tassista a Bologna e che aveva conosciuto
su internet. Io lasciai l’appartamento che avevamo sulla strada principale del paese che rimase vuoto, e mi trasferii per alcuni mesi a Brembate – ma forse non era Brembate ma Busto Arsizio; o un’altra
città con il nome che cominciava con la lettera “B” ma di sicuro non era Bologna.

J. Iobiz

Non ricordi?

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Il treno era arrivato ai piedi della collina, Martin era sceso alla piccola stazione e aveva proseguito in autobus. In paese aveva trovato sua sorella. L’aveva abbracciata mentre lei gli accarezzava i capelli radi.

I primi forestieri avevano riempito la campagna di cereali, fratelli, cugini, zii e nipoti; gli altri di greggi di pecore. Poi erano arrivati gli stranieri. Prima gli amanti dei prati sempre verdi. “Non ci sono?” chiesero delusi. “No”, fu la risposta. “Pazienza, ci accontenteremo dei vecchi mulini abbandonati”. Dopo giunsero quelli che amavano la bellezza drammatica ma volevano anche gli abeti verdi. “Non ci sono?” chiesero. “No”. “Pazienza, va bene anche il vino rosso”, dissero.

«I loro padri erano venuti con l’uniforme?» le chiese lui.

«Sì. Sai, tutti abbiamo dovuto cambiare lavoro: camerieri, pizzaioli e baristi».

«E poi?» le chiese Martin.

«Dopo è arrivata la pandemia e i turisti sono scomparsi. Niente più panini, formaggio e pizza. Quando se ne sono andati è finito tutto».

La donna aveva iniziato ad asciugarsi gli occhi con un vecchio fazzoletto appena lui era sceso dall’autobus e non aveva ancora finito.

L’auto raggiunse un pianoro e la vista si aprì: la collina completamente spoglia, dilavata dal vento e dalla pioggia, le pietre appuntite, i giardini spogli e i muri abbandonati; lo sguardo corse verso il crinale e scese nuovamente lungo i pendii erosi dall’acqua e dalle intemperie.

«E la mamma, perché… ».  

«Non ricordi? Siamo arrivati. Andiamo a casa, Martin».

J. Iobiz

Non fare oggi quello che potresti fare domani

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#38

Oggi ho conosciuto Adele. Anche lei è ospite qui. È molto gentile e mi sembra proprio una bella persona. Viene da un piccolo paese del Centro Italia, in mezzo all’Appennino. Da giovane deve essere stata molto bella e conserva ancora un viso dolce dai tratti regolari e la sua pelle chiara non rivela gli anni – e non come Pilade che ha le mani e la testa ricoperte da numerose piccole macchie marroni. Adele ha però un animo malinconico, e questo lei lo sa. Glielo hanno detto fin da piccola: prima a scuola i suoi amici e poi anche i ragazzi che ha conosciuto, alcuni dei quali avrebbero anche voluto sposarla. Se avesse avuto dei figli, certamente avrebbero detto di lei la medesima cosa.

Nel pomeriggio vado insieme a Pilade, Adele e altre persone al mercato e incontriamo Anna, una dottoressa molto gentile. Anna ci racconta che qualche giorno prima ha avuto un guasto all’auto mentre era in autostrada e andava al mare. L’auto la stava guidando sua nipote Sofia; ritiene di essere stata molto fortunata perché sua nipote Sofia era riuscita ad arrivare fino all’area di sosta da dove avevano chiamato il servizio di assistenza. Il meccanico era stato puntuale ed era arrivato dopo venti minuti: il tecnico aveva detto che si trattava solo di un piccolo guasto. Infatti, poco dopo, l’auto era ripartita e Anna e sua nipote Sofia avevano potuto raggiungere Cesenatico per un breve periodo di vacanza ( È inutile che proviate a rileggere questo racconto; è proprio come lo avete letto. Non è detto che a tutte le persone che vanno in vacanza a Cesenatico debba per forza accadere qualcosa di straordinario).

Adele mi trova un tipo interessante; le ricordo una persona che le è stata molto cara, e le piace passare il tempo a parlare con me. Caterina, la mia ex moglie, invece, mi diceva sempre che ero pigro. Lei voleva sempre che io facessi qualcosa e trovava sempre qualcosa da farmi fare e diceva che quello era il suo modo di volermi bene; io non facevo quasi mai nulla di quello che lei mi chiedeva, ma le volevo bene ugualmente.

Della mia ex moglie avevo imparato a sopportare tutto: lei di me sopportava quasi niente e in particolare non voleva che le dicessi una cosa che avevo imparato studiando un filosofo australiano: “Non fare oggi quello che puoi fare domani, specialmente se a fare quella medesima cosa possono essere anche altre persone. Anche perché c’è sempre qualcuno più bravo e intelligente di te che potrebbe fare quella stessa cosa meglio di te”. Non ricordo se la frase fosse esattamente così, ma comunque era una cosa del genere; e forse non era proprio australiano il tizio che aveva pronunciato quelle parole. E forse non era neppure un filosofo.

J. Iobiz

Pilade, le mosche e la fine del mondo

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#35

Sono le quattro del pomeriggio. Pilade, il tizio che ho conosciuto alla fermata dell’autobus – che non era la fermata dell’autobus –, è seduto di fronte a me. Fa caldo e con noi ci sono soltanto le mosche con i loro voli fastidiosi, tra le grinze dei volti e delle braccia, ma questo con la storia che intendo raccontare non c’entra un granché. Ma, anche se con la storia non c’entra un granché, noi, con pazienza, ci impegniamo ugualmente a spingere via le mosche con le mani, mentre alcune volte, invece, le lasciamo fare, sopportandone il fastidio.
Chiedo a Pilade cosa ne pensa del fatto che nel mondo stiano accadendo un sacco di cose che non sono mai accadute prima: fa parte di quelli che pensano che siamo vicini alla fine del mondo oppure appartiene alla categoria di persone che pensano che il mondo sia sempre stato caotico come oggi? Di quelli, per intenderci, che pensano che gli uomini abbiano da sempre fatto gli stessi pasticci, i soliti casini e ritengono che quel pensiero, quello di essere vicini alla fine del mondo, lo hanno già avuto prima di noi i nostri nonni, e prima di essi i loro nonni, e i nonni dei nonni eccetera eccetera?

Mi dice che è davvero una bella domanda, davvero una gran bella domanda, dice; ma non sa cosa rispondere. Però, se rimango qui, mi assicura che trascorreremo interi pomeriggi seduti sotto il pergolato dove ci troviamo adesso e, sicuramente, avrà il tempo per darmi una risposta.

J. Iobiz

Un carro armato in giardino

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#35

Mio padre e mia madre erano persone perbene; una famiglia quadrata, quadrato lui, quadrata lei. Quando nacqui io si accorsero subito che ero quadrato anch’io e ne furono contenti. Poi, però, arrivato all’età dell’adolescenza, smisi di essere quadrato, caddi e rotolai per molti anni di qua e di là.

Rotolando, ritornavo qualche volta a trovare i miei genitori, perché, forse, avevo anche bisogno di soldi. Mio padre e mia madre, per non saper né leggere e né scrivere, mi portavano ogni volta in città a farmi visitare da qualche medico molto famoso, di quelli conosciuti specialmente tra i padri e le madri di ragazzi che nascono quadrati e poi invece rotolano in giro di qua e di là. Ogni volta era la solita storia: i medici dicevano che il mio era un caso disperato e che ormai non ci si poteva fare più niente: non sarei più tornato quadrato come prima, e molto probabilmente avrei rotolato per il resto della mia vita. I miei genitori si intristivano; poi mi abbracciavano e mi davano un po’ di soldi. Io andavo via e ritornavo dopo un po’ di tempo a fargli visita.

Durante uno dei miei vagabondaggi conobbi Caterina, una ragazza bionda molto bella che aveva la mia stessa età; con lei scoprimmo subito di avere molti interessi in comune. Più tardi, io e Caterina ci sposammo e per un certo periodo siamo stati veramente bene insieme, io e lei. Le cose però peggiorarono quando Caterina diventò la mia ex moglie, se ne andò via. Essendo rimasto solo andai ad abitare in una villetta bifamiliare della periferia di una grande città del Nord Italia insieme ai miei zii.

Trascorsi alcuni mesi annoiandomi fino a quando, una mattina, scesi nel giardino della loro villetta, che si trovava nella periferia di quella grande città del Nord Italia, e vi trovai parcheggiato un carro armato russo. Tornai immediatamente in casa e ne parlai con mia zia che non era ancora andata a lavorare e forse non ci sarebbe più andata perché ormai aveva già più di settant’anni. Lei chiamò mio zio e insieme mi accompagnarono in città da un medico molto famoso, conosciuto specialmente tra le persone che trovavano carri armati parcheggiati nei giardini delle villette bifamiliari, e non solo nelle grandi città del Nord Italia. Il medico ordinò di fare alcune indagini; dai risultati di queste indagini fu possibile accertare che non si trattava di un carro armato russo, come io avevo supposto. Non ci fu quindi motivo di chiamare l’Ambasciatore russo, come io avevo chiesto; ma ad ogni modo qualcuno – però io non so chi sia stato – si preoccupò di far rimuovere il carro armato perché quando tornammo a casa il cingolato non era più là. Fu come e fosse svanito nel nulla.

J. Iobiz

I coccodrilli

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1 aprile 2021

#33

Tutto sommato, quando ero piccolo, in casa dei miei genitori le cose andavano abbastanza bene, a parte qualche volta. Una delle volte in cui non andarono molto bene accadde questo. In quel periodo mio padre aveva due cani e due gatti. Aveva anche una moglie, un figlio, cioè me, un’automobile vecchia di due anni, due televisioni, tre biciclette, alcune canne da pesca e tante altre cose, che se si dovessero elencare tutte in modo preciso ci vorrebbero parecchie pagine, e non poche righe come queste che state leggendo; e a quel punto stareste leggendo un inventario, magari anche interessante e ben fatto, ma non un racconto che parla di un signore distinto che aveva due cani e due gatti, una moglie, eccetera eccetera.

Questi quattro animali, e cioè i due cani e i due gatti, a un certo punto iniziarono a creare qualche problema a mio padre perché lui, quando la sera rientrava a casa dal lavoro, non riusciva subito a riconoscere quali erano i cani e quali erano i gatti, ma gli ci voleva parecchio tempo; e a volte gli occorreva così tanto tempo che non gliene restava neppure un po’ per vedere la televisione dopo cena con me e mia madre.

Lui riconosceva facilmente sua moglie, suo figlio, cioè me, l’automobile vecchia di due anni, eccetera eccetera, ma non i due cani e i due gatti. Allora, io e mia madre lo accompagnammo in città a farsi visitare da un medico specialista che era molto famoso tra le persone che non riuscivano più a riconoscere i cani e i gatti – ma riconoscevano facilmente la moglie, i figli, eccetera eccetera –, perché era un medico che sapeva tutto sugli animali. Il medico fece a mio padre molte domande, e dopo affermò con certezza che i cani erano di razza setter, molto buoni per la caccia, e i gatti erano invece gatti persiani – e non seppe dire con esattezza se fossero buoni per qualcosa; senz’altro non per la caccia. Mio padre e mia madre ringraziarono il medico e ritornammo a casa con i cani setter e i gatti persiani, con me, l’automobile vecchia di due anni, eccetera eccetera. Fu quella la sera in cui per la prima volta comparvero i coccodrilli.

J. Iobiz

Alla fermata dell’autobus (che non è la fermata dell’autobus)

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31 marzo 2021

#32

Sono arrivato nel luogo che mi ha indicato il bravo dottore. Mi sono seduto alla fermata dell’autobus; insieme a me c’erano un uomo con il cane, una donna con un pancione e due ragazzi giovani. Per tutta la mattina non sono passati autobus; qualcuno dice che gli autobus sono in ritardo; qualcun altro afferma che non ne passerà nessuno neppure nel pomeriggio; forse nemmeno domani. Ho deciso di rimanere.

Anche oggi, dopo un giorno che sono qui, non passa alcun autobus. Sono rimasti insieme a me ad aspettare solo la donna con il pancione e l’uomo con il cane. Poi, anche l’uomo con il cane e la donna vanno via perché dicono di avere delle commissioni urgenti da sbrigare.

Alla fermata dell’autobus rimango solo io e il pancione; l’uomo dimostra più di ottanta anni, ha le mani e la testa ricoperte da numerose piccole macchie marroni. Dice di chiamarsi Pilade, e non ho motivo di dubitarne.

J. Iobiz

La storia inizia qui

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31 marzo 2021

#31

Ricordo che ci fu un periodo in cui iniziai a bere per dimenticare; poi, non contento, iniziai anche a fumare per dimenticare, e poi a mangiare per dimenticare. Non ancora soddisfatto cominciai a dormire per dimenticare.

Alla fine ce la feci e riuscii a dimenticare. Ma a un certo momento, non so se è stato per nostalgia o per qualche altro motivo, inizio a rimpiangere ciò che ho dimenticato. E allora comincio a bere per ricordare, e poi a mangiare, e poi a fumare e dormire per ricordare. E alla fine ce la faccio a ricordare e ritrovo tutto quanto avevo dimenticato. Però…

La mia salute diventa continuamente un po’ mezza e mezza, perché sto male anche quando mi sembra di stare bene; e il mio umore è sempre un po’ mezzo e mezzo, perché dentro di me sono sempre un po’ triste anche quando sono allegro; soffro di insonnia e dormo stando sveglio, così come spesso mi sembra di essere sveglio e invece dormo. Ed è un po’ così anche per tutto il resto: quando vado fuori a lavorare rimango un po’ anche a casa, e quando vado al cinema resto un po’ anche fuori; e la medesima cosa accade quando mangio perché mi sembra di essere subito sazio, quando bevo mi sembra di non aver sete… insomma, mi pare di essermi spiegato bene.

Poi, all’improvviso, mi sembra addirittura di non essere più sicuro neppure di essere vivo. Mi sento nello stesso momento un po’ vivo e anche un po’ morto, senza essere capace di affermare con esattezza quale parte di me possa dirsi ancora viva e quale già deceduta. Questo mi rende, ovviamente, molto inquieto. Decido di andare da un dottore per farmi visitare. Ne scelgo uno specializzato nel curare persone che si sentono più morte che vive, almeno in qualche percentuale, e ne trovo uno molto bravo. Lui mi fa un sacco di domande e mi prescrive una cura fatta di medicine, aria aperta, movimento e mi consiglia di trascorrere un periodo di riposo presso un centro specializzato. Torno a casa, faccio la valigia e parto per il luogo che mi ha indicato quel bravo dottore.

Devo dire che una cosa del genere è già accaduta anche a mia madre; ma di lei partì solo una metà, mentre l’altra metà rimase a casa con me a prendere le medicine che le aveva ordinato il medico; e ad aspettare, invano, che ritornasse quella metà che se n’era andata via.

La storia che ho in mente di raccontare inizia da qui; avrei voluto che fosse diversa, mi sarebbe piaciuto somigliare più a Solomon Burak che a Albino Saluggia, ma non ci posso far niente.

J. Iobiz