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Come ho fatto fuori il mio autore

Mi chiamo Monica Boreca e sono la compagna dell’autore che ha creato, insieme a molti altri, anche il personaggio di nome Jakob Iobiz. Non chiedetemi se sono reale oppure no; per convenzione, qui tutto è finzione e solo le parole scritte sono realtà.
Mi trovo qui per raccontare quello che è accaduto una notte di qualche tempo fa. Me lo ha chiesto Jakob, e non solo lui.
L’autore, che chiamerò semplicemente Autore, era seduto di fronte al suo computer; la bottiglia di whisky era quasi finita e doveva per forza uscire a comprane un’altra, almeno di non rimanere il resto della notte senza bere rinunciando così all’unico aiuto di cui disponeva per sciogliere il fastidioso dilemma che lo stava assillando.
Scrivendo un romanzo si era ritrovato con quattro personaggi, un vecchio professore di nome Arturo Maria Stori, la sua badante Ivanka, Eva, la figlia…
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Ciò che rimane
Morire a poco a poco
in un letto di ospedale
scoprendo sulla tua pelle
fino a quando il gioco vale.
Quando tutto ciò che possiedi
é solo quello in cui credi,
tanto tempo per pensare
ed un angolo per pregare.
Morire lentamente
in un letto di ospedale
tenendo tra le tue mani
chi ti accompagnerà lontano.
Aggrapparsi alla vita
anche se speri sia finita,
mentre si spegne sul tuo viso
anche l’ultimo sorriso.
Proprio quello mi è rimasto
e lo rivedo, sai,
ogni giorno ancor più bello.
(Diego Osvaldo Ardiles)
Ogni personaggio, prima o poi, uccide il suo autore
Presto dovrò raccontare come io ho ucciso il mio; e di come abbia liberato non solo me stesso ma anche l’amico poeta Ardiles, i piccoli Jimmy e Jessica Weblander e il prof. Arturo Maria Storti ed abbia trovato un sacco di nuovi amici.
Ci siamo emancipati, adesso ognuno scrive le proprie storie senza essere costretti nello spazio angusto della mente di quel noioso autore. Liberi, finalmente.
J. Iobiz
Thanatos
Cammino senza vederla
dimenticando pure che lei esiste
sperando che anche lei
si dimentichi di me.
Vivo piano, senza far rumore,
per non sentire l’eco dei miei passi
tornarmi all’orecchio dall’ultimo limite.
Mi sono abituato a vedere i morti
senza vedere la morte
come ogni giorno osservo i vivi
senza mai vedere la vita.
(Diego Osvaldo Ardiles)
Il sopravvissuto (fine)

Certe volte, mia madre chiedeva a Tommaso: «Perché sei serio? Perché non dici niente?». Ma lui non le rispondeva e se ne restava serio e silenzioso. Poi accadde la medesima cosa quando diventò più grande; a scuola i compagni e le insegnanti gli dicevano: «Perché sei serio Tommaso? Perché stai zitto e non dici niente?». Ma lui non rispondeva. Restava serio e silenzioso.
Anche Roberta, prima di lasciarlo, aveva preso l’abitudine di fargli la medesima domanda: «Cos’hai? Perché stai zitto e non dici niente?». Ma lui non le rispondeva e restava silenzioso, e serio.
E nessuno di loro aveva capito nulla: non era lui a non voler parlare, in realtà non poteva rispondere perché era impegnato a inseguire i suoi pensieri che se ne stavano in cima alle montagne, lassù in alto in mezzo alle vette solitarie, e lui doveva pedalare, pedalare continuamente.
Una…
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Il sopravvissuto (2)

Mi ricordo che quel giorno c’era la partita della Nazionale di calcio. A me non importava nulla del calcio, ma quando giocava la Nazionale mi piaceva il fatto che tutto si fermava. Ogni cosa restava sospesa.
Come quando nevica.
Anche se è diverso, perché quando nevica se senti un tuono significa che nevicherà per molto tempo, mentre se tuona quando guardi la partita della Nazionale non vuol dire niente.
Ad ogni modo, il giorno in cui morì Tommaso non c’erano tuoni, solo silenzio e in genere a me piaceva il silenzio. Ma quel giorno c’era un silenzio troppo grande.
E così, in quel silenzio perfetto, il colpo di lui che sbatté contro il marciapiede lo sentirono in tutta la strada. In quello stronzo di quartiere dove abitavamo.
A volte andavo con mio fratello sul molo; da lì potevamo vedere le luci del porto e…
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Elenco dei ricordi (2)
L’ordine del giorno
Il disordine della notte
Il perdersi troppo sul serio
I giorni per caso.
Le differenze dove nasce l’amore
L’indifferenza dove tutto muore
I sogni che non ho inseguito
Ora incubi che m’inseguono.
Le corse per tenere lontano il sonno
Le piccole crepe nel buio
I giorni vissuti uno per volta
Di ogni settimana almeno un giorno.
La morte che ci attende in ordine sparso
La scoperta che non si muore in fila indiana
L’istante prima e quello subito dopo
Gli assenti che hanno sempre ragione.
Le parole prime e indivisibili
La vita in stato di ebbrezza.
(Diego Osvaldo Ardiles)
Casi privati

Il sopravvissuto – 1
Chi è stato qualche volta in bicicletta lo sa bene: quando si è impegnati a pedalare in salita non è consentita nessuna distrazione. E mio fratello Tommaso, in un certo senso, si era messo a pedalare dentro la sua testa; era impegnato a inseguire tutti i suoi pensieri, come se fossero rifugi in cima alle montagne. E il destino degli scalatori è quello di restare sempre da soli con se stessi. Ma con il tempo si abituano e non vedono neppure più chi li chiama ai bordi della strada.
Poi un giorno, mi disse che gli era accaduto di vedere la sua faccia allo specchio e aveva visto che piangeva. Sì piangeva, e non era la prima volta. Ricordo che nel pomeriggio si sedette vicino alla finestra e si mise a guardare giù.
«Cosa guardi?» gli chiesi.
«Non le vedi?».
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Morte per carenza di immaginazione
Rimango annidato nella terra e nel legno,
nel ferro e nel litio e ancor di più nei discorsi.
Mi arrendo all’evidente vuoto di bellezza,
avvilisco nella vita per carente immaginazione.
Tutti moriremo un giorno, forse,
di poca immaginazione.
Diego Osvaldo Ardiles
Rincorrendo una vita
Ho corso nella folla
percorso la follia
rincorrendo una vita
che forse non era la mia.
Poi stanco mi sono seduto
e lei se n’è volata via,
scomparsa in un attimo
o forse per sempre fuggita.
Ora mi resta solo
quest’assurda tristezza
e forse neanche questa
è tutta e soltanto mia.
Diego Osvaldo Ardiles
Cane carasau e cagna bàuda

Il migliore amico di Jakob è stato senza dubbio Argo, un fedele quattro zampe, un buon esemplare di Cane Carasau, razza conosciuta talvolta anche come Cane Carasatu, tipico cane sardo, originario della Barbagia e diffuso in tutta la Sardegna; questo termine sardo deriva forse dal verbo Carasare, che significa tostare; perché si trattava in effetti di un cane tosto, cioè fiero. Prima di Argo Jakob ha avuto un altro cane: una femmina di nome Fedra, e di lei non sono rimaste molte tracce. Tuttavia, in alcuni suoi appunti si trova descritta come un bell’esemplare di Cagna Bàuda, tipico cane piemontese; un animale intelligente, da compagnia che secondo testi specializzati può essere accompagnato da un vino rosso corposo quale per esempio Barbera, Nebbiolo, Barbaresco o Dolcetto.
[Estratto dalle note biografiche redatte dal prof. Arturo Maria Storti]
Virginia Woolf vs. Aldous Huxley
Stroncature celebri.
«Completamente rozzo, immaturo e oppositivo». Virginia Woolf su Aldous Huxley
[Citazione dalla Guida tascabile per maniaci dei libri, Edizioni Clichy ]
Della serie: non è detto che anche se sei un buongustaio ti piaccia ogni tipo di pietanza ben cucinata. De gustibus
Il silenzio del mondo, quello che non ha misura

#57
Molti esseri umani, sino a poco tempo prima completamente spensierati, avevano finito per restare intrappolati dentro pensieri prima di allora sconosciuti. Alla televisione dicevano che, per difendersi dalla pioggia di pensieri, erano stati inventati degli appositi ombrelli colorati in grado di proteggere la mente delle persone dai cattivi pensieri. I primi modelli in circolazione, per la verità, costavano molto, ma in seguito il prezzo è sceso ed è divenuto possibile trovarne di ottimi anche ad un costo molto accessibile.
Però, ormai, i cattivi pensieri si erano sparsi ovunque e non è stato più sufficiente proteggersi da quelli nuovi che piovevano dal cielo. Le persone, senza neppure accorgersene, si sono ritrovate a camminare con i piedi dentro qualche pozzanghera di pensieri altrui, e allora anche quel magico ombrello non serviva più a nulla. Meno male che, per quanto forti e decisi possano essere i…
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Nabokov vs. Dostoevskij
Tra i detrattori non riluttanti ci fu Vladimir Nabokov: come noto, definì “Delitto e castigo” una spaventosa tiritera, confessò di disprezzare “I fratelli Karamazov” e di non sopportare tutto il mediocre congegno dostoevskiano, alimentato da dispositivi triti, da una grave mancanza di gusto e di stile, da orride sbrodolate a cuore aperto, da un intollerabile sentimentalismo e da un perverso piacere nel crogiolarsi nelle disavventure umane, che Dostoevskij osservava come un entomologo masochista, in ossequio a un gusto – scriveva – “da novella sentimentale”.
[Dal articolo “L’indecente Dostoevskij” di MARCO ARCHETTI sul Foglio del 10 APR 2021]
