Ieri sera ho sentito alle mie spalle una voce che mi sembrava proprio quella di lei. «Scusi signore, dobbiamo chiudere», ha detto. Invece era una cameriera.
«Certo, chiudete pure» le ho risposto.
«Per cortesia, deve uscire».
«Ok».
«Signore, si sente bene?».
«Sì, sì, va tutto bene… tutto bene. Le posso fare una domanda?», ho chiesto alla ragazza, e senza attendere la risposta ho detto: «Lei ha un sogno?». Mi ha guardato con uno sguardo stanco ed è rimasta in silenzio. «Se ne ha uno non se lo lasci scappare, gli corra dietro…».
Lei ha ripetuto la solita domanda: «Signore, si sente bene?».
«Sì, tutto okay». Mi sono alzato, sono uscito dal bar dell’albergo e sono salito in camera. Ho bevuto un ultimo bicchiere e sono andato a dormire.
Questa è la mia vita. Ogni sera disfaccio la valigia in un albergo diverso, in una…
Il figlio di Costantino, quando il notaio gli spiegò che i debiti da pagare erano superiori al valore dell’azienda agraria, rinunciò all’eredità. Da allora tutto è in stato di abbandono: il bosco si è preso la rivincita e ha invaso i campi e le corti delle case.
Lo zio Costantino, che era proprietario di tutti i terreni della valle, in passato era stato processato per aver eseguito abusivamente dei tagli del bosco e c’era mancato poco che finisse in carcere; al penitenziario fu rinchiuso, invece, per una rissa con un tizio in paese. Questi fu portato all’ospedale con delle gravi lesioni e denunciò lo zio Costantino che fu arrestato. Prima di allora, gli era già accaduto di aver a che fare con la legge, ma se l’era sempre cavata senza troppe conseguenze.
Una volta lo avevano accusato di aver sepolto decine di pecore morte in…
Lungo la strada provinciale che sale in paese, prima degli ultimi tornanti, c’è sulla destra una strada sterrata che va a morire in un grande bosco di lecci e di cerri. In realtà quella piccola strada non muore veramente, è solo addormentata e un giorno, quando le squadre di operai scenderanno di nuovo a tagliare il bosco, sarà di nuovo aperta e riprenderà a svolgere il suo vecchio compito.
Noi abitavamo nella prima casa lungo la strada ed io aiutavo mio padre che lavorava dallo zio Costantino; in realtà Costantino non era mio zio, ma a lui piaceva che io lo chiamassi così. Mio padre faceva un po’ di tutto, ma più di ogni altra cosa il suo compito era accudire il bestiame. E presto diventò anche il mio.
Quando non avevo ancora nove anni, fui mandato a fare la guardia al gregge delle…
Nel bosco c’è odore di funghi e legna tagliata. Vecchi ceppi emergono qua e là e la loro sagoma si potrebbe facilmente confondere con quella di un animale fermo ad osservare il passaggio di qualche ospite inatteso. L’intera valle è ormai quasi interamente in ombra, stretta su ogni lato da alti monti scuri; solo il cielo conserva ancora qua e là le ultime frange di azzurro della giornata.
Gemma ha risalito in fretta le pendici della montagna perché tra non molto sopraggiungerà l’oscurità completa. Per un lungo tratto non ha incontrato nessuno, poi ha visto da lontano due pastori che scendevano a valle percorrendo lo stesso suo sentiero ma in senso inverso. Questi discutevano tra loro dell’aggressione compiuta il giorno precedente dall’orso nei pascoli alti; erano talmente presi dai loro discorsi, e forse anche dalla paura di incontrare l’orso, che neppure si sono accorti…
Stamattina, mentre ero in cortile, a un tratto si è aperta la finestra della mia camera e si è affacciato un Generale dell’Armata Rossa. Quando l’ho visto, colto di sorpresa, gli ho detto: «Generale, che ci fa lassù?». Lui mi ha risposto con un tono gentile ma fermo: «Compagno Luigi, cosa vede all’orizzonte?».
«Dove?» gli ho chiesto.
«Là, dietro la collina!» ha urlato lui.
«Generale, dietro la collina non c’è più nessuno… solo silenzio, aghi
di pino e funghi…».
«Ma che cavolo dice, compagno Luigi!».
Io sono rimasto fermo e senza parole.
«Dietro la collina c’è il sole!» ha detto il Generale. «Non lo vede come è già alto? Sa che ore sono? La farò processare per abbandono del posto di lavoro!». Sono rimasto impietrito: già sentivo i passi delle guardie che arrivavano per arrestarmi. Poi ho avuto un sussulto. «Porca miseria, sono già…
In un angolo c’è un prete che ripete parole che ho ritrovato scritte nei libri: «Vivono e muoiono insieme la verità sull’uomo e Dio, e l’uomo non è se Dio non è. Simul stant et simul cadunt. Solo il divino è stabile. Stanno e cadono insieme. Il resto è fumo. Solo in Dio c’è amore pieno. Nihil nisi divinum stabileest. Caetera fumus. Nothing is stable if not divine. The rest is smoke. Solo quello che veramente è amore rimane; il resto sono solo scorie che andranno perdute per sempre nel nulla». Ombre scure lasciano i loro contorni sfumati sulle ampie vetrate dell’hangar e queste rimangono impressionate da quelle anonime sagome. Si mormora di focolai di guerra in diverse regioni del nord. La frontiera rimarrà ancora chiusa per un periodo indeterminato.
Arrivano dei vecchi autobus e lentamente ci fanno salire. Lungo tutta la…
Il treno avanza lentamente, dal finestrino il paesaggio sembra sempre lo stesso; campi ricoperti dalla nebbia sotto un sole indeciso che non riusce a dissolverla. All’interno dello scompartimento c’è chi sonnecchia, chi legge, chi guarda fuori. Poi il treno si arresta in aperta campagna e dopo alcuni minuti riprende lentamente la marcia per fermarsi ancora pochi chilometri dopo. Dipinto su un vecchio muro di mattoni rossi c’è il nome di una città. Salgono sul treno delle persone; transitano lungo il corridoio un padre con cinque figli, un tassista piuttosto anziano abbracciato ad una giovane ragazza bionda, un marinaio che, proprio mentre passa davanti al nostro scompartimento, dice: «Oh, finalmente, da qui non si vede il mare!», dei giovani ragazzi con le cuffie agli orecchi, gli occhi persi dentro i loro smartphone e il domani al posto del viso.
Sono seduto sul letto, domani sarà il mio ultimo giorno di scuola. Finalmente in pensione, così si dice. Penso che avrò finalmente il tempo per mettere un po’ di ordine tra le mie cose, come le borse e gli scatoloni che ho adesso davanti agli occhi. Ne apro uno a caso e tiro fuori alcuni libri. Su uno di questi c’è un’immagine: una foto che ritrae tre persone sedute su una panchina di fronte ai binari di una stazione. Un uomo anziano con la barba incolta e dei piccoli baffi grigi, vestito con una giacca marrone di velluto e un cappello con larghe tese, una donna giovane, avvolta in un cappotto bianco e una grande sciarpa rossa e, dalla parte opposta, un bambino. Non ricordo chi ci aveva fatto quella foto, l’avevo incollata sulla copertina di una specie di diario che avevo scritto quando…
Ottobre è un mese particolare, ci sono certe giornate fredde e luminose che sono un vero spettacolo. Il vento che viene da nord spazza via le nubi. Nel cielo gli aerei si rincorrono veloci senza prendersi mai; le nuvole li inseguono invano, acciuffandosi tra loro e facendo grossi cumuli le une sulle altre, mescolando e sovrapponendo le loro forme e i loro colori. È un cielo così bello che, se ti fermi anche solo un attimo a guardarlo, ti può catturare e farti rimanere là incantato per il resto della giornata.
Ma con il passare delle ore il cielo si fa scuro e si colora di un profondo blu notte. Le ultime imbarcazioni rientrano lentamente in porto. I loro motori hanno un ritmo prudente, rispettoso; una volta calata la notte, né dal ponte di coperta né da quello di comando è più possibile distinguere…
Martina nacque quando io avevo quattro anni; era una bambina graziosa con dei bellissimi capelli biondi e due occhi grandi, grandi come i suoi sogni. E i suoi sogni nel tempo si rivelarono davvero molto grandi. Era un po’ come se Martina fosse nata portando dentro di sé dei sogni più grandi lei.
Mia madre diceva che al momento in cui si nasce i nostri sogni li abbiamo già tutti dentro di noi; sono rappresi in qualche parte del nostro corpo, in qualche filamento sconosciuto delle cellule o in qualche ignoto angolo della nostra anima.
«Vedi Alberto», mi diceva mia madre, «forse un giorno la scienza riuscirà a scoprire dove stanno nascosti i sogni delle persone, ma non è detto che sarà una buona notizia; è molto meglio che quel luogo resti ben nascosto».