Il sommesso scandire del respiro del mare

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Di tutte le volte che siamo stati al mare

nella nostra ultima estate

una ricordo più di ogni altra.

Un pomeriggio di ottobre

con il mare sornione senza un’onda,

una vela o una bagnante.

Verso sera rimanemmo soli sulla spiaggia

e mi tornarono in mente certi giorni d’agosto

quando vi restavamo fino a notte.

Sfollati gli infiniti bagnanti,

scomparivano anche le ultime voci,

le urla e ogni altro piccolo rumore,

e il mare riprendeva a respirare.

E se chiudo gli occhi,

mi sembra di udire

nel pacato suono delle onde

il sommesso scandire del respiro del mare,

simile a un enorme animale ferito

finalmente libero

da nugoli di cavallette impazzite.

Il cielo e il mare tornavano ad abbracciarsi

e cancellavano la linea dell’orizzonte

che fino a un momento prima

li aveva divisi.

Si riunivano in quel silenzio

di nuovo raccolto

e non aveva nessuna importanza

sapere che sarebbe arrivato presto

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Beati gli ultimi (5)

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Photo by Sanaan Mazhar on Pexels.com

In un angolo c’è un prete che ripete parole che ho ritrovato scritte nei libri: «Vivono e muoiono insieme la verità sull’uomo e Dio, e l’uomo non è se Dio non è. Simul stant et simul cadunt. Solo il divino è stabile. Stanno e cadono insieme. Il resto è fumo. Solo in Dio c’è amore pieno. Nihil nisi divinum stabileest. Caetera fumus. Nothing is stable if not divine. The rest is smoke. Solo quello che veramente è amore rimane; il resto sono solo scorie che andranno perdute per sempre nel nulla». Ombre scure lasciano i loro contorni sfumati sulle ampie vetrate dell’hangar e queste rimangono impressionate da quelle anonime sagome. Si mormora di focolai di guerra in diverse regioni del nord. La frontiera rimarrà ancora chiusa per un periodo indeterminato.

Arrivano dei vecchi autobus e lentamente ci fanno salire. Lungo tutta la…

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Beati gli ultimi (4)

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Photo by Paul Basel on Pexels.com

Il treno avanza lentamente, dal finestrino il paesaggio sembra sempre lo stesso; campi ricoperti dalla nebbia sotto un sole indeciso che non riusce a dissolverla. All’interno dello scompartimento c’è chi sonnecchia, chi legge, chi guarda fuori. Poi il treno si arresta in aperta campagna e dopo alcuni minuti riprende lentamente la marcia per fermarsi ancora pochi chilometri dopo. Dipinto su un vecchio muro di mattoni rossi c’è il nome di una città. Salgono sul treno delle persone; transitano lungo il corridoio un padre con cinque figli, un tassista piuttosto anziano abbracciato ad una giovane ragazza bionda, un marinaio che, proprio mentre passa davanti al nostro scompartimento, dice: «Oh, finalmente, da qui non si vede il mare!», dei giovani ragazzi con le cuffie agli orecchi, gli occhi persi dentro i loro smartphone e il domani al posto del viso.

In quel momento sentiamo annunciare che…

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Beati gli ultimi (2)

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Photo by Nicolas Postiglioni on Pexels.com

Sono seduto sul letto, domani sarà il mio ultimo giorno di scuola. Finalmente in pensione, così si dice. Penso che avrò finalmente il tempo per mettere un po’ di ordine tra le mie cose, come le borse e gli scatoloni che ho adesso davanti agli occhi. Ne apro uno a caso e tiro fuori alcuni libri. Su uno di questi c’è un’immagine: una foto che ritrae tre persone sedute su una panchina di fronte ai binari di una stazione. Un uomo anziano con la barba incolta e dei piccoli baffi grigi, vestito con una giacca marrone di velluto e un cappello con larghe tese, una donna giovane, avvolta in un cappotto bianco e una grande sciarpa rossa e, dalla parte opposta,  un bambino. Non ricordo chi ci aveva fatto quella foto, l’avevo incollata sulla copertina di una specie di diario che avevo scritto quando…

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Beati gli ultimi (1)

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Photo by Brett Sayles on Pexels.com

Ottobre è un mese particolare, ci sono certe giornate fredde e luminose che sono un vero spettacolo. Il vento che viene da nord spazza via le nubi. Nel cielo gli aerei si rincorrono veloci senza prendersi mai; le nuvole li inseguono invano, acciuffandosi tra loro e facendo grossi cumuli le une sulle altre, mescolando e sovrapponendo le loro forme e i loro colori. È un cielo così bello che, se ti fermi anche solo un attimo a guardarlo, ti può catturare e farti rimanere là incantato per il resto della giornata.

Ma con il passare delle ore il cielo si fa scuro e si colora di un profondo blu notte. Le ultime imbarcazioni rientrano lentamente in porto. I loro motori hanno un ritmo prudente, rispettoso; una volta calata la notte, né dal ponte di coperta né da quello di comando è più possibile distinguere…

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I sogni dei bambini non finiscono mai

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Martina nacque quando io avevo quattro anni; era una bambina graziosa con dei bellissimi capelli biondi e due occhi grandi, grandi come i suoi sogni. E i suoi sogni nel tempo si rivelarono davvero molto grandi. Era un po’ come se Martina fosse nata portando dentro di sé dei sogni più grandi lei.

Mia madre diceva che al momento in cui si nasce i nostri sogni li abbiamo già tutti dentro di noi; sono rappresi in qualche parte del nostro corpo, in qualche filamento sconosciuto delle cellule o in qualche ignoto angolo della nostra anima.

«Vedi Alberto», mi diceva mia madre, «forse un giorno la scienza riuscirà a scoprire dove stanno nascosti i sogni delle persone, ma non è detto che sarà una buona notizia; è molto meglio che quel luogo resti ben nascosto».

«Perché?» le chiesi.

«Perché a nessuno venga voglia di ficcarci…

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Il blu inverno

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Nel blu inverno

vestito di ghiaccio

solo suoni morti

e piccole fessure

per gli occhi

che vedono

oltre il confine.

Diego Osvaldo Ardiles

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Il nonno con gli occhiali da sole (fine)

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Chi invece aveva avuto buoni risultati a scuola era stato Ferdinando, uno dei due figli dei signori che abitavano l’altra casa sulla collina, quelli senza il cane. Aveva studiato molto, era diventato un bravo avvocato e scriveva libri che parlavano di banche e di soldi; li scriveva così bene che era diventato presidente di una banca. Abitava in una bella villa con un grande tetto pieno di abbaini e tutt’intorno c’era un parco di pini, cipressi, abeti e lecci. Adesso aveva anche un cane che non si vedeva dalla strada ma si sentiva abbaiare dietro un grosso cancello marrone scuro.

I nonni, invece, abitavano in un altro quartiere, dove avevano iniziato a costruire nuove strade e case dopo la fine della guerra. Il loro appartamento era al piano terreno di una casa un po’ vecchiotta. Quando erano arrivati, dietro la loro casa c’era solo…

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Il nonno con gli occhiali da sole (2)

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I vecchi emigrarono e, anche se non andarono molto lontano, finirono ugualmente in mezzo a persone diverse, e un po’ stranieri lo diventarono anche loro, nella lingua, nei vestiti e nei modi di fare. Ma quando, dopo poco tempo, arrivò la guerra, cominciarono a pensare che era meglio se fossero rimasti in campagna. La città diventò un inferno e l’unica cosa positiva fu che le persone ritornarono a essere un po’ tutte uguali perché erano tutte disgraziate nel medesimo modo.

I vecchi ritornarono al paese sulla collina, ma non nella stessa casa perché lì ormai ci stavano già altri sfollati. Finirono in una specie di convento abbandonato insieme a molte altre famiglie. Quelli furono mesi durissimi, più neri di quei due inverni che gli erano piovuti addosso nella vecchia casa in cima alla collina. Ad ogni modo, pare quasi impossibile, ma della mia famiglia…

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Il nonno con gli occhiali da sole

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Oggi ho accompagnato mio nonno, che da solo non ne sarebbe stato capace, a rivedere la casa dove è nato in un paesino di collina sperduto in mezzo alla campagna e ai boschi. Abbiamo fatto una lunga strada in autobus fino al paese e poi abbiamo proseguito per un piccolo tratto a piedi, lungo una strada sterrata fin dove doveva esserci la sua vecchia casa.

Mentre camminavamo, lui non faceva altro che dire che gli sembrava tutto più piccolo e diverso di come se lo ricordava e mi diceva in continuazione: «Vedi Matilde, qui c’era questo, là c’era quello. Laggiù ci abitava Tizio e lassù Caio, eccetera eccetera».

Però, quando siamo arrivati dove si sarebbe dovuta trovare la sua vecchia casa è rimasto in silenzio. Adesso c’è un albergo con una piscina, diversi casolari e tanti turisti in vacanza. Quando era piccolo, invece, c’erano…

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Caro collega

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Caro collega,

ho letto una volta di un’isola dove tutti gli abitanti erano ciechi; un giorno nacque un uomo che ci vedeva benissimo. Si mise in testa di spiegare a tutti cosa volesse dire riuscire a vedere: provò a raccontare come fossero fatti i colori e la luce. Lo presero per pazzo, lo processarono e infine lo accecarono perché smettesse di raccontare quelle storie impossibili che rendevano agitati gli abitanti dell’isola. Ebbene, lei lo sa, credo che a me sia toccato un destino simile.

Sono tuttavia certa che, anche se non mi si vuol dare questa soddisfazione, siano invece molti coloro che pensano che io possieda proprietà molto particolari.  Lei sa bene che posso stare vicinissimo alle persone senza che loro se ne accorgano, posso apparire e scomparire e anche comparire nel medesimo istante in posti diversi.

Le persone alle quali tento di spiegare…

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Le réfugié (finale)

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Quando arrivai Moussa non c’era e ad aprirmi la porta fu invece una giovane ragazza, Amina, la sua compagna, con un bambino piccolo in braccio. Le diedi il biglietto che mi aveva scritto Karim e le chiesi di Moussa; mi disse che non sapeva quando sarebbe tornato ma fu gentile e mi indicò un posto dove passare la notte.

Ci sono tre cose che odio più di tutte le altre: il mare di notte, il vento cattivo e chi costringe le donne a fare sesso davanti ai figli. Il giorno seguente tornai a casa di Amina, che mi parve ancora più bella, e capii che anche lei odiava le stesse cose; e non voleva più farlo davanti a suo figlio, anzi, non voleva più farlo per niente, e specialmente con Moussa che era sempre ubriaco, la picchiava e la mandava in giro a fare soldi…

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Le réfugié (3)

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Fu proprio in uno di quei giorni in cui sia io che il cielo eravamo un po’ scuri e imbronciati che scesi al mare e lì accadde l’incidente. Non andavo spesso fino alla spiaggia. Quando era caldo c’era troppa gente, e quando il caldo se ne andava via, arrivava la brutta stagione e allora il mare mi metteva addosso solo tristezza e malinconia. Quel giorno però, non so perché, andai al mare e mi sdraiai sul molo a guardare le persone sulla spiaggia. In acqua a fare il bagno non c’era quasi nessuno perché si era alzato un vento forte e maligno che sollevava delle onde altissime. Una di queste portò giù con sé una bambina. Veramente le bambine erano due, ma una non la trovarono più.

Io mi accorsi di ciò che stava accadendo perché una donna dalla spiaggia si mise a urlare contro…

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L’ultima curva

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La città è una lunga nave

con il ponte in festa

che io rincorro nella notte.

Poi una finestra illuminata,

senza ombre né contorno,

mi appare all’improvviso

e un riflesso della luna

m’illude di una improbabile compagnia.

Ma intorno a me ci sono solo boschi

insieme ai miei pensieri,

alberi e campi neri.

Ho usato tutta le mia forza

per tenere fisso lo sguardo

ma se corro più veloce

il sonno resterà lontano,

e la mia casa apparirà, come sempre,

dopo l’ultima curva in cima alla salita.

Ma anche allora, più tardi nel letto,

temerò di stare ancora guidando

e di dormire solo sognando,

perché la città è come una lunga nave

con il ponte illuminato

ti accoglie dentro di sé

ma quando ci sei non la vedi più.

Diego Osvaldo Ardiles

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Le réfugié (2)

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In quell’estate, non avevo ancora compiuto quattordici anni ed ero ospitato, prima di finire all’Istituto, in un paesino che si trova nella parte alta dell’isola, sospeso tra i boschi e il cielo. Quando non ero impegnato a giocare a calcio a guardare la televisione o a fare casino con i ragazzi del paese, mi piaceva stare sdraiato a osservare il cielo, specialmente se era azzurro.

Se però il cielo era pieno di nuvole, allora non mi piaceva più; se era la mia testa ad essere piena di nuvole, allora, non me ne fregava niente di come fosse il cielo. C’erano però dei giorni in cui eravamo sereni tutti e due nello stesso momento, io e il cielo, e quelli erano dei giorni davvero speciali.

Compresi presto che molte cose dipendevano dal vento, non solo per il cielo intendo dire, ma anche per me, perché il…

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