Il blu inverno

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Nel blu inverno

vestito di ghiaccio

solo suoni morti

e piccole fessure

per gli occhi

che vedono

oltre il confine.

Diego Osvaldo Ardiles

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Il nonno con gli occhiali da sole (fine)

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Chi invece aveva avuto buoni risultati a scuola era stato Ferdinando, uno dei due figli dei signori che abitavano l’altra casa sulla collina, quelli senza il cane. Aveva studiato molto, era diventato un bravo avvocato e scriveva libri che parlavano di banche e di soldi; li scriveva così bene che era diventato presidente di una banca. Abitava in una bella villa con un grande tetto pieno di abbaini e tutt’intorno c’era un parco di pini, cipressi, abeti e lecci. Adesso aveva anche un cane che non si vedeva dalla strada ma si sentiva abbaiare dietro un grosso cancello marrone scuro.

I nonni, invece, abitavano in un altro quartiere, dove avevano iniziato a costruire nuove strade e case dopo la fine della guerra. Il loro appartamento era al piano terreno di una casa un po’ vecchiotta. Quando erano arrivati, dietro la loro casa c’era solo…

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Il nonno con gli occhiali da sole (2)

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I vecchi emigrarono e, anche se non andarono molto lontano, finirono ugualmente in mezzo a persone diverse, e un po’ stranieri lo diventarono anche loro, nella lingua, nei vestiti e nei modi di fare. Ma quando, dopo poco tempo, arrivò la guerra, cominciarono a pensare che era meglio se fossero rimasti in campagna. La città diventò un inferno e l’unica cosa positiva fu che le persone ritornarono a essere un po’ tutte uguali perché erano tutte disgraziate nel medesimo modo.

I vecchi ritornarono al paese sulla collina, ma non nella stessa casa perché lì ormai ci stavano già altri sfollati. Finirono in una specie di convento abbandonato insieme a molte altre famiglie. Quelli furono mesi durissimi, più neri di quei due inverni che gli erano piovuti addosso nella vecchia casa in cima alla collina. Ad ogni modo, pare quasi impossibile, ma della mia famiglia…

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Il nonno con gli occhiali da sole

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Oggi ho accompagnato mio nonno, che da solo non ne sarebbe stato capace, a rivedere la casa dove è nato in un paesino di collina sperduto in mezzo alla campagna e ai boschi. Abbiamo fatto una lunga strada in autobus fino al paese e poi abbiamo proseguito per un piccolo tratto a piedi, lungo una strada sterrata fin dove doveva esserci la sua vecchia casa.

Mentre camminavamo, lui non faceva altro che dire che gli sembrava tutto più piccolo e diverso di come se lo ricordava e mi diceva in continuazione: «Vedi Matilde, qui c’era questo, là c’era quello. Laggiù ci abitava Tizio e lassù Caio, eccetera eccetera».

Però, quando siamo arrivati dove si sarebbe dovuta trovare la sua vecchia casa è rimasto in silenzio. Adesso c’è un albergo con una piscina, diversi casolari e tanti turisti in vacanza. Quando era piccolo, invece, c’erano…

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Caro collega

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Caro collega,

ho letto una volta di un’isola dove tutti gli abitanti erano ciechi; un giorno nacque un uomo che ci vedeva benissimo. Si mise in testa di spiegare a tutti cosa volesse dire riuscire a vedere: provò a raccontare come fossero fatti i colori e la luce. Lo presero per pazzo, lo processarono e infine lo accecarono perché smettesse di raccontare quelle storie impossibili che rendevano agitati gli abitanti dell’isola. Ebbene, lei lo sa, credo che a me sia toccato un destino simile.

Sono tuttavia certa che, anche se non mi si vuol dare questa soddisfazione, siano invece molti coloro che pensano che io possieda proprietà molto particolari.  Lei sa bene che posso stare vicinissimo alle persone senza che loro se ne accorgano, posso apparire e scomparire e anche comparire nel medesimo istante in posti diversi.

Le persone alle quali tento di spiegare…

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Le réfugié (finale)

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Quando arrivai Moussa non c’era e ad aprirmi la porta fu invece una giovane ragazza, Amina, la sua compagna, con un bambino piccolo in braccio. Le diedi il biglietto che mi aveva scritto Karim e le chiesi di Moussa; mi disse che non sapeva quando sarebbe tornato ma fu gentile e mi indicò un posto dove passare la notte.

Ci sono tre cose che odio più di tutte le altre: il mare di notte, il vento cattivo e chi costringe le donne a fare sesso davanti ai figli. Il giorno seguente tornai a casa di Amina, che mi parve ancora più bella, e capii che anche lei odiava le stesse cose; e non voleva più farlo davanti a suo figlio, anzi, non voleva più farlo per niente, e specialmente con Moussa che era sempre ubriaco, la picchiava e la mandava in giro a fare soldi…

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Le réfugié (3)

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Fu proprio in uno di quei giorni in cui sia io che il cielo eravamo un po’ scuri e imbronciati che scesi al mare e lì accadde l’incidente. Non andavo spesso fino alla spiaggia. Quando era caldo c’era troppa gente, e quando il caldo se ne andava via, arrivava la brutta stagione e allora il mare mi metteva addosso solo tristezza e malinconia. Quel giorno però, non so perché, andai al mare e mi sdraiai sul molo a guardare le persone sulla spiaggia. In acqua a fare il bagno non c’era quasi nessuno perché si era alzato un vento forte e maligno che sollevava delle onde altissime. Una di queste portò giù con sé una bambina. Veramente le bambine erano due, ma una non la trovarono più.

Io mi accorsi di ciò che stava accadendo perché una donna dalla spiaggia si mise a urlare contro…

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L’ultima curva

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La città è una lunga nave

con il ponte in festa

che io rincorro nella notte.

Poi una finestra illuminata,

senza ombre né contorno,

mi appare all’improvviso

e un riflesso della luna

m’illude di una improbabile compagnia.

Ma intorno a me ci sono solo boschi

insieme ai miei pensieri,

alberi e campi neri.

Ho usato tutta le mia forza

per tenere fisso lo sguardo

ma se corro più veloce

il sonno resterà lontano,

e la mia casa apparirà, come sempre,

dopo l’ultima curva in cima alla salita.

Ma anche allora, più tardi nel letto,

temerò di stare ancora guidando

e di dormire solo sognando,

perché la città è come una lunga nave

con il ponte illuminato

ti accoglie dentro di sé

ma quando ci sei non la vedi più.

Diego Osvaldo Ardiles

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Le réfugié (2)

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In quell’estate, non avevo ancora compiuto quattordici anni ed ero ospitato, prima di finire all’Istituto, in un paesino che si trova nella parte alta dell’isola, sospeso tra i boschi e il cielo. Quando non ero impegnato a giocare a calcio a guardare la televisione o a fare casino con i ragazzi del paese, mi piaceva stare sdraiato a osservare il cielo, specialmente se era azzurro.

Se però il cielo era pieno di nuvole, allora non mi piaceva più; se era la mia testa ad essere piena di nuvole, allora, non me ne fregava niente di come fosse il cielo. C’erano però dei giorni in cui eravamo sereni tutti e due nello stesso momento, io e il cielo, e quelli erano dei giorni davvero speciali.

Compresi presto che molte cose dipendevano dal vento, non solo per il cielo intendo dire, ma anche per me, perché il…

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Nonno e Conrad

Mio nonno nacque quando Conrad scrisse il suo nero capolavoro. Hanno così diviso un diverso angolo di mondo, e dire angolo, per una terra tonda e sferica, è un bel dire, ma si sa, siamo umani e superficiali e per noi terrestri il mare è sempre in mezzo al dire e al fare, al bene … Leggi tutto Nonno e Conrad

Le réfugié

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Quando la nave attraccò sulla terraferma stava già facendo buio. Era freddo e la città attaccata al porto era immensa, piena di luci, di macchine e di autobus che viaggiavano carichi di gente. Mi ritrovai su una strada con grandi pozzanghere e i marciapiedi occupati da venditori ambulanti infreddoliti, tra i quali c’erano anche dei ragazzi arrivati da parti del mondo che neppure so dove sono. Ma non mi fermai con nessuno di loro.

Cercai invece di arrivare prima possibile nel posto che mi aveva indicato il mio amico Karim, prima della mia fuga dall’Istituto e con un po’ di fatica, e dopo aver camminato quasi un’ora, riuscii a trovarlo. Era l’indirizzo di un tizio, un certo Moussa; Karim mi aveva detto di andarci a nome suo perché lui mi avrebbe aiutato a trovare un modo per guadagnare un po’ di soldi e un posto…

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Solo per noi

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Guarda laggiù, il bosco cresce,

respira, muore e non lo sa.

Le colline, la valle e il cielo,

con il Carro dell’Orsa Maggiore

che a dicembre punta dritto verso terra

se ne stanno lì e neppure lo sanno.

Non sanno niente.

Chi non pensa non muore mai,

si dice,

oppure muore e non se ne accorge,

oppure siamo noi che non viviamo così a lungo

per scoprire chi muore veramente.

O, forse, solo l’uomo sa di vivere

e di dover morire

e la morte e la vita

esistono solo per noi.

Diego Osvaldo Ardiles

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In attesa di buone notizie

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Volti sconvolti aspettano la pioggia

da giorni, da mesi, e da anni la fine della crisi.

Una madre aspetta di vedere i figli crescere grandi

o guarire e non ammalarsi più,

una ragazza la cadenza mensile

annunciarle che non sarà ancora mamma

e una donna che lo diventerà presto.

Siamo tutti in attesa,

in attesa di qualche bella notizia

perché le brutte non c’è da aspettarle

arrivano da sole senza che alcuno le attenda.

Forse, proprio questo è il presente:

il tempo dell’attesa,

dell’attesa che giungano finalmente buone notizie.

Diego Osvaldo Ardiles

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Meglio essere utili o fare utili?

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Meglio essere utili o fare utili

essere franca o farla franca?

Meglio credere alla luna nel pozzo

o ignorare l’una e l’altro

ma anche gli altri

che vogliosi ti circondano

e t’inondano con i loro pensieri?

Per piacere! Non circondate lo spazio!

Non fate cerchi intorno a voi

per tentare di godervi il dentro,

il tutto incluso e ben separato

dal resto del mondo,

da chi sta fuori dal cerchio

dei giochi di potere e di piacere.

Aprite invece ed in pace,

lo spazio infinito

quello che c’è tra una mano

che lava l’altra,

tra due braccia aperte di un bambino

che se gli chiedi:

– Quanto bene mi vuoi?

Ti risponde:

– Tanto così !

E lì in mezzo, c’è così tanto spazio

che ci può davvero stare il mondo intero.

Diego OsvaldoArdiles

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L’innamorata (finale)

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E invece un bel giorno, si fa per dire, il suo Leonardo scomparve. Giulia chiese sue notizie in giro e le dissero che era partito, che aveva cambiato città. «Ma porca miseria!», pensò Giulia, «poteva cambiare questa, di città!». C’erano così tante cose che non andavano bene! A cominciare dalla Posta, ad esempio, che dopo tutto quel tempo non le aveva dato nessuna risposta!

Quella partenza la intristì. Improvvisamente vide il cielo diventare nero dentro la sua stanza; la notte calò sulla rete del suo letto e dal tetto si prese il suo sonno e i suoi sogni. Il golfo del sonno, dove prima lei si adagiava e inerme si arrendeva come in una rada, ora di rado era sereno. Piuttosto era sovente increspato e così leggero da essere esposto ad ogni minimo soffio. Le orme dei giorni nel sonno divennero sogni, segni celati…

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